Siena dopo Mps: cronaca di una crisi

La Fondazione chiude i rubinetti. Le imprese falliscono. La politica si allontana. Il legame tra banca e città è sempre più debole. E l'economia locale annaspa. 

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01 Febbraio 2016

Piazza Salimbeni, sede di Mps a Siena.

(© ImagoEconomica) Piazza Salimbeni, sede di Mps a Siena.

Come il bambino che grida “il Re è nudo”, Marcello Clarich ha dato il liberi tutti.
Nel nuovo statuto di Fondazione Mps vidimato dal Tesoro e operativo da febbraio, ci sarà scritto che «l'Ente deve lavorare per mantenere i vertici e la direzione della banca a Siena».
Ma il suo presidente, tra gli avvocati più potenti del Paese, è il primo a non crederci.
E ammette senza remore – mentre a Roma Pier Carlo Padoan spinge per un triangolazione con Ubi, Milano e Banco Popolare – che «è una cosa che ha voluto la deputazione generale. C’è da chiedersi, e se lo è chiesto dibattendo la deputazione generale, se sia sempre un obiettivo realistico, o se andava magari attenuato».
OVUNQUE SI PARLA DI MPS, NON A SIENA. Nel prossimo statuto della Fondazione non ci sarà l’obbligo di tenere uniti il Monte Paschi e Siena. Ma più in generale nel prossimo futuro non ci sarà neppure sotto la Rocca il cervello della banca, che è comunque la terza nel Paese per numero di raccolta e sportelli.
Del Monte si discute ovunque: a Roma il governo la vuole inglobare nel terzo grande raggruppamento dopo Unicredit e Intesa; a Bruxelles e a Francoforte la Ue e la Bce si attendono la scelta di un partner; a Londra la finanza, come dimostra l’interessamento di Davide Serra, s’interroga se si potrà guadagnare grazie alla bad bank light con i 25 miliardi di sofferenze in bilancio alla banca.
Ovunque si parla di Mps, ma non a Siena.
Nelle parole del presidente della Fondazione come nel silenzio della città c’è la resa di un territorio che nell’istituzione Monte dei Paschi ha visto la fusione tra la sua anima rossa, la tradizione massonica e i grandi baroni.
UN IMPAREGGIABILE FINANZIATORE DEL TERRITORIO. Ma più prosaicamente anche un impareggiabile finanziatore del territorio (la Fondazione azionista ai tempi belli ha erogato anche 320 milioni di euro) e il principale datore di lavoro (5 mila persone soltanto tra città e provincia).
In un tempo lontano i diessin-dalemiani locali di Giuseppe Mussari respingevano i diessin-dalemiani nazionali, quando misero Giulio Sapelli alla guida della Fondazione, quando provarono a fondere Mps con Bnl oppure quando volevano che appoggiasse Unipol nella scalata allo stesso istituto.
Perché oggi la politica – la stessa che un tempo eleggeva la stramaggioranza dei membri della deputazione della Fondazione, quando questa deteneva il 60% della banca – non conta più nulla.
Clarich, per esempio, e a differenza dei suoi predecessori, si è finora ben guardato dall’andare a riferire in consiglio comunale con lo stesso rispetto che si confà a una commissione parlamentare.
L’ad della banca Fabrizio Viola non fa vita mondana in città e c’è pure chi sospetta che il presidente Massimo Tononi non abbia ancora messo piede a Siena.

Da Mussari a Piccini: i ras locali scomparsi da Siena

L'ex presidente di Mps Giuseppe Mussari.

(© imagoeconomica) L'ex presidente di Mps Giuseppe Mussari.

È sparito Matteo Renzi, che pure aveva usato Mps per colpire i suoi avversari interni.
Non si fanno più vedere in città i Giuliano Amato, i Franco Bassanini o le Rosy Bindi (il vero sponsor dell’ex presidente Alessandro Profumo).
Soprattutto sono scomparsi i ras locali: Mussari è nascosto nella villa della moglie a sette chilometri da piazza del Campo (quando ha provato a uscire di casa, la popolazione non ha gradito), il suo testimone di nozze ed ex sindaco Franco Ceccuzzi, l’unico primo cittadino a non essere dipendente di Rocca Salimbeni, è tornato a lavorare in Cna; il grande antagonista di Mussari, Pier Luigi Piccini, è andato in pensione dal Monte e sono in molti a chiedersi se finalmente tornerà in politica.
LA FONDAZIONE HA CHIUSO I RUBINETTI. Resta, formalmente, a difendere la bandiera soltanto il sindaco Bruno Valentini. «Il governo, la Regione, la Banca d’Italia o la Bce vanno richiamati alle loro responsabilità», dice.
Ma le sue parole hanno un’eco limitata: è indagato per falso in atto di pubblico e nel Pd, il primo a fargli la guerra in un partito polverizzato, è il consigliere regionale e renziano doc, Stefano Scaramelli. Il quale avrebbe dato mandato ai suoi di appoggiare la mozione di sfiducia delle opposizioni contro l’attuale primo cittadino.
In tutto questo Siena sente sempre di più la crisi. La Fondazione, che oggi possiede l’1,4% della banca, eroga sul territorio meno di 3 milioni di euro.
Non ci sono più i soldi per finanziare grandi progetti come l’aeroporto di Ampugnano (non a caso cancellato) o la riqualificazione dell’ex ospedale Santa Maria della Scala, dove da tempo si voleva trasferire la pinacoteca nazionale.
CHIUDONO IMPRESE E ASSOCIAZIONI. Vista l’aria che tira, Clarich ha deciso di “riconvertire” la Fondazione: siccome ha un problema di personale in eccesso, sta accelerando anche sull’elaborazione di un piano di fattibilità per riqualificare l’ex nosocomio; e spera di fare della Fondazione una struttura per dare consulenza strategica agli enti locali.
Nel contempo i progetti più ambiziosi sono valorizzare il bellissimo Palazzo Chigi–Serafini e fondere due eccellenze locali: l’associazione chigiana musicale e Siena Jazz.
Chiudono le imprese, le botteghe e le associazioni un tempo in piedi soltanto grazie ai soldi di Mussari. Anche l’immobiliare risente della situazione: col fatto che l’azienda ha in organico sempre meno manager, si affittano anche meno case di pregio.
Si salva soltanto il Palio, perché se lo finanziano le contrade. Ma in più generale cosa accadrà all’economia di un territorio dove il Monte dei Paschi dà ancora lavoro a quasi 3 mila persone in città e 8 mila in Regione, se la direzione centrale sarà trasferita a Milano, Verona o Bergamo?

 

Twitter @FrrrrrPacifico

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