Economia
L'ANTEAMERICANO
L'ombra di Wall Street sulla rielezione di Obama
Sul futuro del presidente pesano la disoccupazione record e i rapporti con la finanza.
di Mario Margiocco
La storia delle contese presidenziali e il giudizio in questi giorni di vari accreditati osservatori non promettono molto di buono per la rielezione di Barack Obama.
Mancano 14 mesi al prossimo voto presidenziale del novembre 2012, in politica un’eternità, e molto potrebbe ancora succedere. Ma, sulla carta, oggi Barack Obama perderebbe. Anche se non si sa bene ancora contro chi. Il che può fare un’enorme differenza, e assicurargli alla fine il secondo mandato. Ma sarà difficile, un’impresa difficile.
Se si guardano i sondaggi americani, si ricava un dato apparentemente contraddittorio. L’uomo Barack Obama ispira ancora simpatia a fiducia alla maggior parte degli americani: dopotutto è l’incarnazione e la quintessenza di una storia tutta americana, da umili origini alla presidenza a poco più di 40 anni, e superando anche le barriere del colore della pelle di cui la storia americana è impastata.
DISOCCUPAZIONE COSTANTE. Le politiche del presidente Obama ispirano, invece, assai meno simpatia. A tre anni dalla vittoria, con la disoccupazione o la sottoccupazione involontaria per un quarto degli uomini fra i 25 e i 54 anni, non si vedono risultati.
E non è solo questione di risultati. Ma anche di fiducia. E, alla fine, di rispetto.
In Europa, e in particolare in Italia, la simpatia continua a premiare, comprensibilmente. Si sa che Obama ha seri problemi ma la simbologia positiva racchiusa nella sua stessa immagine è troppo affascinante.
Obama e l’eterna promessa americana
Del resto è difficile misurare a spanne la profondità del fossato politico ai cui margini Obama si sta aggirando senza aver colto, passo dopo passo, gli errori commessi. Errori cominciati già prima dell’insediamento alla Casa Bianca. Quando, vinta Hillary Clinton alle primarie, con una campagna impeccabilmente progressista (i Clinton in quanto capofila dei new democrats sono percepiti come democratici di stampo conservatore nel senso di alleati del big business, in particolare dell’alta finanza), Obama si infilò subito nelle pantofole della rivale, ne ingaggiò la squadra, e partì con una serie di iniziative, tutte o quasi, in sintonia con il sentire e gli interessi di Wall Street.
IL RIFORMISMO À LA ROOSVELT. Il guaio era che Wall Street aveva precise responsabilità nella peggior crisi finanziaria della storia americana, crisi esplosa mentre Obama correva per la presidenza e che avrebbe richiesto non più un presidente à la Clinton, ma un leader à la Roosevelt, Theodore a inizio secolo e Fdr negli Anni '30, o à la Truman, l’ultimo democratico ad avere portato alla Casa Bianca l’eredità migliore del populismo progressista americano.
Forse era troppo per un giovane presidente venuto dalla periferia del sistema socio-culturale americano, e senza le alleanze necessarie. Anzi, spesso con quelle sbagliate. Ma la storia non fa sconti.
OBAMA UGUALE CRISI. E così mentre negli Stati Uniti suonavano subito, già dal tardo autunno 2008 a elezioni da poco concluse, i primi udibilissimi campanelli di allarme, da noi si procedeva per due anni abbondanti nella speranzosa attesa dell’America di Obama, che deve a tutt’oggi ancora palesarsi.
Ma quella di oggi è l’America della crisi, non l’America di Obama. E la sintesi elettorale rischia molto di identificare i due termini, Obama e crisi.
DELUSIONE TRA I PROGRESSISTI. Negli States la delusione ormai è forte. A marzo l’attore Matt Damon, che molto si era dato da fare in favore di Obama nel 2008, dichiarava che Obama aveva «equivocato il suo mandato», e sintetizzava così lo stato d’animo di un elettorato progressista galvanizzato tre anni prima dall’«audacia della speranza»: «Non ho più speranza nell’audacia».
Maureen Dowd del progressista New York Times ha scritto ancora domenica 4 settembre un editoriale di fuoco dal titolo spietato: «One and done?», che significa 'un solo mandato e basta?'.
«OBAMA NEI GUAI». La risposta è pericolosamente sbilanciata sull’affermativo. Sì, sarà difficile per Obama farsi rieleggere. «Il leader che era a suo tempo una smagliante forza ricca di ispirazione», ha cominciato Dowd, «è ora proprio un tipo davvero nei guai».
Poi il colpo basso, che riecheggia quanto scritto un mese fa sempre sul New York Times da Drew Westen, uno psicologo che insegna alla Emory University di Atlanta, e che Dowd e altri, sul fronte progressista, hanno già ripetutamente indicato come analisi di riferimento.
ELITISMO ACQUISITO. Ricordando una recente trasmissione della rete tivù Msnbc, un revival nostalgico-progressista con in sottofondo alcuni discorsi di Franklin Roosevelt della campagna elettorale del '36 in cui rispondeva per le rime agli attacchi di Wall Street, Dowd ha sostenuto che non è possibile aspettarsi nulla di simile da Obama. «Obama non può diventare nella prossima campagna un Fdr perché aspira a far parte della classe sociale che considerava Roosevelt un traditore; e non può diventare un Harry Truman perché gli manca il tocco della gente comune. Ha un elitismo acquisito».
