Banche, le ombre sulla vendita dei prodotti finanziari

Caos informativo. Questionari falsati. Impiegati minacciati. Così gli istituti vendono obbligazioni. E il bail-in rischia di produrre distorsioni nel sistema.

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10 Dicembre 2015

L'esterno della Banca d'Italia.

(© Ansa) L'esterno della Banca d'Italia.

«Bankitalia e Consob ci hanno sempre rassicurato sulla solidità delle banche italiane. E un giorno ci siamo svegliati nella tragedia»: Elio Lannutti, presidente di Adusbef, parla con Lettera43.it mentre è in viaggio per il Veneto, dove è in programma un'assemblea degli azionisti di Veneto Banca.
Per lui, i piccoli possessori di quote e gli obbligazionisti dell'istituto di Montebelluna e della Popolare di Vicenza «subiranno la stessa sorte» che ha investito Banca Marche, Etruria, Carichieti e Cassa Ferrara. Quattro banche 'salvate' per decreto, a spese di una parte dei loro clienti.
«IL DECRETO? UN ESPROPRIO CRIMINALE». «Il salva-banche è un esproprio criminale ed è soltanto l'inizio», dice. «Per anni gli istituti di credito italiani hanno convinto i risparmiatori, che si fidavano di loro e dei loro direttori, a sottoscrivere obbligazioni. Sul sito PattiChiari l'Associazione bancaria italiana attribuiva massima affidabilità a questo tipo di prodotti, bollando invece come rischiosissimi i Btp a lunga scadenza. Il risultato è che molti risparmiatori hanno venduto Btp e comprato obbligazioni».
Tutto sembra essere avvenuto in un contesto caratterizzato da tre elementi: mancanza di trasparenza, omessa vigilanza e pressioni indebite sugli impiegati, la cui performance lavorativa viene valutata sempre di più proprio sulla base della quantità di prodotti finanziari 'piazzati' alla clientela.
«LE BANCHE NON SONO TRASPARENTI». Le testimonianze dei bancari raccolte da Lettera43.it illustrano quale sia la prassi che porta a sottoscrivere obbligazioni subordinate, come quelle il cui azzeramento ha spinto al suicidio Luigino D’Angelo, il pensionato di Civitavecchia che ha perduto più di 100 mila euro dopo averle acquistate da Banca Etruria. La procura della città laziale ha aperto un fascicolo sulla sua morte, procedendo contro ignoti per istigazione al suicidio.
Gli istituti «non sono trasparenti nel vendere questi prodotti», dicono i bancari.
Le obbligazioni subordinate «sono pericolose, perché se la banca dovesse fallire, questi creditori sono per l'appunto subordinati».

Il sindacalista Contrasto: «Normativa rigida solo sulla carta»

La sede della Banca popolare dell'Etruria e del Lazio.

(© ImagoEconomica) La sede della Banca popolare dell'Etruria e del Lazio.

Il concetto, naturalmente, è riportato per iscritto nella mole di documenti che il cliente firma. Ma non viene spiegato a voce con la necessaria chiarezza: «Se il cliente domanda: 'Queste obbligazioni sono rischiose?', la risposta standard è: 'Dobbiamo fallire prima noi'», spiegano i bancari. Il che è vero. Ma è anche possibile.
Il questionario MiFid, che la legge impone di somministrare e che serve a valutare se il profilo del cliente è adeguato oppure no al rischio connesso al prodotto finanziario che si appresta a comprare, «spesso lo compilano gli impiegati, senza ascoltare le risposte dell'interessato». E assegnando «un punteggio medio, né di adeguatezza, né di inadeguatezza».
PRESSIONI QUOTIDIANE SUGLI IMPIEGATI. Perfino nel caso in cui il risultato del questionario sconsigliasse di sottoscrivere un determinato prodotto, esiste una sorta di scappatoia: «Al cliente viene fatto firmare un contratto di consulenza in materia di investimenti, in cui dichiara di essere stato avvertito dei rischi e dell'inadeguatezza del suo profilo, ma che intende procedere ugualmente all'acquisto».
Emilio Contrasto, segretario generale del sindacato dei bancari Unisin-Falcri-Silcea, spiega: «I casi delle quattro banche toccate dal decreto andrebbero valutati in maniera specifica. In generale, però, posso confermare che c'è un problema da questo punto di vista. Gli impiegati sono sottoposti a pressioni quotidiane da parte dei loro superiori, che a loro volta le ricevono dai vertici degli istituti, per vendere prodotti finanziari».
«SERVE UNA SEMPLIFICAZIONE INFORMATIVA». In alcuni casi, aggiunge, «abbiamo registrato addirittura episodi di minaccia. Ai colleghi veniva detto che bisognava raggiungere determinati obiettivi di vendita, agitando lo spettro di provvedimenti in caso contrario».
La normativa che riguarda la trasparenza, prosegue Contrasto, «sulla carta è molto rigida, ma nella pratica si rivela ingestibile. I clienti non leggono tutte le clausole, disseminate in centinaia di fogli. Dovrebbe esserci un'oggettiva semplificazione informativa, una classificazione chiara e sintetica dei livelli di rischio, immediatamente comprensibile. Attualmente non è affatto così».

