Deutsche Bank, il tallone d'Achille di Schaeuble

Berlino finora è riuscita a sottrarre le sue banche alla vigilanza dell'Eurotower. Ma Deutsche Bank può riportarle sotto la lente. E rovinare i piani del ministro.

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15 Febbraio 2016

Wolfgang Schaeuble e Pier Carlo Padoan.

(© Ansa) Wolfgang Schaeuble e Pier Carlo Padoan.

Se un uomo come Wolfgang Schaeuble interviene tre volte nel giro di pochi giorni per difendere la prima banca tedesca, Deutsche Bank, reduce da un mese in cui i titoli hanno perso il 30% del loro valore, è perché la posta in gioco è alta. E va ben oltre i mercati.
Investe direttamente i palazzi del Reichstag, il Palais Berlaymont di Bruxelles e, ovviamente, la torre della Banca centrale europea che svetta su Francoforte.
STRESS TEST SQUILIBRATI. A un anno di distanza gli stress test della Bce iniziano a essere rimessi in discussione.
«Secondo i miei calcoli», spiega a Lettera43.it Frances Coppola, analista americana che scrive su Forbes e New York Times, «Deutsche Bank non avrebbe passato lo stress test».
L'esame della Bce ha preso in esame crediti deteriorati, i famosi non performing loans, e anche gli attivi illiquidi, quelli per cui non c'è un mercato, come i derivati che sono di difficile valutazione e sono calcolati con modelli interni alle banche, diversi dall'una all'altra. E però la Bce, dice Coppola «si è concentrata molto di più sui primi che sui secondi».
TOO BIG TO MANAGE. Secondo Coppola, la crisi dell'istituto tedesco non viene soltanto dai derivati (quelli ad alto rischio sono aumentati nell'ultimo anno a 32  miliardi di euro, su un patrimonio di 65) e dalle circa 6 mila cause legali in corso per cui sono stati accantonati oltre 2 miliardi dei 6,8 miliardi di perdite annunciati a fine gennaio.
Già ad aprile del 2015 l'analista spiegava su Forbes che Db era non solo too big to fail, ma anche too big to manage, troppo grande per essere governata, dando i rendimenti che si aspettano gli investitori.
Ma un piano per cedere le attività di retail e trasformarsi in una pura banca di investimento, secondo Reuters, sarebbe stato accantonato proprio dopo l'esame Bce: con lo scorporo il gruppo avrebbe fallito il test.
ESPOSIZIONE IN SECONDO PIANO. L'Asset Quality Review, l'esame con cui l'Eurotower scandaglia gli attivi delle banche, lamentano fonti finanziarie italiane, «prende in esame la categoria di rischio dei diversi prodotti a bilancio e non il rischio correlato all'ampiezza dell'esposizione di un istituto».
Il risultato complessivo sarebbe un'analisi più favorevole a banche come Deutsche Bank, ma anche come la francese Société Générale.

Berlino e il salvataggio del marchio Deutsche Bank

La sede di Deutsche Bank.

(© GettyImages) La sede di Deutsche Bank.

Con le nuove regole sul bail-in, molte banche hanno emesso obbligazioni subordinate a più alto rischio convertibili in azioni per poter far fronte nel momento dell'emergenza alla ricapitalizzazione.
Ed è contro questi titoli di Deutsche Bank che il mercato sta scommettendo, credendo dunque alla necessità di un aumento di capitale che finora la banca ha considerato non fondamentale.
Per tranquillizzare gli investitori il 12 febbraio la banca ha annunciato un piano di riacquisto di obbligazioni per 5 miliardi di euro che sta facendo brindare le Borse. E il 15 febbraio l'agenzia Moody's, che aveva tagliato il rating alle obbligazioni della banca, ha rassicurato: «Deutsche Bank è in grado di ripagare le cedole in scadenza ad aprile 2016 e nel 2017».
UNA QUESTIONE POLITICA. L'incubo per Berlino è che si tratti di una fase e che il mercato torni a punire la banca nonostante i fondamentali risultino solidi.
Un meccanismo da profezia che si autovvera che ha colpito anche le banche italiane ma che Schaeuble ha mostrato di mal digerire: «I mercati», aveva avvertito, «stanno esagerando». 
E qui arriva la questione politica, perché Deutsche Bank è un marchio tedesco, il veicolo di reinvestimento del surplus di Berlino.
Il governo è già intervenuto per salvarla. E, come ha dichiarato un politico della Cdu, sarebbe pronta a intervenire ancora.
50 MILIARDI IN FUMO. La Germania ha speso più degli Stati Uniti per salvare le sue banche durante la crisi finanziaria.
Secondo i dati dello stesso governo tedesco e della Commissione europea, dal portafoglio di Wolfgang Schaeuble e di Angela Merkel sono usciti 259 miliardi, più 646 miliardi di garanzie, e di questi 50 miliardi sono stati perduti a spese dei contribuenti.
L'Italia che adesso fa i conti con 80 miliardi di euro di sofferenze allora ne spese 15, prestati peraltro a titolo oneroso. Berlino evitò anche di mettere gli aiuti a bilancio, al punto da costringere l'Eurostat a intervenire obbligandola a conteggiarli nel debito.
LA CESSIONE DI POSTBANK. Oltre agli aiuti a fondo perduto, poi, la Germania rimpolpò i patrimoni degli istituti di credito attraverso agenzie a partecipazione pubblica.
Deutsche Post, le Poste tedesche, cedettero il loro servizio bancario Postbank a Deutsche Bank, allora definita dall'ex numero uno dell'Fmi, Simon Johnson, il «maggiore giocatore al casinò finanziario internazionale».
Da allora è cambiato (quasi) tutto. L'Ue ha avviato il processo di Unione bancaria, è stata approvata la direttiva del bail-in. E la Germania, con la sua abilità politica nel proteggere l'interesse nazionale, è riuscita a portare a casa risultati sorprendenti a favore del suo sistema bancario.

