Legge sull'acqua, la polemica in tre punti

Servizi idrici interamente pubblici? Solo in via prioritaria. Ecco come è stata modificata la legge. E la partita industriale che c'è dietro. 

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15 Marzo 2016

Ventisettemilioni di italiani, nel 2011, hanno chiesto che l'acqua rimanga interamente in mani pubbliche. Tre anni dopo, il 20 marzo 2014, in parlamento è stata depositata una proposta di legge su «tutela, governo e gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico». L'esame della riforma è iniziato nel giugno del 2015 in Commissione Ambiente alla Camera e ora si stanno presentando gli emendamenti. Ma su una di queste 'correzioni' il 15 marzo si è consumato lo strappo tra il Partito democratico, da una parte, e Sel e M5s, dall'altra. Pentastellati e sinistra accusano i dem di voler «affossare» le scelte degli italiani, «privatizzando l'acqua pubblica». Secondo i grillini, in particolare, il deputato Enrico Borghi ha presentato un emendamento che «cancella l'articolo che prevede che l'acqua sia pubblica, che la gestione dell'acqua sia pubblica e che le infrastrutture dei servizi idrici siano pubbliche».
ACCUSE INCROCIATE. Il Pd risponde che no, «non c'è nessuna privatizzazione, ma solo la garanzia di un uso responsabile e sostenibile della risorsa idrica». E Borghi replica che «avendo votato a favore dell'emendamento Pd che all'articolo 1 sanciva inequivocabilmente la proprietà pubblica dell'acqua grillini e Sel stanno in queste ore accreditando l'idea di un Pd traditore della volontà popolare. Nulla di più falso». Ma a parlare sono i documenti.
 


 

  • La proposta di modifica all'articolo 4.

1. Il Pd vuole cancellare l'articolo sulla transizione alla gestione pubblica

Il progetto di legge sulla ripubblicizzazione dei servizi idrici è stato presentato su iniziativa di un'amplissima squadra di deputati di M5s, Pd e Sel. Eppure gli emendamenti democratici vanno a modificare punti sostanziali del testo, per esempio l'articolo 4 - 'Principi relativi alla gestione del servizio idrico' - che nella versione originale recita:
 

 1. Tenuto conto dell’esigenza di tutelare il pubblico interesse allo svolgimento di un servizio essenziale in situazione di monopolio naturale ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione, il servizio idrico integrato è considerato servizio pubblico locale privo di rilevanza economica.

2. La gestione del servizio idrico integrato è sottratta al principio della libera concorrenza, è realizzata senza finalità lucrative, persegue finalità di carattere sociale e ambientale, ed è finanziata attraverso meccanismi di fiscalità generale e specifica nonché meccanismi tariffari. 
 

La formulazione iniziale escludeva completamente il principio della sostenibilità economica (fondamentale per gli enti locali, soprattutto di questi tempi). Per questo l'emendamento presentato da Borghi e dagli altri dem modifica comprensibilmente il primo comma del testo sostituendo il concetto di «servizio pubblico locale privo di rilevanza economica» con quello di «servizio pubblico locale di interesse economico generale assicurato alla collettività».
«IN VIA PRIORITARIA». Al comma 2 il Pd va a modificare il decreto legislativo del 2006 sul servizio idrico specificando che il servizio è affidato «in via prioritaria» alle società interamente pubbliche. «In via prioritaria»: su queste tre parole si consuma il primo strappo, secondo sinistra e grillini lasciano margini alla privatizzazione (o più probabilmente al mantenimento di una gestione mista). E la conferma viene da altri due emendamenti che chiedono l'abrogazione completa dell'articolo 6: quello che si occupa della transizione tra le forme di gestione attuale e quella completamente pubblica. 

 

  • L'articolo 6 nella versione originale, prima degli emendamenti Pd. 


L'articolo della discordia definiva acquedotti, fognature e depuratori, proprietà «inalienabile» e «incedibile» degli enti locali. Prevedeva che «gestione e erogazione del servizio idrico» non potessero essere separate. E che entrambe potessero essere «affidate esclusivamente a enti di diritto pubblico».
DECADENZA DI CONTRATTI E TRASFORMAZIONE. Si spingeva a svincolare i gestori dal patto di stabilità interno e persino dalle limitazioni contrattuali e occupazionali delle amministrazioni pubbliche, condizioni difficilmente conciliabili con la natura pubblica che gli stessi firmatari rivendicavano. Ma soprattutto prevedeva il congelamento delle acquisizioni di azioni delle aziende multiutility. Faceva decadere dall'entrata in vigore della legge tutti i contratti in essere con i privati. E dava un anno di tempo alle società miste per trasformarsi in gestori interamente pubblici e altri sei mesi per la transizione a enti di diritto pubblico. 

 

  • Uno degli emendamenti che cancella l'articolo 6.

