SCANDALO

La voragine nei conti di Deutsche Bank

Nel mirino di Stati Uniti e della Consob tedesca. Perquisita dalla polizia e invischiata nel buco Mps.
E ora anche in profondo rosso.

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31 Gennaio 2013

La Consob americana e tedesca alle costole, per speculazioni con mutui, tassi d'interesse e derivati. La Bundespolizei negli uffici, per sospetto di frodi fiscali e riciclaggio. Infine, un buco gigante di quasi 3 miliardi di dollari (2,2 miliardi di euro) in perdite appurate, solo nell'ultimo trimestre del 2012.
Se le rivelazioni alla Sec (l'autorità di controllo sulle società del governo americano) di tre dipendenti silurati si dimostrassero vere, potrebbe essere la punta dell'iceberg di un rosso abissale mascherato negli anni, pari a oltre 12 miliardi di dollari.
La Deutsche Bank, il maggiore gruppo bancario dell'Unione europea, resta un monolite della finanza in Germania. Ma è sempre meno difendibile e intoccabile, anche dagli inquirenti di Berlino. E non solo per il maxi-derivato Santorini da 1,5 miliardi di euro, disegnato su misura nel 2008 per il Monte dei Paschi di Siena, così da coprire - speculandoci sopra - i bond in pancia all'istituto toscano.
NEL MIRINO DEGLI USA. I primi a incriminare la storica banca tedesca, dalla gestione sempre più americana, sono stati il Tesoro e le autorità di vigilanza degli Usa. Mastini con cui il colosso finanziario ha patteggiato multe miliardarie, ammettendo frodi fiscali e speculazioni sul mercato immobiliare statunitense, esploso poi nel 2007 con la bolla dei mutui sub-prime (quelli cioè forniti senza sufficienti garanzie).
In collaborazione con la Financial services autority (Fsa) inglese, su Deutsche Bank indaga anche il Fbi, per far luce sulla manipolazione internazionale del Libor, il tasso medio d'interesse cui le banche si prestano denaro sulla piazza di Londra. Uno scandalo gemello a quello dell'Euribor (il tasso interbancario in euro), per il quale, a gennaio 2013, anche l'autorità di controllo finanziaria tedesca Bafin ha ordinato approfondimenti verso l'istituto di credito di Francoforte.

Si indaga per riciclaggio, frode sui derivati e manipolazione dei mercati

Nel mirino degli investigatori c'è il tandem dei super-capi: lo squalo Anshu Jain, cresciuto nel quartier generale londinese dell'investment banking di Deutsche Bank, e il braccio destro Jürgen Fitschen, trait d'union con i poteri forti della Germania.
Entrambi in forze dell'istituto dopo l'uscita di scena, nel maggio 2012, dell'ex chief executive Josef Ackermann, i due boss negano la diretta responsabilità nelle irregolarità del gruppo. Attribuite invece, nelle indagini interne a trader e top manager ingordi e spericolati.
In realtà, a detta delle gole profonde e a giudicare dai nulla osta rilasciati dalla Commissione sui rischi globali del mercato di Deutsche Bank, almeno per il pacchetto Santorini, i vertici non potevano non essere a conoscenza delle manovre spregiudicate dei loro uomini.
IL BLITZ DELLA POLIZIA. Di questo sembrano esserne convinti anche gli inquirenti tedeschi. Sotto inchiesta in Germania - ma anche dal tribunale di Milano per un contratto con il Comune - per la vendita di pacchetti creativi e rischiosi di derivati sui tassi d'interesse swap a enti e aziende, diverse procure scavano per risalire al coinvolgimento dei piani alti dell'istituto in operazioni illecite.
A dicembre 2012, con uno spettacolare blitz, 500 agenti della polizia federale e tributaria hanno rastrellato gli uffici delle torri gemelle di Francoforte e le sedi periferiche di Berlino e Düsseldorf, disponendo cinque ordini di arresto, per un totale di 25 indagati per frode fiscale e riciclaggio, tra i quali spiccano il nome di Fitschen e di quello del responsabile finanziario del board Stefan Krause.
FRODE SULLE EMISSIONI. I reati sotto la lente dei magistrati risalgono a una falsa dichiarazione al fisco tedesco del 2009, per una truffa di oltre 230 milioni di euro, con il traffico internazionale di certificati dei titoli sulle emissioni di anidride carbonica.
Un anno prima, i poliziotti tedeschi avevano setacciato la stanza del dimissionario Ackermann, spediti in quel caso dai procuratori di Monaco di Baviera che indagano sulla bancarotta del gruppo Kirch. Un vecchia storia di coperture, nella quale i vertici del colosso bancario sono accusati di falsa testimonianza e corresponsabilità nel crac.

Una montagna di «collaterali» per coprire i buchi di bilancio

Se la cessione a caro prezzo (6 miliardi di euro), nel febbraio 2012, delle filiali della Deutsche Post al gruppo di Francoforte ricorda l'acquisto salato del Monte dei Paschi di Antonveneta, ha fatto scalpore anche la notizia della voragine di perdite di 2,17 miliardi di euro, a bilancio negli ultimi tre mesi del 2012.
Certo, il rosso era atteso, sia per la crisi sia per le spese legali e le multe dei vari processi giudiziari. Ma è l'importo record del buco (nel quarto trimestre del 2011 limitato a 351 milioni di euro) e il dato che anche i profitti dell'istituto siano risultati al ribasso di oltre 2,5 miliardi di euro a spaventare gli analisti.
VIA 1.400 POSTI DI LAVORO. All'orizzonte, per Deutsche Bank si profila una sforbiciata di 1.400 posti di lavoro e una riduzione, fino al 2015, di 4,5 miliardi di costi annuali. In vista della pesante ristrutturazione, i circa 25 mila dipendenti tedeschi hanno dovuto rinunciare all'atteso aumento di stipendio.
Peccato che negli stessi giorni le cronache internazionali riferissero di 500 milioni di euro di utili, accumulati nel 2008 attraverso operazioni su tassi d'interesse come il Libor. Dai documenti interni, consegnati al Wall Street Journal da un ex dipendente della banca, non c'è prova che i soldi siano frutto di manipolazioni illecite. Ma certo i margini di guadagno nel comparto - e le possibili perdite - sono ampi.
Tra i lavoratori, comprensibilmente, ribolle il malcontento per la gestione disinvolta del gruppo. Con gli scandali sui bond della morte e su altri derivati ad alto rischio, venduti nelle filiali ai clienti tedeschi, anche tra i correntisti il crollo di fiducia verso Deutsche Bank era stato enorme.
VATICANO, ALLARME RICICLAGGIO. Per l'indagato Fitschen, la responsabilità del colpo all'immagine è tutta delle perquisizioni «disastrose». Ma continuare a nascondere la testa sotto la sabbia potrebbe portare all'implosione di un colosso, cresciuto oltre misura con le acrobazie della finanza.
Troppi occhi sorvegliano la Deutsche Bank. A Roma, Bankitalia vigila anche su un sospetto flusso di riciclaggio in Vaticano, attraverso pagamenti elettronici su bancomat e conti del gruppo tedesco. In Germania, incalzato da Bruxelles e dall'Eba (l'Autorità bancaria di vigilanza), il governo studia come risanare il sistema bancario. Spesso infarcito - come la storia di Deutsche Bank dimostra - di titoli tossici e conti truccati, attraverso una mole di «operazioni collaterali».
Citando tutte le inchieste, lo Spiegel ha chiamato questo castello di carta (e di miliardi volatilizzati) «il lato oscuro della Deutsche Bank». Che la misura, anche per la prima banca d'Europa, sia colma?

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