Gea Scancarello

IL PUNTO

L'Italia in mano ai cinesi: un affare per tutti

Pechino acquista il nostro debito per garantirsi un mercato. E noi sopravviviamo.

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13 Settembre 2011

Erano i colonialisti del nuovo millennio. Comunisti, oltretutto: eredi della tradizione che, secondo una ricca aneddotica spesso rispolverata dal presidente del Consiglio italiano, è solita mettere in tavola pane e bambini. E vieppiù scorretti: desiderosi di crescere, mangiare, vestire, guidare e sognare anche a scapito della crescita, delle abbuffate e dei sogni degli altri. I cinesi, insomma: croce dell’Occidente con il fiato corto e l’ansia da declino.
L'AIUTO INSPERATO. Ma si fa presto da croce a diventare delizia. Specie in tempo di crisi del debito, di rischio default (fallimento) degli Stati sovrani, di banche aggrappate alle speranze più che ai crediti. E lo shopping di Pechino, fino a ieri fumo negli occhi delle cicale d’Europa, diventa salvifico: non solo ben accetto, ma ricercato.
Persino da Giulio Tremonti, il ministro dell’Economia per cui la crisi prima non c’era e poi se c’era non era colpa nostra, e comunque Mamma li cinesi, che «ci stanno mangiando vivi» (2006) e «fanno dumping sociale» (2008).
Le cose sono cambiate: la notizia che Pechino sia in trattativa per acquistare fino al 10% del nostro debito pubblico oggi rassicura, al posto di spaventare. E si capisce: l’alternativa, non appena la Banca centrale europea si scocciasse di sostenerci, potrebbe essere finire gambe all’aria.
GLI ACQUISTI DI PECHINO. Ma si capisce soprattutto la mossa del Dragone asiatico, che già oggi detiene il 4% del nostro debito, all’incirca il 10% di quello americano (per 1.200 miliardi di dollari) e complessivamente il 7% di quello dei membri dell’Eurozona, Piigs in testa (i cosiddetti maiali: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).
Per la Cina non si tratta tanto e solo di fare affari realizzando al contempo un disegno egemonico. Né, tantomeno, di generosità. Piuttosto, Pechino sostiene i Paesi e i mercati da cui dipende la crescita frenetica della sua economia.
L’industria cinese, infatti, vive di export. Nonostante l’aumento della ricchezza del Paese sia stato costante negli ultimi tre decenni, la nazione non ha ancora costruito un mercato interno. Forse proprio perché la galoppata del Prodotto interno lordo è stata realizzata al prezzo di condizioni di lavoro disumane, dello sfruttamento dei bambini e di un mostruoso inquinamento ambientale.
EXPORT DIPENDENTI. I cinesi, insomma, producono, ma non hanno i soldi per comprare: quindi, le merci che escono dalle fabbriche del Guangdong devono trovare uno sbocco in Europa e in America. Oppure si ferma anche il Dragone.
Ecco perché quando mandano Lou Jiwei, presidente del China Investment Corp (quinto fondo sovrano per capacità di investimento al mondo con 200 miliardi di dollari in gestione) a trattare con i funzionari della Cassa depositi e prestiti, i cinesi garantiscono la sopravvivenza della nostra economia e la propria crescita.
Lo avevano già fatto con gli americani nei mesi passati, senza rinunciare a invitarli a maggiore rigore. Oggi Pechino lo fa con l’Europa e, in particolare, con l’Italia, che - forse più delle Grecia, ormai data per persa in parecchi ambienti - è l’anello debole della catena.
MINIMA SPESA, MASSIMA RESA. D’altra parte gli ex «pirati dell’economia» (copyright sempre di Giulio Tremonti), non solo si possono permettere di fare acquisti: hanno quasi bisogno di spendere. In questi anni, mentre il resto del mondo annaspava dietro al miraggio dell’uno virgola, hanno accumulato risorse in valuta estera per  3.200 miliardi di dollari. Talmente tanti che sono costretti a smaltirne un po’, prima che il loro valore si eroda.
Dal loro punto di vista, l’acquisto del debito statunitense ed europeo è l’investimento perfetto: una spesa mirata a garantire ricchezza futura. E, nel caso dei Btp italiani, un rendimento ben al di sopra della media.
LA GLOBALIZZAZIONE ORA PIACE. In altri tempi ci si sarebbe chiesti se l’occasione fosse così fortunata anche per noi, che lo shopping lo subiamo. Ma la gravità della crisi attuale toglie, se non i dubbi, lo spazio per gli interrogativi.
Tant’è vero che a trattare con i cinesi è andato, già settimane addietro, lo stesso direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli. E che il titolare dello stesso ministero si è dimenticato di aver dato alle stampe, in tempi non sospetti (era il marzo 2008 e il crac di Lehman doveva ancora arrivare) un saggio dal titolo La paura e la speranza, in cui discettava dottamente contro la globalizzazione.
Quelle preoccupazioni sono lontane: oggi bisogna garantirsi la sopravvivenza. Tremonti e soci sanno bene cosa significa e quali siano gli effetti collaterali: più merci cinesi (le stesse contro cui il ministro ha condotto memorabili crociate), abbattimento dei dazi, infrastrutture italiane made in China.
Evidentemente, la prospettiva è meno inquietante rispetto a quella di un default prossimo futuro. Al Tesoro hanno scoperto che la globalizzazione, in fondo, potrebbe non essere poi così male. Ma i cinesi lo avevano capito prima di tutti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lorenz 23/set/2011 | 11:38

Visitors
I cinesi erano dei paria nel mondo del commercio internazionale fino a che non hanno comprato il debito pubblico americano, ottendendo dagli States il placet all'ingresso del WTO.
Si sono "comprati" il sì di chi gli metteva il veto. L'occhio a mandorla ha il cervello fino. E le tasche piene.
Ora replicano il modello. Solo che non possiamo svendere i nostri valori culturali e sociali per del vil denaro. Mi ricordano i Visitors....

Kaulon 15/set/2011 | 08:49

Affare???????????????
Si tratta di affari. Belli e buoni. Ma Cinesi. E di chi ha soldi, in Italia!
I poveracci saranno esclusi da tutto.
Il debito pubblico sarebbe giusto essere detenuto dai cittadini stessi. No dai stranieri!
Questo significa che i capitali italiani non investono più nel loro Paese perchè non hanno convenienza e fiducia nel sistema stesso, ma abbiano preso la fuga verso l'estero in altri Stati dove le garanzie sono maggiori.

djgianpi 14/set/2011 | 11:11

OTTUSI
Branco di governanti ottusi che pensavano di fermare l'orda cinese con un po' di dazi doganali. Questo ci da la misura della totale assenza di lungimiranza, e sottolineo la TOTALE. Lo sanno anche i bambini: quando il nemico è troppo forte o soccombi o trovi alleanze. Ma non quando ormai sei alla mercè. Adesso puoi solo dire sissignore

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