Perché Renzi e le sue politiche sono nemici della Borsa

Il premier invita a investire in Borsa. Ma il suo governo favorisce le rendite. Tassando i risparmi. E avvantaggiando i possessori di obbligazioni pubbliche.

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05 Gennaio 2016

Matteo Renzi in occasione del debutto di Ferrari in Piazza Affari.

(© Ansa) Matteo Renzi in occasione del debutto di Ferrari in Piazza Affari.

«La quotazione in Borsa deve diventare sempre più un elemento di forza e di trasparenza», ha detto a Piazza Affari Matteo Renzi, l’uomo passato alla storia per la più pesante patrimoniale sul risparmio che il Paese ricordi.
A margine dell’Ipo di Ferrari il premier ha fatto di tutto per apparire il politico più market friendly della storia italiana.
Alla stregua di Margareth Thatcher che nel 1986, con il Big Bang Act, varò la grande deregulation borsista.
O di Bill Clinton che nel 1999 cancellò la storica legge Glass-Steagall del 1933 e la separazione tra banche e società d’investimento, mettendo le basi alla crisi che sarebbe scoppiata meno di 10 anni dopo.
ITALIANI ALLONTANATI. Peccato che il suo governo - come i suoi predecessori, da Silvio Berlusconi in poi - abbia fatto di tutto per allontanare gli italiani dal listino milanese.
Proprio nel 2014 il premier per finanziare il bonus da 80 euro mandò questo messaggio: togliere ai ricchi speculatori per dare ai più poveri.
ALIQUOTA SUI RISPARMI AL 26%. Infatti il suo governo si presentò ai mercati portando l’aliquota della cedolare secca sui risparmi dal 20 al 26%, da applicare sulle plusvalenze su dividendi di azioni e cedole di obbligazioni private.
Tre anni prima era stato invece Mario Monti a portare la stessa aliquota dal 12,5% al 20, motivandola come uno strumento di equità e un muro ai guadagni facili.
Come quelli dei grandi manager, che si facevano pagare in azioni e vedevano tassati i guadagni un terzo di quanto accadeva con i redditi dei lavori.
UNA STORTURA ALLA BASE. Ma dietro le scelte di Renzi o di Monti c’era, e c’è, una pericolosa stortura, che ha stravolto non poco il mercato.
Ricorda Alberto Foà, gestore e presidente della Sgr AcomeA: «Dal governo dell’ex rettore della Bocconi in poi si è garantito un trattamento di vantaggio (l’aliquota applicata è del 12,5%, ndr) ai possessori di obbligazioni pubbliche. Indipendentemente che si comprino Btp o titoli di Stato estero. E non mi si venga a dire che si vuole rendere più sostenibile il nostro debito sovrano, perché l’esposizione dei risparmiatori italiani su questi prodotti è minima».
Sulle azioni di aziende italiane, invece, si paga il 26% sul capital gain.
PIAZZA AFFARI CENERENTOLA. Forse anche per questo Piazza Affari con i suoi 567,7 miliardi di capitalizzazione è la cenerentola tra i listini del G20.
La controllante Londra vale quasi quattro volte di più.
E la cosa non è secondaria in una fase storica nella quale sia il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, sia il ministero dell’Economia, Pier Carlo Padoan, consigliano alle imprese di non andare in banca per chiedere prestiti, ma di finanziarsi sul mercato quotandosi o con emissioni obbligazionarie per crescere o accrescere la propria competitività.

Tra vivere di rendita e investire, meglio la prima strada...

L'ingresso della Borsa di Milano.

(© Imagoeconomica) L'ingresso della Borsa di Milano.

Gli effetti sull’economia sono molto profondi.
«I soggetti che pagano le tasse in bilancio», aggiunge Foà, «pagano la cosa. Se con un titolo di Stato guadagno 100, terrò per me al netto delle tasse 87,5. Se invece punto su un’obbligazione societaria, il mio guadagno sarà di 74. Se invece sono un’azienda, pago sui sui dividendi prima le tasse societarie (Ires e Irap), poi l’aliquota della cedolare secca. Risultato? Di 100 mi resta 40».
MESSAGGIO DELETERIO. Andando oltre i numeri, il messaggio che si evince è deleterio.
«Tra vivere di rendita e investire prendendosi i rischi dell’impresa», conclude Foà, «meglio la prima strada... È anche per questo che l’Italia è tra i Paesi meno attrattivi e inospitali per gli investitori».
TASSATI I FONDI PENSIONE. Sempre il governo Renzi ha rotto un altro tabù aumentando, in una fase dove si chiede a tutti di lavorare più, l’aliquota sui fondi pensioni (all’11,5 al 20%).
Il che, oltre a rallentare lo sviluppo della previdenza integrativa, ha anche frenato la creazione di investitori istituzionali (come per l’appunto i fondi pensione) che in tutto il mondo sono un pilastro per la stabilità dei mercati finanziari e delle aziende.
Ma il premier fiorentino è perfettamente in linea con chi l'ha preceduto.
RADDOPPIATI I BOLLI SUGLI ASSET. Dal governo Berlusconi in poi, i risparmiatori si sono visti raddoppiare i bolli sui loro asset.
Con disparità che finiscono per influenzare non poco le scelte d’investimento.
E, dal 2010 in poi, hanno inciso sulle custodie titoli l’aumento sopra i 100 euro dell’imposta di bollo sui conti correnti bancari detenuti da società e persone giuridiche, mentre è stato esteso il prelievo da 34,2 euro dai conti correnti (ma soltanto sopra i 5 mila euro) ai libretti di risparmio postale. 
«CONVIENE TENERE I SOLDI IN BANCA». «Questa», dice ancora Foà, «è una patrimoniale on going: si paga indipendentemente se si guadagna o meno. Il che rende più conveniente tenere i soldi in banca».
Il tutto a favore delle rendite e a scapito degli investimenti.

