La Borsa cinese fa crac, venti di una nuova crisi globale

Listini asiatici flop. L'Europa brucia 264 miliardi. Wall Street apre come nel 1932. Effetto domino? «Dal 2008 si è cambiato poco», dice il prof Pansa: «Ora è tardi».

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04 Gennaio 2016

Il 4 gennaio 2016 sono crollati gli indici borsistici cinesi trascinando giù le piazze europee e Wall Street in apertura.

(© Ansa) Il 4 gennaio 2016 sono crollati gli indici borsistici cinesi trascinando giù le piazze europee e Wall Street in apertura.

Dalla Cina soffiano nuovi venti di bufera sulle Borse.
Il 5 gennaio, il governo cinese, tramite dei fondi controllati dallo Stato, è intervenuto sui mercati azionari acquistando titoli in maniera massiccia per cercare di riportare la calma dopo il crollo del giorno precedente.
I crolli dei listini asiatici hanno influenzato l'Europa il 4 gennaio, che in una giornata di furibonde vendite ha bruciato 264 miliardi.
Anche per Piazza Affari è stata disastrosa la prima seduta del 2016: l'indice Ftse Mib ha concluso in calo del 3,20% a 20.733 punti, il Ftse All share in ribasso del 3,01% a quota 22.536.
MAI COSÌ MALE DAL 1932. Un lunedì nero per Wall Street, che ha registrato la peggiore apertura dal 1932, con il Dow Jones che è sceso sotto la soglia psicologica dei 17 mila punti, per poi chiudere in negativo (-1,58%) a 17.150,58 punti. Il Nasdaq ha ceduto il 2,08%, il S&P l'1,51%.
Segnali di un contagio mondiale?
«Nessuna meraviglia, ci stiamo avviando verso una nuova crisi globale», afferma lapidario Alessandro Pansa, 53 anni, professore di Finanza alla Luiss ed ex Finmeccanica.
 

  • Alessandro Pansa. © Imagoeconomica


REGOLE NON CAMBIATE. Colpa di un Dragone «drogato e instabile», dice Pansa, ma anche di un sistema bancario che non è cambiato rispetto all'ultimo crac: «Quando c'è una grande recessione come quella del 2008 si tendono a riscrivere le regole per evitare che il disastro possa ripetersi. Invece, al di là delle belle parole, non si è fatto nulla». 
E così i nuovi crolli stanno destabilizzando tutte le economie del mondo.
MALESSERE DI LUNGO PERIODO. Lunedì 4 gennaio, l'indice Shenzhen ha chiuso in calo dell'8,22%, mentre la piazza di Shanghai ha segnato -6,86%.
Hong Kong, a fine seduta, ha ceduto il 2,6%.
Alla riapertura, il giorno seguente, gli indici sono rimasti deboli, nonostante l'intervento statale.
Un malessere di lungo periodo. A scatenare il crollo sono stati i dati deludenti sulla manifattura cinese: l'indice Pmi Caixan è sceso a dicembre a 48,2 per il quinto mese consecutivo dal 48,6 di novembre (la serie negativa più lunga dal 2009) mentre si attendeva una crescita a 48,9, anche se un valore sotto 50 indica comunque una contrazione dell'economia.
STOP AI DIVIETI PER I GRANDI AZIONISTI. Tra le concause anche l'avvicinarsi della fine del divieto per i grandi azionisti delle quotate di vendere le proprie azioni.
La misura era stata imposta da Pechino per frenare la caduta dei listini nel corso dell'estate 2015.


Gli azionisti cinesi venderanno pure titoli quotati su piazze occidentali

Il palazzo sede della Borsa di Milano in Piazza Affari.

(© Ansa) Il palazzo sede della Borsa di Milano in Piazza Affari.

Anche il Vecchio continente deve preoccuparsi?
Secondo Pansa «indubbiamente il manifatturiero cinese sta vivendo una fase di debolezza, ma il problema è strutturale».
Quello di un Paese drogato. «Basta pensare che a Shanghai hanno redditi equiparabili a quelli olandesi, mentre in Tibet sono poverissimi. Le aziende di Stato sono corrotte e in crisi. I mercati sono cattivi, ma non stupidi».
È possibile frenare la spirale di crisi cinese? «Non lo possiamo dire perché il regime è opaco e questo non consente di fare stime».
IL CORTOCIRCUITO CONTINUA. L'instabilità, dunque, potrebbe durare a lungo.
«Con tutta probabilità le piazze cinesi continueranno a vivere una situazione difficile», spiega Pansa, «pertanto gli azionisti cinesi, spaventati, tenderanno a vendere anche titoli quotati su piazze occidentali con conseguenze anche sui nostri listini».
TUTELE ABOLITE NEGLI ANNI 90. Agli occhi dell'economista la crisi borsistica della Cina è solo un segnale, seppure importante, di quella globale.
Il professore ricorda che nel 1934, cinque anni dopo il crac di Wall Street del 1929, il governo degli Stati Uniti emanò il Glass-Steagall Act, una legge che separava le attività della banca commerciale da quelle di investimento.
La norma, che è stata poi da esempio anche per altri Paesi, è stata abolita dall'amministrazione Clinton negli Anni 90.
«È così che oggi, su 950 trilioni di dollari di attività finanziarie mondiali, 250-270 trilioni sono collegate al mondo produttivo, circa 700 sono derivati e subprime».
LA FINANZA SCHIACCIA LA PRODUTTIVITÀ. Il grande accusato è quindi il mondo della finanza, reo di «governare l'industria a scapito dell'attività produttiva» che secondo Pansa avrebbe anche una forte capacità di condizionare i governi nazionali.
In Europa, per esempio, Deutsche Bank è molto refrattaria a separare le sue attività finanziarie da quelle creditizie.
La conseguenza pratica è che «si stanno riempiendo le banche di prodotti tossici, esattamente come è avvenuto nel caso di Banca Etruria». 
«AVEVAMO TEMPO PER INTERVENIRE...». Siamo ancora in tempo per disinnescare la bomba?
«Abbiamo avuto almeno sette-otto anni per intervenire, ma non lo si è fatto», conclude il professore, «direi che ormai non c'è più molto margine. Al giorno d'oggi le tecnologie accelerano tutto e le velocità sono supersoniche». 


Twitter @PierLuigiCara

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