G20 Shanghai, allarme Brexit, Cina e rifugiati

L'eventuale uscita dall'Ue di Londra, il crollo del petrolio e la crisi dei migranti preoccupano i Venti.

27 Febbraio 2016

(© Ansa)

Crollo del petrolio, fuga di capitali dalla Cina, tensioni geopolitiche, crisi dei rifugiati nel Mediterraneo e l'eventuale «Brexit»  che sarebbe uno «choc» per l'economia globale.
Sono queste le incognite evidenziate dal G20 di Shanghai.
Accanto alle dichiarazioni rassicuranti, infatti, è lo stesso comunicato finale dei Venti a riconoscere che «ci sono preoccupazioni crescenti per il rischio di un'ulteriore revisione al ribasso delle prospettive economiche globali».
IL RITORNO DELLA SPESA PUBBLICA. Non è un caso che proprio dalla città modello della corsa cinese ora in frenata, ministri e governatori delle grandi economie abbiano dovuto evocare l'ultimo baluardo della crescita, la spesa pubblica, come deterrente per i rischi che spuntano un po' ovunque.
«La ripresa globale continua», recita il comunicato che sottolinea però è «al di sotto di quanto vorremmo».
OTTIMISMO ITALIANO. Più ottimisti gli italiani che vedono il bicchiere mezzo pieno. «La crescita continua», afferma il ministro delle Finanze italiano Pier Carlo Padoan. «C'è stata una revisione del pessimismo che c'era all'inizio», gli fa eco il governatore di Bankitalia Ignazio Visco.
Ma i rischi restano. 
È stata la stessa Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, a riconoscere che questo G20 è arrivato «in un momento in cui l'incertezza e le aumentate pressioni al ribasso potrebbero mettere a rischio la ripresa economica globale».
ALLARME DEBITO. Una osservazione che non stupisce visto che il debito mondiale, innesco della grande crisi del 2009, è nel frattempo lievitato a nuovi record. E perché la crescita è avvenuta anche al costo di politiche espansive delle banche centrali senza precedenti, che potrebbero lasciare i rispettivi governatori con poche cartucce.
«Useremo tutti gli strumenti, monetario, di bilancio e strutturale (riforme) - individualmente e collettivamente - per raggiungere l'obiettivo» di rafforzare la ripresa, promettono i Venti. Con tassi d'interesse ormai negativi in Paesi che rappresentano ormai quasi la metà del Pil del G20, è chiaro che le banche centrali stanno facendo molto.
OCCHI SULLA BCE. La Bce di Mario Draghi (che a Shanghai non ha concesso uscite pubbliche) dovrebbe annunciare una revisione del piano d'acquisto di titoli di Stato il 10 marzo; la Fed sta già facendo dietrofront sui rialzi dei tassi messi in calendario per quest'anno; la Banca centrale cinese promette (pressata dagli Usa) di agire ma senza fare svalutazioni competitive; il Giappone è non solo in iper-espansione monetaria ma sta anche facendo svalutazioni competitive così plateali da far ammettere al presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem che «c'è qualche preoccupazione».
RIFORME RALLENTATE. Se è difficile evitare fughe in avanti delle banche centrali, non è facile neanche coordinare i governi: il Fmi e l'Ocse non hanno nascosto delusione per il rallentamento sul piano delle riforme strutturali. E poi c'è l'impegno per una «politica di bilancio flessibile» per una spesa pubblica favorevole alla crescita incentrata sugli investimenti. Laddove ci sono margini di bilancio, l'intesa è usarli per la crescita, spiega Padoan.
Salvo poi procedere in ordine sparso, con Londra che annuncia tagli, Tokyo che aumenta l'iva, e Berlino che frena sia sull'interventismo della Bce che sulla disponibilità a finanziare la ripresa (non c'è una vera e propria crisi, garantisce il ministro delle Finanze Schäuble) allentando il risanamento dei conti pubblici.

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