La Tobin tax di Monti fu ai limiti dell'autolesionismo

L'ex presidente del Consiglio, Mario Monti.

(© ImagoEconomica) L'ex presidente del Consiglio, Mario Monti.

Ai limiti dell’autolesionismo fu poi la Tobin tax voluta da Monti (prelievo dello 0,12% sul controvalore delle operazioni di giornata) e operativa dal 2013.
Una tassa che non ha portato gli effetti sperati: vuoi perché il presunto gettito di un miliardo di euro è stato assorbito dalla riduzione delle entrate sui capital gain, «vuoi perché», ricorda Foà, «sono stati esclusi gli high frequent trader, visto che il balzello si applica indipendentemente se faccio una o cinque operazioni sullo stesso titolo».
SPINTA VERSO L'ESTERO. L’effetto è stato soltanto quello di spingere i risparmiatori a comprare all’estero, dove un tempo era, per esempio, più conveniente sottoscrivere fondi comuni, perché soltanto da pochi anni l’investimento si tassa solo sul realizzato (quando si smobilitano i soldi) e non sul maturato (quando si guadagna).
DIFFERENZA FISCALE. Anche se su questo versante si nota una certa differenza fiscale sulle compensazioni sulle perdite e sui guadagni: chi sottoscrive una Sicav estera può trascinare il suo capital gain o il suo capital loss da un comparto all’altro dello stesso fondo; in Italia se si passa dall’azionariato all’obbligazionario invece si paga.
Nel nostro Paese, dove la legge del risparmio è servita (nel 2006) soprattutto per far dimettere un governatore di Bankitalia, l’assenza di un mercato dei capitali è alla base del nostro nanismo economico o del fatto, come ha sintetizzato il Fondo monetario internazionale (Fmi), che l’Italia sia la grande potenza che cresce meno.
«VENDUTI PRODOTTI RISCHIOSI». «Quando sento parlare di limiti alla trasparenza», conclude Alberto Foa, «mi viene da ridere. La trasparenza c’è per noi che gestiamo fondi, che dobbiamo ogni giorno comunicare l’esito degli investimenti. Il problema è che si è voluto fare in modo che banche, poste e assicurazioni vendessero con estrema facilità prodotti rischiosi a una clientela che il rischio non sapeva neanche che cos’era. E lo si è fatto attraverso la leva fiscale: il bollo sulle polizze finanziarie è a costo zero. Anche per questo, su un risparmio complessivo di 8,5 miliardi di euro, soltanto 60 milioni sono investiti in Borsa».


Twitter @FrrrrrPacifico

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perugino 06/gen/2016 | 12 :04

Favorire chi lavora
«Tra vivere di rendita e investire prendendosi i rischi dell’impresa», conclude Foà, «meglio la prima strada...
Caro Alberto non me ne intendo molto di economia, ma questa tua frase rende bene l’idea di casa pensi tu dell’economia e soprattutto quale funzione deve avere quest’ultima nelle società. Chi campa di speculazioni stando comodamente seduti davanti ad un pc, deve essere premiato. Chi produce ricchezza sudando, sia esso ricercatore o artigiano, nonché imprenditore, deve vedersela brutta. Io la penso esattamente al contrario. Se l’economia smettesse di speculare e i soldi venissero spesi sul lavoro produttivo e utile all’umanità, forse ci sarebbero molte meno guerre e più serenità per tutti.
Casaioli Renato

perugino 06/gen/2016 | 12 :04

Favorire chi lavora
«Tra vivere di rendita e investire prendendosi i rischi dell’impresa», conclude Foà, «meglio la prima strada...
Caro Alberto non me ne intendo molto di economia, ma questa tua frase rende bene l’idea di casa pensi tu dell’economia e soprattutto quale funzione deve avere quest’ultima nelle società. Chi campa di speculazioni stando comodamente seduti davanti ad un pc, deve essere premiato. Chi produce ricchezza sudando, sia esso ricercatore o artigiano, nonché imprenditore, deve vedersela brutta. Io la penso esattamente al contrario. Se l’economia smettesse di speculare e i soldi venissero spesi sul lavoro produttivo e utile all’umanità, forse ci sarebbero molte meno guerre e più serenità per tutti.
Casaioli Renato

perugino 06/gen/2016 | 12 :04

Favorire chi lavora
«Tra vivere di rendita e investire prendendosi i rischi dell’impresa», conclude Foà, «meglio la prima strada...
Caro Alberto non me ne intendo molto di economia, ma questa tua frase rende bene l’idea di casa pensi tu dell’economia e soprattutto quale funzione deve avere quest’ultima nelle società. Chi campa di speculazioni stando comodamente seduti davanti ad un pc, deve essere premiato. Chi produce ricchezza sudando, sia esso ricercatore o artigiano, nonché imprenditore, deve vedersela brutta. Io la penso esattamente al contrario. Se l’economia smettesse di speculare e i soldi venissero spesi sul lavoro produttivo e utile all’umanità, forse ci sarebbero molte meno guerre e più serenità per tutti.
Casaioli Renato

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