Fintech, la finanza tecnologica che minaccia le banche

Dai servizi ai prestiti tra privati: il modello Uber contagia il mondo del credito.

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21 Marzo 2016

Dopo i taxi, tocca alle banche.
La disruption digitale introdotta dalle fintech – le tecnologie per la finanza – promette di mandare in soffitta il vecchio mondo dei servizi finanziari, superando la mediazione degli istituti tradizionali soprattutto in un settore, quello del credito, che è – o meglio, dovrebbe essere – la principale attività delle banche.
IL MODELLO UBER SULLA FINANZA. La fetta di mercato conquistata finora dalle startup che lavorano su modelli alternativi, e a prezzi più convenienti, di raccolta e prestito di denaro – il cosiddetto peer-to-peer lending – non è ancora tale da competere con i grandi colossi, ma la crescita è costante e preoccupa i banchieri. Il Wall Street Journal l’ha definita l’“uberizzazione” della finanza. E di ritorno da un viaggio nella Silicon Valley, nel novembre scorso, Antony Jenkins, ex amministratore delegato di Barclays, ha messo in guardia i suoi colleghi: nei prossimi anni la rivoluzione delle fintech potrebbe portare a una riduzione del personale delle banche del 50% e degli utili di alcuni comparti addirittura del 60%.
I marchi che spaventano i giganti si chiamano Square, piattaforma per i pagamenti online, Zopa, TransferWise, Nutmeg, che si occupa di gestione dei patrimoni, Lending Club, una startup di San Francisco nata nel 2006 e specializzata in peer-to-peer lending (la piattaforma permette a singoli cittadini o gruppi di finanziare altri privati o piccole aziende), che si è quotata in Borsa alla fine del 2014, ma ha visto poi ridursi il valore della propria capitalizzazione, o ancora Prosper o Funding Circle.
INVESTIMENTI NEL SETTORE PER 12 MILIARDI. Nel variegato mondo delle imprese che lavorano con le fintech, e che offrono servizi diversi – dai pagamenti online alla gestione dei patrimoni alla consulenza sugli investimenti – il settore dei prestiti tra pari è quello in maggiore ascesa. E a beneficiare della disintermediazione sono soprattutto le piccole e medie aziende, dice uno studio del World Economic Forum (Wef) pubblicato a ottobre 2015.
«Gli investimenti globali nel settore fintech sono più che triplicati nel 2014» toccando quota «12 miliardi di dollari», si legge nel paper.
Di questi, il «27% è andato in prestiti al consumo e il 16% in prestiti alle aziende».
Per le piccole e medie imprese, le più sacrificate dai grandi istituti dopo la crisi del 2008, il peer-to-peer potrebbe rappresentare una svolta, dice il Wef.
PER LE PMI CIRCA 70 MILIARDI DI EURO. La massa di denaro che questa industria emergente muove in direzione delle Pmi (tra i 60 e i 70 miliardi di dollari nel 2014, secondo il Wef) è ancora limitata rispetto a quella delle banche tradizionali (da 14 a 18 trilioni di dollari), ma è in costante crescita negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Cina (in Italia il settore è regolato da norme più stringenti). Il mercato della finanza alternativa si sta espandendo anche in Africa, per la verità già laboratorio, da diversi anni, di numerose sperimentazioni su servizi che consentono i pagamenti via telefonino – il più noto e di successo è M-Pesa – o che si occupano di online e mobile banking. «In Kenya, Ghana, Tanzania e Zambia, gli investitori hanno cominciato a prestare denaro a piccole e medie imprese», anche partendo da cifre molto basse come 100 dollari, spiega il Wef. «Nell’Africa francofona, Microcred è tra i pionieri». Ma l’espansione è globale. Tra i «60 e gli 80 Paesi nel mondo hanno oggi almeno una piattaforma di prestito marketplace o ne stanno per avere una».
 

Questo articolo è un estratto del numero di Pagina99 in edicola fino al 26 marzo, il cui servizio di copertina è dedicato alle banche e alle loro disfunzioni: Dalla Bce piove denaro, ecco perché rimane chiuso nei caveau.
 

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