Armi, il mercato di Berlino

L'industria bellica tedesca nel mondo.

di Luigi Serenelli

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14 Gennaio 2013

Proteste davanti al Bundestag, per la politica degli armamenti di Angela Merkel.

(© Getty images) Proteste davanti al Bundestag, per la politica degli armamenti di Angela Merkel.

La “dottrina Merkel” è un capolavoro di Realpolitik. Vendita di armi ai Paesi strategicamente importanti nelle zone calde e minore coinvolgimento diretto possibile nei conflitti.
Il doppio binario costruito da Angela Merkel consente alla Germania la quadratura del cerchio: ricavare denaro esportando armamenti e, contemporaneamente, risparmiare soldi da sottrarre alla voce degli investimenti militari. Un approccio che, in sette anni di cancellierato, ha trasformato la politica estera di Berlino, facendo guadagnare l'industria pesante senza sporcare le mani dei soldati tedeschi.
LA DOTTRINA MERKEL. A chiarire il primo comandamento della dottrina è stata la stessa Panzlerin, come l'hanno ribattezzata i detrattori, durante una delle riunioni riservate con gli alti ufficiali della Difesa. «Sono convinta sia nel nostro interesse consentire ai partner di partecipare effettivamente al sostegno e alla rifondazione della sicurezza e della pace nelle loro regioni», ha dichiarato Frau Merkel.
In Germania, i parlamentari del Bundestag sono tagliati fuori dal processo decisionale in materia di armi.
IL CONSESSO DELLE ARMI. È il Consiglio per la Sicurezza federale che, in rigoroso segreto, approva le vendite: un comitato ristretto e poco trasparente del quale fanno parte il cancelliere in carica, il capo della Cancelleria di Stato e sette ministri principali.
All'inizio delle riunioni, in genere, sono presenti il capo dei servizi segreti e il coordinatore dell'intelligence alla cancelleria. Ma poi quando si discutono singoli casi, nel nome della sicurezza nazionale, solo a pochi e selezionati funzionari è concesso di restare.

Armi e addestramento per le guerre interne ed export globale

Panzer di tipo Boxer utilizzati dalle truppe tedesche in  Afghanistan.

Panzer di tipo Boxer utilizzati dalle truppe tedesche in Afghanistan.

Fra i Paesi che, nel disegno dei tedeschi, dovrebbero contribuire alla pace in aree strategiche fondamentali c'è innanzitutto l’Algeria, stretta tra il Mali e la Libia e considerata centrale per combattere il gruppo terrorista al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), e poi i Paesi mediorientali.
Il sostegno della Germania al Qatar, agli Emirati arabi e all'Arabia Saudita, con mezzi militari e nell'ultimo caso anche con l'aiuto ad addestrare le truppe di stanza al confine, controbilancia poi la minaccia iraniana. D'altra parte, in linea con i suoi predecessori, la cancelliera ha dichiarato che, «per una speciale responsabilità storica, la sicurezza di Israele è parte della ragion di Stato della Germania».
L'ASSE TURCO-TEDESCO ANTI ASSAD. Poi c’è l'alleanza con Ankara. Tra gennaio e febbraio, due sistemi di difesa aerea Patriot e 400 soldati tedeschi saranno posizionati lungo il confine tra Siria e Turchia, alleato della Nato, allo scopo di proteggere le grandi città anatoliche dalle incursioni aeree di Bashar al Assad.
Questi, a grandi linee, i pilastri della geopolitica tedesca. Poi c'è il business delle armi made in Germany, mercato globale in piena espansione.
Durante un viaggio d’affari in Africa, nel 2011 Merkel offrì al presidente dell’Angola, Josè Eduardo dos Santos, navi da pattugliamento per difendere le piattaforme di petrolio offshore al largo delle coste, a un prezzo che partiva dai 10 ai 25 milioni di euro a imbarcazione.
EXPORT IN CILE E A SINGAPORE. In Sud America, il Cile è in procinto di acquistare 172 tank di vecchia fabbricazione tedeschi rimessi a nuovo, per un totale di 124 milioni di euro. Accordi analoghi la Germania è in procinto di siglarli anche in Asia, anche con Singapore e Indonesia.
Inolttre il Brasile importa 220 Panzer Leopard 1A5 e l’esercito ha intensificato le relazioni con i costruttori bellici tedeschi, firmando un contratto di cinque anni che assicura sostegno tecnico e scambio di conoscenze.

Dal Medio Oriente al Sud America: record di vendite fuori dalla Nato

Il premier turco Tayyp Erdogan e il Cancelliere Angela Merkel (Getty Images).

Il premier turco Tayyp Erdogan e il Cancelliere Angela Merkel (Getty Images).

