Cina, i pasticci del governo in Borsa

Prima sintonia con gli speculatori. Poi divieto di vendita, svalutazione dello yuan e blocco del listino. Pechino si muove in modo opaco. E chi può scappa.

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09 Gennaio 2016

La borsa di Shanghai.

(© Getty Images) La borsa di Shanghai.

Qui a Shanghai – dove i leader del Partito comunista (Pcc) dicevano che la Borsa era l’ultima tappa di una rivoluzione che avrebbe portato all’equità sociale – gli speculatori si sentivano a casa. La banca centrale che immetteva centinaia di migliaia di miliardi di yuan per finanziare acquisti di titoli allo scoperto, bassa tassazione sulle plusvalenze, un numero di trader via via superiore agli stessi iscritti al Pcc.
FINITA LA SINTONIA CON GLI SPECULATORI. Ma qualcosa negli ultimi giorni è cambiato. E cioè quel rapporto di mutuo assistenza (guadagni facili da un lato, finanziamento dei consumi locali) che ha portato la Borsa di Shanghai a crescere nella seconda metà del 2015 del 150%, e che è rimasto saldo anche quando le autorità del Paese hanno iniettato oltre 200 miliardi di dollari per circoscrivere il crack finanziario.
«La Cina non comunica le sue intenzioni politiche in modo chiaro», ha dichiarato Sue Trinh, responsabile della strategia per l'Asia cambi nella filiale di Hong Kong di Royal Bank of Canada. «È deludente quanto la loro politica di comunicazione sia scarsa in termini di  a trasparenza».
CAPITALI STRANIERI IN FUGA. Se nella mattina del 7 gennaio il listino principe del Paese ha potuto fare contrattazioni soltanto per 28 minuti, è perché tutti i grandi investitori mondiali stanno scappando dalla Cina.
Non si fidano più del governo di Pechino, che per frenare la rabbia dei suoi concittadini (molti scendono nelle piazze per protestare contro le grosse perdite subite) è intervenuto senza troppe remore verso i capitali stranieri.
IL RISCHIO CONTAGIO PER IL MONDO. George Soros, il principe degli speculatori, vede nella crisi cinese la molla che può far scoppiare una crisi delle stesse dimensioni di quella del 2008, «anche perché Pechino sta scaricando sul mondo i suoi problemi», spiega.
Si svaluta la moneta per rendere competitive le esportazioni, si taglia la liquidità, si favoriscono i riacquisti in Borsa dei potentati finanziari locali e, cosa che spaventa l’America, si riduce l’esposizione sul debito sovrano straniero.

Nuove regole per bloccare le vendite: gli azionisti in un vicolo cieco

Borse cinesi sospese giovedì 7 gennaio per eccesso di ribasso.

(© Ansa) Borse cinesi sospese giovedì 7 gennaio per eccesso di ribasso.

Proprio la giornata di mercoledì 6 gennaio rischia di passare alla storia, perché le autorità monetarie cinesi hanno deciso di svalutare lo yuan oltre la soglia del 6%, il limite implicito al quale il mercato si era abituato.
ACCUSE DI OPACITÀ ALLE ISTITUZIONI. Il tutto nonostante Pechino abbia giocato tanto sulla sua moneta, tanto da aver ridotto in un solo mese (da novembre a dicembre) di 108 miliardi di dollari il valore delle sue riserve estere.
Per gli operatori l’ex Impero Celeste gioca sporco e non rispetta il bon ton finanziario. Considerazione confermata anche dopo aver letto un editoriale sul sito della People Bank of China, dove si giura e si spergiura che «la Cina non ha bisogno di una svalutazione competitiva della moneta per stimolare l'esportazione e stabilizzare la crescita».
VIETATA LA SOSPENSIONE DEI LISTINI. Ma ancora meno piace la rigidità con la quale il Paese ha affrontato il crollo delle Borse. Soltanto dopo le pressioni più disparate la Consob cinese, la China Securities Regulatory Commission, ha deciso di congelare il meccanismo che impone il blocco automatico, quando i listini cadono oltre il 7%.
Questo sistema infatti aumenta il panico tra i risparmiatori e non dà il tempo ai grandi investitori di coprire con gli acquisti le perdite, favorendo operazioni di rastrellamento a sconto. Senza contare che sistemi di circuit breaker come quello cinese negli Usa scatta quando le perdite superano il 20%.
IL NUOVO BLOCCO DELLE VENDITE. Nelle stesse ore nelle quali Pechino sospendeva il meccanismo di blocco, la sua autorità borsistica annunciava però nuove regole restrittive per limitare le vendite dei grandi soci: confermato il blocco di sei mesi (quello che ha dato il via al crollo di lunedì 4 gennaio) alla cessione di pacchetti azionari per i manager, ai quali si aggiunge dal 9 gennaio il divieto a mettere sul mercato più dell'1% del capitale di una società quotata ogni tre mesi.
Una scelta che ha spinto Alberto Forchielli, fondatore del Fondo Mandarin, a commentare: «È folle. I regolatori cinesi hanno imboccato questa via a luglio e ora non riescono più a uscirne. Stanno compromettendo ogni briciola di fiducia che gli investitori possono avere nel mercato». E senza fiducia non resta che scappare.

 

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