Il presidente affetto dalla «sindrome del discorso»
Giovedì 8 settembre il presidente parlerà a Camere riunite sulla crisi occupazionale, e probabilmente annuncerà la richiesta di proroga degli aiuti ai disoccupati e un programma di lavori pubblici con assunzioni incentivate dai fondi federali.
Non è semplice offrire di più per una presidenza che causa crisi si avvia ad accumulare in quattro anni un debito superiore ai 4.900 miliardi lasciati in eredità dagli otto anni del prodigo George W. Bush.
«SQUADRA RIPUGNANTE». «Obama», ha stigmatizzato Dowd, «soffre ancora della ‘sindrome del discorso’, dell’idea che può scendere dalla montagna, leggere da un ausilio elettronico, diffondere con le sue parole un clima magico e risalire sulla montagna, mentre noi ci diamo da fare per realizzare quanto ha proclamato». Il piano per l’occupazione andava varato un anno fa, ha ricordato Maureen Dowd, «oggi è tardi».
«Ma sta danzando», ha concluso Dowd impietosa, ai margini di una presidenza da un solo mandato mentre la sua squadra alla Casa Bianca si fa del male da sola: «Reagisce invece di agire, si raggruppa, si trincera. È ripugnante».
Westen si era spinto oltre. La sfida era molto simile a quella raccolta a suo tempo da Franklin Delano Roosvelt. Ma «Obama ha fissato lo sguardo della storia e ha deciso di distogliere i propri occhi. Invece di mettere chi aveva rovinato l’economia di fronte alle proprie responsabilità, gli ha affidato le redini dell’economia. Non ha mai spiegato quella decisione al pubblico, con un fallimento della narrativa presidenziale di portata uguale al fallimento delle capacità di giudizio che lo sottende».
LE RESPONSABILITÀ DI WALL STREET. Queste cose le aveva già scritte con estrema chiarezza Frank Rich, un’altra firma di punta del giornalismo progressista newyorkese, secondo cui alla fine saranno i rapporti con gli uomini di Wall Street - in primis Lawrence Summers e Tim Geithner, l’ex stratega economico e il ministro del Tesoro - a segnare l’eventuale sconfitta di Obama.
Le famiglie americane non possono aver perso circa 8 mila miliardi di dollari di capitale - fra valori immobiliari, piani pensione e altri asset finanziari - e non sentirsi dire dal loro presidente a chi in particolare devono dire «grazie». E questi temi riaffiorano in tutta la pubblicistica, progressista e anche moderata, da William Greider a Paul Grugman a Robert Kuttner a John Cassidy a molti altri.
Le accuse di socialismo e la libertà delle banche
I conservatori preferiscono dire che Obama è statalista, socialista, e che ha riempito l’economia di regole e che sono questa a impedire alle imprese di assumere. Sì, la riforma finanziaria introduce vincoli alle banche, ma più di facciata che di sostanza, e le banche stanno facendo esattamente quello che facevano quattro o cinque anni fa, con solo alcuni adempimenti in più, che non garantiscono nulla.
In fondo la riforma finanziaria se la sono scritta loro, con il via libera del Tesoro e della Casa Bianca, dove gli uomini dell’alta finanza dominano la scena.
LIBERISMO SENZA LIMITI. I conservatori, cioè la quasi totalità del tradizionale elettorato repubblicano contemporaneo, più una parte crescente degli indipendenti (semplificando, si può considerare l’elettorato diviso in tre parti non molto dissimili numericamente, democratici, repubblicani, e indipendenti) sottoscrivono il principio secondo cui se lasciate a loro stesse l’economia e la finanza funzionano bene, il che non aiuta a capire quanto successo nel 2007-2008 e ancora oggi succede, e lascia una notevolissima confusione nei parametri di analisi della realtà odierna.
LE PREVISIONI GALLUP. Quando la rotta sembra sbagliata e cose vanno male è difficile comunque che il timoniere ottenga il plauso dei vogatori. E gli ultimi dati Gallup lo hanno confermato. Intervenendo a fine agosto a un dibattito al Dartmouth College, Frank Newport, responsabile del Gallup Poll, ha ricordato come degli ultimi 10 presidenti che da Harry Truman hanno corso per la rielezione, sette sono stati rieletti e tre (Carter, Ford e Bush padre) sono stati sconfitti.
E nell’agosto del terzo anno di mandato, il tasso di approvazione dei tre sconfitti era più alto di quanto al 38% non sia oggi quello di Barack Obama. «Quindi la storia sembra dire che il presidente è oggi in guai seri».
LA SFIDA REPUBBLICANA. A meno che, questo lo dicono in molti e sembra corretto, i repubblicani con un mix micidiale di eccesso di retorica antistatalista e di grande confusione di idee e incapacità di scrivere, loro, la storia di quanto accaduto sui mercati, non offrano a Obama una ultima chance.
Un repubblicano moderatamente progressista, come ne esistevano ancora 30 anni fa, pro business ma critico di Wall Street, avrebbe probabilmente la strada spianata. Ma ne esistono oggi? E hanno chance di vincere le primarie?
Comunque, quando le cose non vanno l’istinto prepotente dell’elettore americano è sempre quello di cambiare. Difficilmente l’economia migliorerà in questi mesi. Ma non è escluso che i repubblicani si suicidino, vittime della retorica.
Lunedì, 05 Settembre 2011

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