Economia
L'ANTEAMERICANO
Tim, l'uomo di Wall Street, lascia Obama
L'addio al Tesoro di Timothy Geithner timoniere della finanza Usa.
di Mario Margiocco
Il primo passo di addio alla poltrona di ministro del Tesoro degli Stati Uniti risale al 30 giugno a Chicago. Rispondendo a una domanda rivolta in pubblico dal suo ex mentore in capo, Bill Clinton, Timothy Geithner non ha fatto nulla per smentire la fuga di notizie secondo cui avrebbe segnalato alla Casa Bianca l'intenzione di lasciare dopo l’accordo fra amministrazione e Congresso sull’elevazione del tetto del debito federale. Quindi, è questione di settimane.
LA SQUADRA SI SFALDA. Tutti hanno sottolineato come Geithner sia l’ultimo uomo rimasto della squadra economica iniziale di Barack Obama. Hanno già lasciato Larry Summers, direttore del National Economic Council e quindi stratega in capo del presidente; Christine Romer, presidente dei consiglieri economici; Austan Golsbee, suo successore e con Obama da sempre; e, attento non solo all’economia ma uomo-chiave anche per le questioni economiche e soprattutto i loro ampi risvolti congressuali, il capo dello staff, Rahm Emanuel.
Paul Volcker, molto presente nel 2008 in campagna elettorale, poi messo in una teca come consulente part time e rispolverato solo in un paio di momenti di grande difficoltà, ma senza mai vero potere, aveva tolto il disturbo a gennaio 2011.
Tim, l'uomo del passato alle prese con la crisi
La figura e l'addio di Geithner meritano attenzione. Soprattutto per capire come il ministro abbia gestito un’eredità pesantissima, senza confronti probabilmente nella storia del Tesoro americano, per difficoltà e complessità di problemi da affrontare.
C’era e c’è da innovare molto, dopo la peggiore crisi finanziaria della storia americana e mondiale. Senza istinti iconoclasti, certo, distinguendo la vera innovazione da quella falsa e dai suoi eccessi, con polso fermo. Che sia peggio del '29 lo ha detto del resto due volte il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, uno dei massimi esperti sulla Grande recessione.
IL PERICOLO RESTA. Invece si è cercato di salvare il possibile di quel mondo delle grandi banche, così come si era sviluppato negli ultimi 15 anni. Lasciando quindi innescate varie cariche dirompenti, pericolose anche per il futuro. La lezione insomma non è stata digerita da Geithner. E lo ha detto, candidamente, lo stesso ministro.
A differenza di Obama, che può giustamente dichiarare di avere ricevuto un lascito di cui aveva poca responsabilità, Geithner veniva dal passato.
CURRICULUM VENTENNALE. Nonostante non abbia ancora 50 anni, è vicino al cuore della politica finanziaria e monetaria americana da oltre 20 anni. Prima come funzionario del Tesoro e assistente di David Mulford, un uomo-chiave nei cruciali rapporti finanziari tra Washington e l’Arabia Saudita. Poi con vari incarichi importanti al Tesoro di Bob Rubin e del suo successore ed erede Lawrence Summers, di cui fu braccio destro per gli affari internazionali, per passare infine nell’ottobre del 2003, a 42 anni, alla presidenza della Federal Reserve di New York, che sovraintende al più importante mercato finanziario del mondo, oltre a gestire tutti i rapporti del sistema Fed con l’estero.
PRIMA E DOPO IL CRAC. Geithner, quindi, è parte integrante del 'prima', come alto funzionario del Tesoro, parte preminente del 'durante' durante il periodo passato alla Fed di New York sempre in primissimo piano dal caso Bear Sterns al caso Lehman al caso Aig e a tutto il meltdown della finanza nel settembre-ottobre 2008, ed è il protagonista di quanto è stato fatto 'dopo'.
Dall’intervento straordinario della Tarp (700 miliardi per le banche - circa sei volte il Piano Marshall in dollari attuali), deciso dall’amministrazione Bush ma portato avanti in gran parte da Geithner - alla legge di riforma bancaria Dodd-Frank firmata da Obama nel luglio 2010 alla complessa stesura dei suoi oltre 200 regolamenti tuttora in corso.
