Germania, cresce il fronte dei nemici della Merkel

Frauke Petry la piccona da destra. Juncker la osteggia in Ue. La Cdu si è divisa. E la Bundesbank le chiede più rigore. Così la Cancelliera si scopre debole.

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20 Marzo 2016

Angela Merkel.

(© GettyImages) Angela Merkel.

Fossero tutti come Peer Steinbrück, i nemici, per Angela, sarebbero i migliori alleati.
Dieci giorni prima del voto che ha “sdoganato” elettoralmente al AfD, il leader socialdemocratico ha bruciato le sue pochissime chance di succedere alla cancelliera.
Gli è bastato essere ritratto sul magazine della Suddeutche Zeitung mostrando il dito medio.
Per la cronaca, stava partecipando alla cosiddetta “intervista visiva” dell’inserto, stava rispondendo alla domanda su come si sentiva quando lo chiamavano “Peerlusconi”. 
EROSIONE DI CONSENSO. Ma a differenza sua, ogni giorno che passa, Frauke Petry, Jens Weidmann, Jens Spahn o Jean-Claude Junker non perdono occasione per erodere consensi o potere d’interdizione alla donna più potente d’Europa.
Ecco tutti i nemici della Cancelliera, sempre più isolata in casa sua e sempre più debole in Europa.    

Frauke: l’altra ragazza dell’Est che le ha già tolto consensi 

Frauke Petry.

(© Ansa) Frauke Petry.

Da domenica 13 marzo 2016, almeno a livello mediatico, Frauke Petry guida il fronte dei nemici della Merkel.
La leader di Alternative fuer Deutschland ha appena portato il partito estremista alla vittoria in tre Länder (Baden-Württemberg, Renania-Palatinato e Sassonia-Anhalt).
BENESSERE A RISCHIO. Ma l’ex ragazza dell’Est (Frauke come Petry proviene dalla Ddr) ha saputo meglio di altri rappresentare le paura dei tedeschi che dopo i record del 2015 (debito zero, occupazione e surplus commerciale da quasi 19 miliardi) difficilmente manterranno lo stesso benessere anche nei prossimi anni.
FRONTIERE NEL MIRINO. Per questo hanno votato un partito che, a maggior ragione dopo i fatti di Colonia, si fa forte di una nuova politica sull’immigrazione, dopo che la Merkel ha proposto di accogliere un milione di profughi siriani.
Da qui la proposta di seguire l’esempio di Austria, Ungheria, Slovenia, Slovacchia, Repubblica ceca, Polonia e Croazia per chiudere le frontiere. Proprio quello che non vuole fare Berlino. 

Frizioni nel governo: c'è una fronda dentro la sua Cdu

Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble.

(© GettyImages) Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble.

Nel governo tedesco Angela Merkel si è spesso trovata in antitesi sulle vicende europee con il suo ministro delle Finanze, Wolfang Schäuble.
Ne sa qualcosa Alexis Tsipras, che ha visto sbloccare il salvataggio della Grecia soltanto quando il dossier è arrivato nelle mani della cancelliera. 
Ma il politico bavarese, per qualcuno «un poliziotto cattivo» in una pantomima fatta con il suo superiore per impressionare i partner europei, ha appoggiato il suo premier, quando questi gli ha chiesto di utilizzare tutto il surplus di bilancio per le politiche destinate all’accoglienza dei profughi.
Poi il ministro degli Interni, Thomas de Maizière, è stato a detta di tutti gli esperti «scavalcato» sull’immigrazione dal presidente del Consiglio.
La quale ha però fatto sapere: «Ho bisogno di lui più urgentemente che mai». 
FRIZIONI SUL SALARIO MINIMO. Poca cosa cosa rispetto a quello che succede nel partito cristiano democratico.
Nella Cdu i primi dissidi si sono registrati con l’introduzione del salario minimo. Poi la fronda anticancelliera è cresciuta man mano che il governo apriva sul fronte degli immigrati. 
Il primo a uscire allo scoperto è stato Horst Seehofer, governatore della Baviera.
Il quale, mentre il massimo esponente dei democristiani bavaresi (Schäuble) si appiattiva, rivendicava la «legittima difesa» come risposta all’apertura delle frontiere.
PASSIONARIE E SCERIFFI. Poi fu il momento della passionaria della destra del partito Erika Steiner, che con 34 parlamentari scrisse una lettera per smentire la linea del governo.
Negli ultimi mesi, e ancora più dopo le ultime Amministrative, il beniamino dei giornali è Jens Spahn.
Dopo il voto il vice  ministro ha dichiarato all'Huffington Post tedesco: la Merkel «ha commesso degli errori», che hanno «confuso» gli elettori.
Per poi concludere: «Forse noi, come Cdu, abbiamo spiegato troppo poco e ascoltato troppo poco». 