La Germania tenta di sottrarsi al controllo della Bce

Matteo Renzi e, sullo sfondo, Mario Draghi.

(© GettyImages) Matteo Renzi e, sullo sfondo, Mario Draghi.

L'architettura dell'Unione bancaria negoziata a Bruxelles mette sotto la vigilanza dell'Eurotower solo gli istituti di credito che hanno almeno 30 miliardi di asset, escludendo di fatto la maggioranza delle banche tedesche.
Il 22% del credito all'industria tedesca arriva dalle casse di risparmio. Le Sparkassen sono oltre 400, ma grazie a una particolare governance - la garanzia ai depositi bancari è fondata sul mutuo soccorso (volontario) tra gli istituti e non esiste una capogruppo - solo una, quella di Amburgo, è sotto la vigilanza Ue.
Un altro 21% del credito arriva dalle Volksbanken, a partecipazione e garanzia pubblica. Il resto dalle Landeskasse, per metà partecipate dai Lander e per l'altra metà dalle stesse Sparkassen.
CONCESSIONI MINIME. La Germania è riuscita anche a promuovere Sabine Lautenschlager, ex numero due della Bundesbank ed ex direttore generale della Baffin, la vigilanza tedesca, a un doppio ruolo: responsabile per la vigilanza bancaria nel Comitato esecutivo della Bce e vice presidente del Single supervisory mechanism, la nuova vigilanza unica sui rischi sistemici.
Eppure Schaeuble ha nel cassetto un progetto di legge che, secondo la Bce, rischia di rafforzare «il patchwork che ha causato la crisi».
A settembre, la Banca centrale europea ha scritto al ministro per criticare una riforma che avrebbe rimesso la vigilanza sugli istituti tedeschi nelle mani del suo dicastero, costringendo la Bce ad applicare le norme decise a Berlino.
I tedeschi hanno modificato le norme ma, secondo Bloombergle concessioni sarebbero minime.
GLI INTERESSI DELL'ITALIA. Come si spiega un tale tentativo? Una delle ipotesi che circola negli ambienti finanziari italiani è che a Berlino abbiano paura che il terzo pilastro, il fondo di garanzia unico dei depositi a cui Schaeuble ha ripetutamente posto il veto, possa riportare il sistema, piuttosto opaco, delle banche territoriali tedesche sotto la lente della Bce.
Le assimetrie con la trasformazione accelerata imposta al tessuto bancario italiano sono evidenti.
E in questo scenario il caso Deutsche Bank può diventare il tallone d'Achille del ministro.
Se la tempesta sulla prima banca tedesca, messa alla prova proprio dalle nuove regole del bail-in, dovesse continuare, ragionano fonti finanziarie, l'Italia «deve soprattutto vigilare».
L'istituto di Francoforte può essere la cartina di tornasole della politica generale sulle banche. Quella che oggi Roma ha un disperato bisogno di ridiscutere.

 

Twitter @GioFaggionato

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fabio99 15/feb/2016 | 21 :36

chi deve pagare il conto
E' tempo che dopo gli scandali sulle emissioni inquinanti delle autovetture
prodotte dalle sue Industrie e dell'opportunismo " senza freni" per far sopravvivere un sistema bancario interno " anormale" , che alla Germania vengano applicate le stesse condizioni di altri Paesi Ue per queste situazioni, senza sconti.
Saluti
Cordialmente

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