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Economia 

DEBITO

Crisi, pronto soccorso Bce

Per salvare l'euro, la Banca centrale deve porsi come prestatore di ultima istanza.

di Pierluigi Mennitti

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da Berlino

La Banca centrale europea (Bce) deve porsi come prestatore di ultima istanza, unica condizione ormai capace di salvare l'euro. Gli altri mezzi messi in capo dall'Europa non sono sufficienti a difendere l'Italia e, dunque, a impedire la dissoluzione della moneta unica. La convinzione, lentamente, comincia a farsi strada anche in Germania. Se ne è fatto portavoce l'Handelsblatt, raccogliendo per l'edizione dell'11 novembre le opinioni di alcuni operatori economici.
UN RUOLO DECISIVO. «È in gioco la sopravvivenza dell'euro», ha spiegato Thomas Mayer, capo economista della Deutsche Bank, «e a questo punto solo la Bce è nelle condizioni di portare un aiuto decisivo». Mayer ha disegnato uno scenario d'intervento, nel quale Francoforte deve individuare prima una soglia massima per le rendite a 10 anni delle obbligazioni statali italiane e poi promettere di difendere tale soglia con ogni mezzo.
In cambio, l'Italia deve impegnarsi a varare conseguenti misure di risparmio e radicali politiche di riforme strutturali. «Sono sicuro che un processo di questo genere verrebbe approvato anche dai membri tedeschi della Bce», ha assicurato Mayer.
Erik Nielsen, responsabile della ricerca economica di Unicredit, ha condiviso tale scenario e ha proposto di fissare la soglia al 4% per due anni: «In questo modo, si darebbe al nuovo governo del dopo Berlusconi il tempo necessario per implementare le riforme e restituire nuova fiducia nei compratori dei bond italiani».
D'accordo anche Holger Schmieding, capo economista della Berenberg Bank: «L'ingrediente più importante, che ancora manca per riportare la fiducia nei mercati, è una chiara presa di posizione della Bce, cioè la certezza che Francoforte ha i mezzi ed è pronta a difendere qualsiasi Stato dell'Eurozona dal panico irrazionale dei mercati».

Ampliare l'acquisto degli eurobond sui mercati secondari

Schmieding ha osservato che la Bce ha finora acquistato obbligazioni dell'Eurozona pari al 2,7% del Prodotto interno lordo (Pil) dei 17 Stati per sostenere i mercati. In confronto, la Fed americana e la Bank of England hanno già impiegato il 18% del Pil dei due Paesi: «Secondo questa interpretazione», ha proseguito il quotidiano economico, «alla Bce rimane un enorme spazio di manovra per ampliare l'attuale programma di acquisto degli eurobond sui mercati secondari. Il programma è stato varato nel maggio del 2010 per aiutare Paesi in crisi come la Grecia, il Portogallo e l'Irlanda ed è stato poi allargato nell'estate scorsa con l'acquisto di obbligazioni italiane e spagnole. Finora, la Bce ha impegnato 180 miliardi di euro».
LE RESISTENZE TEDESCHE. Si può fare dunque molto di più per rafforzare il cordone sanitario attorno agli Stati in difficoltà e allo stesso euro, ma proprio questo piano ha incontrato (e incontra tuttora) critiche e resistenze molto forti in Germania. L'Handelsblatt ha ricordato come le dimissioni dell'ex governatore della Bundesbank, Axel Weber, e la sua rinuncia alla guida della Bce poi assunta da Mario Draghi siano state motivate proprio con un tale dissenso. E la stessa cosa è avvenuta qualche mese dopo con il ritiro di un altro tedesco, Jürgen Stark, dal direttivo della stessa Bce.
IL NODO DEL TRATTATO. Le critiche verso un diretto e più incisivo ruolo di Francoforte nella crisi in corso vengono giustificate con l'accusa che un programma di tal genere si configurerebbe come un peccato originale, perché mescolerebbe politica monetaria e politica fiscale, contraddicendo peraltro l'articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea che proibisce il finanziamento dei debiti statali attraverso la Banca centrale. La Bce, invece, ha proseguito su questa linea, sostenendo che fintanto che gli acquisti vengono effettuati sul mercato secondario, e dunque non direttamente dagli Stati, il Trattato non è violato.
«Ufficialmente, i governatori delle banche centrali si oppongono al fatto che la Bce si ponga come garante dei debiti statali degli Stati dell'Eurozona», ha proseguito il quotidiano anseatico citando precedenti dichiarazioni dei presidenti francese e olandese, «e lo stesso Mario Draghi ha evitato di rispondere a domande in tal senso indirizzategli durante la sua prima conferenza stampa».
Ma la conclusione cui giunge l'Handelsblatt lascia intuire che con l'aggravarsi della situazione qualche cosa si stia muovendo dietro le quinte: «Queste, però, erano affermazioni di una settimana fa. Allora, anche Silvio Berlusconi era convinto che il suo governo sarebbe stato in grado di salvare l'Italia dal baratro».

Venerdì, 11 Novembre 2011


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