Unione europea, il taglio del debito non è più tabù

L'Ue boccia 11 Paesi. E per la prima volta dice che il problema è comunitario. Tornano di moda le ipotesi hair cut ed eurobond. Ma c'è da convincere Berlino.

di

|

25 Gennaio 2016

Nel suo e–zine settimanale Matteo Renzi aveva chiesto «più crescita, più flessibilità e più diritti».
Poi è arrivato il rapporto della Commissione Ue sulla sostenibilità delle finanze pubbliche e il suo governo ha tirato un sospiro di sollievo quando ha visto che con l'Italia erano stati bocciati altri 10 Paesi: oltre ai più deboli Croazia, Portogallo, Romania, Slovenia, l’ultima frontiera del libero mercato (Regno Unito e Irlanda), la rigorosa Finlandia, e soprattutto fondatori dell’Unione come Francia, Spagna e Belgio.
Le prospettive di crescita e il posizionamento di tutti questi Paesi sono diversi. Ma gli 11 Stati, una vera Europa a velocità differenziata, sono accomunati dal forte invecchiamento della popolazione, una bassa capacità di penetrare i mercati stranieri e la necessità di fare riforme. Tutte condizioni che rendono insostenibile la gestione dell’alto debito. E tanto basta per far sorridere Roma.
AVANZO PRIMARIO AL 4%. A ben guardare il nostro governo ha poco da stare allegro: la Commissione non cita la necessità di una manovra correttiva, ma chiede per «i prossimi 10 anni di mantenere l’avanzo primario al 4%».
Adesso è al 2,8, un livello migliore rispetto a un Paese con una bilancia dei pagamenti in pareggio come la Germania.
Ed è facile vedere dietro questa richiesta la “restituzione” dei benefici in termini di flessibilità legati alla decisione italiana di sfruttare tutte le clausole di sforamento, che valgono quasi un punto di Pil.
Se non bastasse al governo italiano viene anche chiesto un nuovo intervento sulle pensioni e un taglio delle sofferenze, perché da qui a 10 anni spesa sociale e non performing loans potrebbero far saltare welfare e stabilità bancaria.

 

Dalla Francia alla Gran Bretagna: il debito cresce in mezza Ue

Detto questo, e per la prima volta in un testo ufficiale, Bruxelles dice che il problema va ben oltre «il debito italiano, che nel 2020 potrebbe essere maggiore di quanto è nel 2015».
Anche se il Tesoro vede un’inversione di tendenza già dall’anno prossimo.
La Ue mette in risalto che metà del Vecchio Continente fa sempre più fatica a tenere i conti in ordine.
Dopo la grande crisi 2008–2015, e complici i salvataggi bancari pagati dai contribuenti, il debito è cresciuto un po’ ovunque.
Soltanto dal 2011 al 2014 lo stock francese è passato dal dall’85 al 95% del Pil, in Spagna si è saliti dal 69 al 97, in Belgio dal 102 al 106, in Olanda dal 61 al 69, in Portogallo da 111 a 130, in Gran Bretagna dall’81 a quasi il 90.
RISTRUTTURAZIONE O EUROBOND. Ancora oggi, nonostante gli acquisti di titoli di Stato garantiti dal Quantitative easing della Bce, questi Paesi riconoscono interessi superiori al loro vero rischio Paese. Soldi levati alle politiche di sviluppo e agli investimenti.
Riconoscendo questo stato di cose nell’ultimo rapporto sulla sostenibilità, Bruxelles rompe un tabù molto caro a Berlino: ammette che è necessario un taglio del debito.
E in mancanza di crescita ci sono due strade, non a caso rilanciate in più occasioni dal Fondo monetario: ristrutturare il debito, con un allungamento delle scadenze o un hair cut alla greca, oppure rimettere in pista l’ipotesi degli eurobond, di emissioni comuni, sfruttando proprio l’alta affidabilità finanziaria della Germania per far calare i tassi d’interesse.
Una strada, questa, proposta circa cinque anni fa dall’attuale presidente della Ue, Jean-Claude Juncker, in un articolo sul Financial Times firmato con l’ex ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti.
Oggi come allora è sempre la Germania a dire no.  

 

Twitter @FrrrrrPacifico

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
prev
next