Lannutti: «Bankitalia deve essere incriminata»

Il presidente di Adusbef, Elio Lannutti.

(© Ansa) Il presidente di Adusbef, Elio Lannutti.

Nel corso del tempo, la profilazione del cliente è sicuramente aumentata. Con esiti, però, che secondo Contrasto sono quasi controproducenti: «Oggi chi vuole sottoscrivere una polizza o comprare obbligazioni si ritrova davanti a una serie infinita di moduli, non sa più discernere le informazioni importanti da quelle che non lo sono. C'è un eccesso di informazioni, dannoso tanto quanto la completa ignoranza».
Dannose sono anche quelle strategie manageriali che guardano solo al breve termine, «ai risultati semestrali o al massimo annuali». La banca, in questo modo, «rinuncia alla sua funzione originaria: smette di creare valore nel tempo e si limita a vendere prodotti. I banchieri si rifiutano di affrontare la questione. In sede di rinnovo del contratto nazionale non ne hanno nemmeno voluto parlare», precisa il segretario.
IL BAIL-IN RIDUCE LE TUTELE. L'ultima novità, l'introduzione del bail-in (il meccanismo che, in caso di crisi della banca, prevede siano gli stessi investitori a dover sopportare i costi del salvataggio, non soltanto i soci) rischia di aggravare la situazione: «Dal primo gennaio 2016 tutti i clienti delle banche diventano un po' azionisti», spiega ancora Contrasto. «Così, se da una parte i banchieri continuano a non pagare per le responsabilità connesse alla loro cattiva amministrazione, dall'altra i depositanti perdono tutele. E c'è il rischio di generare effetti distorsivi per il sistema, perché i clienti potrebbero scegliere di non depositare più somme che superano il limite dei 100 mila euro».
Un tema, quello dell'impunità dei vertici degli istituti di credito, che secondo Lannutti è strettamente connesso all'omessa vigilanza. «Perché Popolare di Vicenza non è mai stata commissariata?», si chiede il presidente di Adusbef. «Bankitalia deve pagare, deve risarcire e dev'essere incriminata. È una cupola, che si regge sulla commistione d'interessi tra vigilanti e vigilati».
LE RESPONSABILITÀ DEI SINDACATI. Anche i sindacati dei bancari avrebbero una parte di responsabilità: «Per quale motivo, dopo il crac Parmalat, non hanno lottato per far inserire nel contratto nazionale una tutela per i lavoratori che si rifiutano di vendere prodotti pericolosi al pubblico, pensionati compresi? Non ci hanno nemmeno provato».
Quanto alle recenti dichiarazioni rese in commissione Finanze alla Camera da Carmelo Barbagallo, capo della Vigilanza di Bankitalia, il giudizio è ancora più netto: «Il balletto di responsabilità con la Commissione europea per l'introduzione del bail-in è una frottola», conclude Lannutti. «Per anni ci hanno detto che le banche italiane avevano i costi più alti d'Europa perché erano sicure. Bankitalia e Consob ci hanno sempre rassicurato sulla loro solidità. E un giorno ci siamo svegliati nella tragedia. Ma noi li perseguiremo, non gli daremo tregua. Fino alla tomba».

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