L'apprezzamento di Wall Street
La percezione che di Geithner si ha negli Stati Uniti, analoga a quella che si ha di Lawrence Summers, è decisamente positiva a Wall Street dove è considerato uomo sensibile alle necessità del grosso credito e dell’alta finanza e piuttosto negativa, per lo stesso motivo, nel resto del Paese.
UNA BOA PER LE BANCHE. Andando al nocciolo, l’impopolarità deriva dal fatto che Geithner, e con lui Obama che però ha altre frecce al suo arco e poi è il presidente, ha ripetutamente promesso in sei mesi una vera ripresa che o non c’è mai stata o è stata solo abbozzata per poi rientrare.
Ha promesso, inoltre, che salvando le banche si sarebbe salvato il Paese, salvare Wall Street per salvare Main Street, insomma. Cosa che non è avvenuta: le banche sono tornate a fare profitti e il management a pagarsi lauti bonus, ma la disoccupazione non si scolla, i redditi del 60% delle famiglie americane sono scesi in questi ultimi due anni e complessivamente le famiglie hanno perso tra gli 8 e i 9 mila miliardi di asset finanziari, a causa soprattutto della crisi immobiliare.
UN «SALVATAGGIO» CONVENIENTE. In più, Geithner ha spesso sostenuto, e purtroppo anche Obama almeno due volte lo ha fatto, che salvare il sistema finanziario è costato poco, meno dell’1% del Pil. Dipende da come si calcolano i costi, ma questo è il calcolo assolutamente più benevolo che si possa fare. E il più lontano dalla verità.
Geithner merita comprensione per la difficoltà del compito che la sorte gli ha riservato. Un po’ meno per come lo ha svolto, rifiutandosi di accettare a volte l’evidenza, e sempre nell’interesse di Wall Street.
Crisi, tutta colpa della deregulation made in Uk
Ci sono due discorsi, fra i molti pronunciati, e un’intervista che possono essere ricordati come documenti rilevanti del Geithner-pensiero. Parlando meno di un mese fa ad Atlanta, il ministro del Tesoro ha offerto la sua lettura di che cosa vi era di sbagliato nel mondo finanziario prima del 2008, della gestione della crisi tra il 2008 e il 2010, e ciò che resta ancora da fare per mettere il sistema in sicurezza.
LONDRA, CAPRO ESPIATORIO. Essendo parte in causa di quanto accaduto negli anni di Clinton, la deregulation reaganiana spinta all’eccesso, Geithner ha scaricato le responsabilità sulla City londinese, che per prima nel 1986 per attirare business attenuò le regole. E non si è soffermato, un mese fa, sulle varie sciagurate decisioni americane che hanno cambiato il mondo del banking senza cautele nel '99, e fatto dei derivati l’anno dopo una prateria senza regole. Per arrivare al 2004 quando è stata abbandonata ogni forma prudenziale di capitale nell’investment banking.
Per quanto fatto nel 2008-2010 nessun ripensamento: in particolare nessun accenno al mancato ruolo delle banche che sono state salvate ma non hanno salvato l’economia. E nessun accenno sul fatto, evidente, che oggi gli istituti di credito maggiori sono tornati a fare esattamente quello che facevano prima, le stesse operazioni a rischio, sia pure in scala un po’ meno suicida.
DALLA PARTE DELLE BANCHE. Infine, sulle regole c’è in Geithner la certezza che la dimensione delle banche, cresciuta anche in questi due anni, non rappresenta un rischio e che la resolution authority, la possibilità prevista dalla legge di riforma di un intervento di Washington quando una banca fosse a rischio, sia una strumento sufficiente per evitare altre sciagure.
Il punto è che, con Geithner, il Tesoro ha fatto il possibile per mantenere per i grandi istituti, soprattutto nel mercato dei derivati, quelle correnti di profitto alle quali ormai sono abituati, anche se questo significa mantenere alti i rischi.