Juncker: con lui l’Europa dice no alla moral suasion della Cancelliera

Jean-Claude Juncker.

(© Ansa) Jean-Claude Juncker.

La stampa tedesca definisce Matteo Renzi «un avversario» ai tavoli europei.
Ma a ben guardare la leader tedesca, nei vertici a Bruxelles, deve fronteggiare nemici ancora più agguerriti.
All’ultimo Consiglio d’Europa si è scagliata contro tutti i colleghi (Ungheria, Slovenia, Slovacchia, Repubblica ceca, Polonia, Croazia) che hanno chiuso le loro frontiere. 
E se in Germania erano molti quelli che facevano ventilare la riduzione di Schengen a un esclusivo club tra Francia, Austria e Paesi bassi, la Cancelliera ha trattato in proprio con la Turchia un accordo per gestire al meglio la pressione dei profughi.
IN GUERRA CON JEAN-CLAUDE. Se non bastasse, da anni va avanti un guerra sempre più plateale con il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker.
Il lussemburghese è inviso a Berlino da quando ha proposto l’introduzione di emissioni di debito europeo comune oppure ha criticato il monopolio che i tedeschi hanno fatto dell’applicazione del rigore. 
Adesso lui e il maggiore azionista dell’Unione europea litigano sull’introduzione di una garanzia unica sui depositi bancari, sui restringimenti agli ingressi dei profughi o gli investimenti.
Infatti la Commissione chiede alla Merkel di spendere di più e lei, anche per rispettare il dogma del pareggio di bilancio, nicchia. 

Weidmann: il falco delle banche che chiede più rigore

Jens Weidmann, presidente della Bundesbank.

(© Ansa) Jens Weidmann, presidente della Bundesbank.

L’ultima manovra della Banca centrale europea (costo del danaro a interessi zero, tassi negativi sui depositi, ampliamento degli acquisti di titoli di Stato) avrebbe il pieno avallo della Merkel. La quale ha sempre reputato Mario Draghi un tedesco nato per caso a Roma. 
Ma in Germania il banchiere centrale è visto come un commissario liquidatore della stabilità finanziaria dell’euro. E un nemico dei tedeschi. Le potenti Sparkassen già accusano ingenti perdite.
Handelsblatt, il più autorevole quotidiano economico locale, ha bollato la faccenda come «gioco pericoloso con i soldi dei contribuenti tedeschi». Che si salvi l’euro o l’Europa è secondario.
GOVERNO CON POCO CREDITO. Queste posizioni sono le stesse che da mesi ripete Jens Weidmann, non a caso assente all’ultima riunione del board della Bce, quando si è allargato il Quantitative easing (Qe).
Ma il capo della Bundesbank non è meno critico con il governo tedesco. 
Pubblicamente si è scagliato contro le aperture della Merkel a Draghi, vorrebbe un’applicazione capillare del rigore in Europa, che permette alle economie concorrenti della Germania di perdere posizioni sul versante dell’export e alla Germania di rifinanziarsi a interessi zero grazie alla forza del Bund.
Sarebbe stato a lui a frenare la Cancelliera dal fare concessioni sulla garanzia unica ai depositi o sull’estensione della vigilanza della Bce alle Landensbank.
DUBBI DI IMPRESE E SINDACATI. Le banche poi non hanno gradito soprattutto le misure dell’Eurotower che hanno livellato euro e dollaro, facendo assottigliare i loro margini. Politiche che non vedono entusiasti neppure i principali beneficiari, cioè le imprese esportatrici del sistema renano.
Proprio tra la Bdi, la Confindustria locale, e il governo i rapporti sono sempre stati all’insegna della convivenza forzata. 
I primi dissidi tra grandi imprese e governo riguardano l’uscita dal nucleare (mai veramente realizzata) voluta dalla Kanzerlin dopo il disastro di Fukushima del 2011.
Poi, nel settembre del 2015, l’industria non ha gradito il salario minimo, pegno della premier ai socialdemocratici, che ribalta il sistema dei minijobs, vero baluardo Oltrereno contro il costo del lavoro. 
Crescono poi le tensioni dei sindacati dei dipendenti pubblici. I ferrovieri hanno scioperato per quasi una settimana lo scorso anno contro i tagli. Rappresentanti degli insegnati lamentano i picchi di precariati. Ultimi poi a protestare le sigle dei poliziotti: l’eccesso di immigrati rende quasi impossibile il loro lavoro.


Twitter @FrrrrrPacifico

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