Armamenti, l'Italia aumenta le vendite del 48% in cinque anni

L'export di armi fa boom nel periodo 2011-2015. Il 10,1% va verso gli Emirati arabi uniti. E la Grecia è ancora il terzo Paese per import in Ue. 

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22 Febbraio 2016

Negli uffici di Finmeccanica festeggeranno, perché una ripresa in Italia c'è stata: l'export di armi.
Secondo il report 2016 del Sipri (Stockholm international peace research institute), l'istituto indipendente che traccia ogni anno le rotte del mercato mondiale delle armi, il nostro Paese è assieme alla Spagna la nazione europea che tra 2011 e 2015 ha visto crescere di più le vendite sul quinquennio precedente, piazzandosi ottava nella classifica mondiale degli esportatori.
AFFARI D'ORO IN MEDIO ORIENTE. L'istituto conferma la tendenza in atto da anni: la nuova corsa all'equipaggiamento militare interessa soprattutto l'Asia che, con Cina e India impegnate a gonfiare e rinnovare i loro arsenali per adeguarli al loro status di potenza e le tensioni crescenti nel Sud est asiatico, assorbe il 46% dell'export mondiale.
Ma dall'inizio della guerra in Siria, le armi si scambiano soprattutto con i petrodollari. Nel Medio Oriente dilaniato dagli scontri tra sciiti e sunniti gli affari hanno fatto il balzo maggiore: +61% in cinque anni. Le importazioni di Arabia Saudita e Qatar, le due più influenti nazioni del Golfo, si sono impennate del 275% e 279% rispetto al periodo precedente.
ITALIA, VENDITE A +48%. Sul podio dei venditori di armi, invece, ci sono sempre Stati Uniti e Russia.
Washington e Mosca, oltre a giocare la loro partita sullo scacchiere globale, trasformano i conflitti geopolitici in maggiori entrate: negli ultimi cinque anni hanno mantenuto una quota di mercato rispettivamente del 33 e del 25%. Ma la novità è la Cina: con un aumento dell'export dell'88% Pechino si piazza terza, superando per la prima volta Parigi e Berlino.
ARMIAMO GUERRE ALTRUI. L'Europa, però, ha la sua buona fetta di business. 
Dai primi cinque fornitori di armi europei cioè, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia, è dipeso il 21% del commercio mondiale degli ultimi cinque anni.
E per il nostro Paese si può parlare quasi di boom.
«Secondo i nostri dati», dice a Lettera43.it Sam Perlo-Freeman, senior researcher del programma su armi e spesa militari del Sipri, «rispetto al periodo 2006-2010 le esportazioni italiane tra 2011 e 2015 sono cresciute del 48%».

  • L'andamento dell'export di armamenti tra 2011 e 2015 rispetto al quinquennio 2006 2010 (Sipri).

Il nostro miglior acquirente? Gli Emirati arabi

Il primo acquirente delle armi italiane sono gli Emirati arabi uniti: «Da soli», spiega Perlo-Freeman, «pesano per il 10,1% del vostro export».
E sono intenzionati a proseguire negli acquisti.
A novembre 2015 è stato siglato l'accordo per la fornitura di 15 elicotteri Augusta Westland all'Abu Dabhi Aviation. Inoltre, prosegue l'esperto, altri cinque Paesi - l'India, la Turchia, l'Algeria, gli Stati Uniti e il Pakistan - hanno acquistato ognuno armamenti per una quota pari al 5% delle nostre esportazioni.
LA NAVE ITALIANA NEL BLOCCO NAVALE. Poco importa che avanzate tecnologie siano impiegate in avventure belliche che sono disastri umanitari. Il nostro miglior cliente, per esempio, fa parte della coalizione di Paesi guidati dall'Arabia Saudita che sta combattendo in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi: un conflitto che conta già 6 mila vittime.
«Le imprese italiane hanno fornito ad Abu Dhabi elicotteri, munizioni, equipaggiamenti, missili anti nave: difficile dire quali forniture siano impiegate in Yemen», aggiunge Freeman. «Di certo di fabbricazione 'italiana' è una nave della marina militare degli Emirati utilizzata per il blocco navale, cioè per impedire l'arrivo degli aiuti nel Paese».
GLI INGLESI SI ARRICCHISCONO. Essendo la Gran Bretagna il primo fornitore dell'Arabia saudita, il business della guerra yemenita è soprattutto inglese, sottolinea Perlo-Freeman.
Il conflitto, secondo Amnesty international, ha già fruttato alla multinazionale britannica Bae Systems 200 milioni di sterline di maggiori profitti nel 2015.
Inglesi sono i componenti dei droni utilizzati da Riad e dagli Emirati, così come i jet che lanciano le bombe sugli sciiti e i militari inviati sul campo in aiuto dell'esercito saudita, anche se il ministero della Difesa di Londra ha precisato che non saranno coinvolti direttamente nelle operazioni militari, ma daranno soltanto supporto logistico.
Ad agosto 2015, poi, i sauditi hanno deciso di aumentare la loro flotta di 72 jet con altri 48 Eurofighter Typhoon, prodotti da un consorzio partecipato al 46% dall'Airbus Group (Francia, Spagna e Germania) per il 33% dalla britannica Bae Systems e per un 21% dall'italiana Alenia Armacchi.
«Spagna, Francia e Germania forniscono a Riad significativamente più armi dell'Italia», dice il ricercatore del Sipri. «Ma Roma è in ogni caso coinvolta».
 

  • Il confronto tra la quota di import di armi delle diverse aree del mondo negli ultimi dieci anni (Sipri).

L'import dei Paesi Ue è invece diminuito del 41%

L'Europa vende, ma compra meno. Complice la crisi dei bilanci e la mancanza di un vero progetto di difesa europeo, l'import di armi nei Paesi Ue è diminuito del 41% rispetto al periodo 2006-2010.
Il crollo, secondo il rapporto dell'istituto di Stoccolma, è dovuto soprattutto al calo della spesa militare di Spagna e Grecia.
Le forniture alla Grecia tra 2011 e 2015 hanno registrato un tonfo del 77%, contribuendo al calo delle esportazioni tedesche.
«In particolare», fa sapere Perlo-Freeman, «le vendite da Berlino ad Atene sono diminuite del 64%».
ITALIA E GRECIA, SECONDA E TERZA. Ma la posizione della piccola Grecia nella classifica dei Paesi importatori resta comunque alta.
Tra gli Stati dell'Unione europea, fanno sapere dal Sipri, il maggiore acquirente di armi è la Gran Bretagna (21esima a livello globale), seconda è l'Italia, e Atene, nonostante tutto, è ancora terza.
Crisi o non crisi, la Turchia è alle porte e la Grecia rimane sempre un buon compratore per le armi americane, tedesche e francesi.
Anche nel 2015, stando ai dati Nato, la spesa ellenica per la Difesa è arrivata al 2,4% del Pil.

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