Lobby e Tesoro contro la Dodd-Frank
Non è un mistero per nessuno a Washington che i lobbisti delle grandi banche hanno lavorato e stanno lavorando con il Tesoro per limitare i danni delle norme più efficaci della Dodd-Frank, a partire dal cosiddetto Volcker rule, i limiti posti alle banche che raccolgono risparmio nelle operazioni proprietarie in proprio. Il Volcker rule ha trovato dall’inizio in Geithner un sottile ma tenace avversario.
Nell’intervista, la più ampia che abbia mai concesso e datata febbraio 2011 a Noam Scheiber della New Republic - giornalista e periodico in genere non ostili all’amministrazione Obama - Geithner offriva le motivazioni della sua azione.
L'ONDA FINANZIARIA. C’era la certezza che il mondo sia alla vigilia di una nuovo «financial deepening», una nuova crescita dell’attività finanziaria, e che giustamente le grandi banche americane devono essere attrezzate a svolgere in questo un ruolo preminente. È un’opinione. Ma altri ritengono, con autorevolezza, che l’onda finanziaria, pur restando sempre di fondamentale importanza, perderà invece qualche spazio dopo le pesanti recenti esperienze.
E soprattutto c’era la certezza di Geithner di poter veder un mondo finanziario «che riacquista la sua legittimità democratica senza essere smagrito né radicalmente ristrutturato», scriveva Scheiber. Ma poteva e può funzionare dopo quanto successo, senza segnali energici che non ci sono finora stati? Senza cambiare i protagonisti? E poteva Geithner, protagonista prima e dopo, e 'vecchio' lui stesso, chiedere volti nuovi?
È questo il problema di Geithner, di tutta la squadra economica insediata due anni e mezzo fa da Obama, e alla fine è diventato il problema di Obama stesso: come può il vecchio fare da levatrice al nuovo? Come può l’idraulico che ha sbagliato l’impianto essere chiamato a ripararlo e riconoscere i propri errori?
TUTTI COLPEVOLI, NESSUN COLPEVOLE. Il punto è emerso chiaramente nel discorso che Geithner teneva alla New York University nell’agosto del 2010. Occorreva «mantenere l’equilibrio» tra i limiti da porre all’attività finanziaria e la necessità di continuare a beneficiare dell’innovazione finanziaria.
Non c’era nessun accenno al Volcker rule, che di questo equilibrio era un pilastro. E c’era, ampiamente, una lettura della crisi che da sempre è giustificatoria, e guarda alle responsabilità di tutti, vere, ma mettendo alla fine sullo stesso piano l’americano di Peoria che ha acquistato una casa oltre le proprie possibilità con il banchiere che ha venduto ampiamente prodotti bacati o il politico che ha “massaggiato” leggi pericolose perché qualcuno finanziasse più volentieri la sua campagna elettorale. Tutti colpevoli, nessun colpevole.
Soltanto i prossimi anni diranno con certezza se l’approccio “minimalista” seguito di fatto da Geithner nella riforma finanziaria è stata la scelta giusta. L’esperienza passata, e il fatto che la linea Geithner sia stata vista con favore dagli stessi gruppi dirigenti bancari responsabili di gran parte della crisi, dicono che forse era opportuno agire diversamente.
LA FIDUCIA DELLA BORSA. Ma nell’amministrazione Obama sembra avere avuto largo spazio finora quel principio, «occorre mantenere la fiducia di Wall Street», che aveva dominato ai tempi di Clinton, che però erano assai più facili.
Il voto per le prossime presidenziali dirà se l’America è d’accordo. Nel frattempo Geithner, certamente provato e giovane abbastanza per un’altra carriera, si prepara a lasciare.
Se questa seconda carriera sarà nel mondo bancario, come ha fatto il suo mentore Bob Rubin, e altrettanto ben retribuita, e se il mondo bancario continuerà a rappresentare un forte rischio di instabilità, questa storia si commenterà da sola.
Mercoledì, 06 Luglio 2011

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