2. Le utility dell'acqua, un giro di affari di 3,6 miliardi

La privatizzazione non è di per sé sinonimo di efficienza. Basti pensare che nove delle dieci società che gestiscono i servizi idrici in Sicilia sono private, compresa quella che ha lasciato Messina per dieci giorni senz'acqua. E nel 2015 le tariffe per gli italiani sono aumentate di oltre l'8%.
Ma su questo emendamento si gioca una grossa partita. Secondo il rapporto di Mediobanca, pubblicato nell'estate del 2015 (ma riferito al 2013), le principali 66 utility del Paese, cioè le società che offrono, luce, gas, acqua, che gestiscono i trasporti urbani e lo smaltimento dei rifiuti, sono la quinta industria italiana. In otto anni hanno generato 4,7 miliardi di utili.
DALL'ACQUA IL 12% DEL FATTURATO. I servizi idrici contano per circa il 12% del fatturato complessivo (circa 3,6 miliardi su 30). Ma le aziende prese in esame dal centro studi di piazzetta Cuccia sono per lo più società a partecipazione mista. I big del settore, come è noto, sono A2A, Hera, Iren e Acea, quotate in Borsa, anche se non tutte felicemente, e capaci di produrre utili tra 500 milioni e 1,5 miliardi. Il principio delle società interamente pubbliche, sancito dal referendum e votato anche da Matteo Renzi come hanno fatto notare i pentastellati, rimette in discussione questo scenario, costringendo in molti casi a scorporare i servizi idrici. E va soprattutto a modificare strategie industriali e di sviluppo che attori di peso hanno già tracciato. 

  • Il twitt con cui il M5s ricorda che Renzi votò sì al referendum.

3. La ricetta di Cdp: aprire ai privati per attrarre investimenti

Già nel 2013, la Cassa depositi e prestiti ha pubblicato un rapporto sul settore delle utility. In quel documento la Cdp spiegava che per adeguare infrastrutture e sistema di depurazione del settore idrico - già oggetto di infrazione Ue - sarebbero serviti 5 miliardi l'anno fino al 2018, per un totale di 25 miliardi di investimenti. In quella relazione si parlava di dieci miliardi disponibili tra finanziamenti pubblici e investimenti delle partecipate.
15 MILIARDI PER GLI ACQUEDOTTI. Dunque, che fare per recuperare i 15 miliardi mancanti?  Gli enti locali hanno ben pochi fondi da spenderci. E dopo la cancellazione dell'Imu, le casse dei comuni languono più di prima. La soluzione per la Cdp era chiara. Per «colmare il gap in tempi brevi», si leggeva nel rapporto, il settore deve puntare sulle aggregazioni, creare grandi player per competere a livello europeo. E cambiare la governance delle società. «La progressiva stabilizzazione di un funzionamento normale e indipendente delle imprese può agevolare l'intervento di soci finanziari nell'equity (nel capitale), e in particolare i long term investor», scriveva Bassanini, aprendo le porte a banche di sviluppo statali e fondi sovrani. Nel 2015 il Laboratorio per i servizi pubblici, centro di ricerca sponsorizzato da alcune delle maggiori utility italiane, ha allargato lo spettro delle opzioni, dedicando parte del suo rapporto annuale al piano Juncker. Fondi comunitari destinati, ancora una volta, solo a progetti con una partecipazione privata. La legge di stabilità invece ha previsto incentivi - sforamento del patto di stabilità e finanziamenti a fondo perduto - per gli enti locali che avviassero aggregazioni e dismissioni delle loro partecipate. 
AL GOVERNO IL NODO DEI TRIBUTI. E la stessa proposta di legge su cui si stanno scontrando grillini e Sel e Pd prevede la delega al governo sul nodo più delicato: «l’adozione di tributi» destinati a finanziare la ripublicizzazione del servizio idrico. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

new zealand 16/mar/2016 | 14 :12

Il problema dell'acqua
prima di litigare su chi deve fare cosa, bisognerebbe pensare a come risanare le reti degli acquedotti italiani, che in molti casi "fanno acqua" da tutte le parti. Chiaro che i privari ambiscono ai bacini migliori e che quelli con scarsa utenza resteranno pubblici.E' così anche per la sanità, le cliniche curano solo quello che conviene. Ma questo non vuole dire che allo Stato non convenga, perchè il privato si organizza a costi molto inferiori del pubblico (che ricordo si finanzia con le tasse). Le nazionalizzazioni ideologiche per legge sono cose sconvenienti e ormai largamente superate. Un esempio è l'energia, nazionalizzata, ed infatti in il sistema energia italiano funziona gran male, e chi vuole produrre energia anche solo da fonti alternative, es il fotovoltaico, o può farlo per quantitativi ridicoli o deve superare ostacoli burocratici immensi. Unica a guadagnarci, la lottizzata ENI.

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