Italia, il dato sul Pil avvicina la manovra bis

L'Istat certifica una crescita sotto le attese. E rafforza la posizione dei falchi Ue. Che chiedono a Renzi una correzione dei conti. Già nella primavera del 2016.

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12 Febbraio 2016

Pier Carlo Padoan ha ammesso che avrebbe «preferito un decimale in più rispetto a uno in meno».
In verità quelli mancanti sono due: secondo la stima preliminare dell’Istat, il Pil italiano ha chiuso il 2015 a +0,7% contro il +0,9% previsto dal governo.
Al di là dell’entità del quantum – in fondo la differenza tra le stime e il realizzato è di 3 miliardi di euro, briciole in un Pil che sfiora i 1.700 miliardi – quello che spaventa è la tendenza della crescita: troppo lenta per un Paese con un’economia ancora legata all’industria manifatturiera e con un debito pubblico superiore a 2.200 miliardi di euro.
LO STOP DI JUNCKER ALLA FLESSIBILITÀ. Un dato ancora più preoccupante nel momento in cui l’Europa non ha ancora autorizzato la manovra italiana con le sue – a detta del presidente Jean-Claude Juncker – eccessive richieste di flessibilità, si lamenta della nostra incapacità di assorbire il debito e chiede un avanzo primario superiore al 4%.
I numeri dell’Istat potrebbero creare non pochi problemi nel dialogo a Bruxelles e riportano sotto un’altra luce le riforme fatte in questo biennio dal governo Renzi.
L’istituto di statistica ha comunicato che nel quarto trimestre del 2015 il Pil, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato soltanto dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dell'1% su base annua.
Quel che è peggio è che l’anno appena concluso innesca una spirale molto debole: infatti la variazione acquisita per il 2016 è pari a +0,2%.

 

 

I CONSUMI LANGUONO. Non è certamente una consolazione sapere che era dal 2011 che l’Italia non registrava queste performance. Anche perché l’Istat spiega che nell’ultima parte del 2015 l’industria ha registrato un rallentamento, solo in parte coperto dalle crescita registrati nei settori dell'agricoltura e dei servizi.
Ma più preoccupante è che, finite le scorte, la domanda interna abbia segnato sul Pil un contributo negativo, più che compensato dall'apporto positivo della componente estera netta.
Questo dato rischia di essere ferale per Renzi. Il suo governo, rispetto a quelli di Monti o Letta, ha incentivato in ogni modo la domanda interna, ben sapendo che soltanto un quarto delle nostre imprese riesce ad esportare all’estero: il bonus degli 80 euro, il taglio alla pressione fiscale sotto varie forme (come l’abolizione dell’Imu sulla prima casa), persino gli incentivi alla stabilizzazioni del Jobs Act sono andati tutti in quella direzione. Invece, complice l’allarme terrorismo e il ritorno in deflazione, i consumi languono.
UN DATO CHE RAFFORZA LA COMMISSIONE. Il 2015 ha registrato condizioni uniche per il rilancio (che non è avvenuto): crollo del prezzo del petrolio, allineamento tra dollaro ed euro, costo del danaro a zero e inflazione più che stabile.
Elementi che non riavremo quest’anno, dove soltanto Piazza Affari ha bruciato 70 miliardi e i mercati emergenti hanno smesso di correre, limitando gli acquisti da Europa e Stati Uniti.
Tutti gli analisti concordano che il governo italiano dovrà rivedere al ribasso le sue stime di crescita: Citigroup consiglia di portarle dal +1,3 al +1%.
In quest’ottica sarà ancora più difficile per Renzi chiedere maggiore clemenza in Europa sui conti pubblici.
Il dato del Pil del 2015 rafforza, nella Commissione, i falchi che vorrebbero una correzione dei conti già in primavera.

 

Twitter @FrrrrrPacifico

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