L'iperattivismo di contratti e trattative ha reso la Germania il terzo esportatore al mondo di armi dopo Stati Uniti e Russia.
Secondo le cifre dell’ultimo Rapporto federale del 2011 sulla politica dell’esportazione di attrezzature militari, per la prima volta il governo di Berlino ha autorizzato un export pari a una cifra superiore ai 10 miliardi di euro. Non a caso, il 42% del totale viene venduto a Paesi terzi fuori dalla Nato, quando solo due anni fa la quota non superava il 29%.
Nel 2013, solo l'Arabia Saudita ha intenzione di comprare 30 veicoli corazzati e ad alta tecnologia modello Dingo, in grado di rilevare minacce di attacchi nucleari, chimici e biologici. L'affare vale 100 milioni di euro e il Consiglio per la sicurezza federale, secondo le indiscrezioni dei media, ha dato parere positivo per avviare negoziati.
MAXI-COMMESSE SAUDITE. Per migliorare l’equipaggiamento della Guardia reale, i sauditi avrebbero anche richiesto diverse centinaia di veicoli Boxer, impiegati dalla Bundeswehr in Afghanistan.
Con l'altro grande partner commerciale degli Emirati Arabi, in tre anni la Germania ha invece firmato assegni in armamenti per 1,2 miliardi complessivi di euro. E al vicino Qatar fanno molta gola i tank Leopard II: l'emiro Bin Khalifa al Thani vorrebbe acquistarne fino a 200, per un valore di circa 2 miliardi di euro.
Solo negli ultimi due mesi, da novembre 2012, la Bundesrepublik ha preso altri impegni per 3,3 miliardi di euro con l’Algeria, l’Egitto, l’Indonesia, l’Iraq e il Pakistan.
BERLINO FLIRTA COI REGIMI. Questa proficua Realpolitik dalle velleità pacifiste rischia di avere conseguenze brutali, perché in Medio Oriente e in Nord Africa, le armi tedesche finiscono nelle mani dei regimi autoritari, che le usano per reprimere la popolazione civile.
Relazioni pericolose con i regimi che, per anni, la Germania ha coltivato anche con la dittatura europea della Bielorussia. Berlino finanziava il governo di Alexander Lukashenko, per le attrezzature, i computer, i giubbotti e i manganelli agli agenti che, nel 2010, avrebbero duramente represso le proteste dei cittadini per i brogli elettorali.
E nel frattempo le forze dell'ordine nazionale venivano addestrate dai poliziotti della Bundeskriminalamt, la polizia criminale tedesca.

Dal colosso Kraus Maffei-Wegmann alla Thyssen: le industrie del cannone

A parole, l'intento di Berlino era far raggiungere alla Bielorussia «standard europei» in termini di sicurezza.
In realtà, nei vecchi regimi dell'Est come nei Paesi extra-europei, le sponsorizzazioni del governo di Berlino sono funzionali agli interessi dei grandi produttori di armi tedeschi: una galassia di compagnie di tradizione prussiana, conosciute in tutto il mondo, che impiegano oltre 98 mila persone.
Tra i big del settore, per esempio, c'è la Panzerfirma Kraus Maffei-Wegmann di Monaco di Baviera, fondata nel 1938, che produce i Leopard II e i Dingo.
CORPORATION DELLE ARMI. Poi la Bruker Daltonik corporation di Lipsia e la Rheinhmetall di Düssendorf, leader tedesco nel campo degli armamenti con tre sedi in Italia e impegnata, tra l’altro, a sviluppare sistemi di difesa ad alta tecnologia.
A Überlingen, in Baden-Württemberg, si trova invece il quartier generale della Diehl Defence, presente alle maggiori esposizioni militari internazionali, dalla fiera Idex di Abu Dhabi, a quelle di Rio de Janeiro e New Delhi. Sempre in terra di Svevia si trova la casa madre della Zf Friedrichshafen, multinazionale dell'industria di trasporti (non solo civili), con ramificazioni nella Penisola araba.
A Suhl, in Turingia, c'è poi l’azienda Merkel specializzata in armi da caccia, che, casualità, porta lo stesso cognome della cancelliera. Senza tralasciare la Heckler & Koch, nota esportatrice di fucili e pistole in mezzo mondo, e il colosso Thyssenkrupp di Essen, che ha venduto due sottomarini militari alla Grecia: un affare di 1,3 miliardi di euro.
LE LOBBY BIPARTISAN. Queste corporation della guerra sono poi tutelate da potenti lobby del cannone, collegate a leader politici nazionali e plenipotenziari di governo. La Corporazione delle industrie tedesche per la sicurezza e la difesa, per esempio, che raggruppa 80 aziende del settore, ha al suo vertice Georg Wilhelm Adamowitsch, ex segretario di Stato al ministero dell’Economia ai tempi del cancelliere Gerard Schröder.
Due anni fa, viceversa, il salotto buono della Alfried Krupp von Bohlen und Halbach, fondazione intitolata all'ultimo re dei cannoni della dinastia dell'acciaio, nominò come membro del Consiglio di sorveglianza della Thyssenkrupp (azionista al 25%) il candidato socialdemocratico Peer Steinbruck alle legislative di settembre 2013.
A dicembre, lo sfidante di Angela Merkel al cancellierato si è dimesso. Ma i signori delle armi restano sempre in una botte di ferro bipartisan.

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