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Economia 

LO SCENARIO

Ankara snobba l'Europa

Perché per la Turchia l'adesione all'Ue non è più prioritaria.

di Marco Todarello

Articolo completo

Il sogno europeo della Turchia cominciò nel 1987, quando il Paese allora guidato da Turgut Ozal depositò la richiesta per entrare nella Comunità economica europea (Cee). Per i cittadini si trattava di un'opportunità per aprirsi al vicino Occidente. Per il Paese di un'irrinunciabile occasione di sviluppo.
I NEGOZIATI PER L'ADESIONE. Ben 24 anni dopo, i negoziati per l'ingresso in Europa sono ancora in corso, e gli sforzi di Ankara per sottostare alle condizioni imposte da Bruxelles si infrangono regolarmente contro lo scetticismo di alcuni Paesi membri, che a lungo hanno considerato troppo povero e troppo instabile il vicino.
IL GENOCIDIO ARMENO. A questo vanno aggiunti il nodo sul genocidio degli armeni (che Ankara non riconosce), la scarsa tutela dei diritti umani denunciata dalle associazioni umanitarie e l’occupazione della parte nord dell’isola di Cipro, condannata anche da una Risoluzione Onu.
A poco sono servite alcune riforme sostanziali, come l’abolizione della pena di morte. L'Europa ancora tentenna e le mutate condizioni economico-politiche hanno cambiato le carte in tavola. Così, l’adesione all’Unione europea non è più una priorità.

«La Turchia oggi può aiutare l'Europa»

Al di là del Bosforo, oggi l’economia vola, l’amministrazione dello Stato è solida e il ruolo di Ankara è ormai strategico al punto che non c’è da stupirsi davanti alle dichiarazioni del ministro delle Finanze Mehmet Şimşek: «La Turchia può aiutare l'Europa a diventare un leader mondiale». L’ingresso nell’Ue, dunque, potrebbe oggi essere più utile a Bruxelles che non alla stessa Ankara. Che ora guarda all’Europa con le stesse ambizioni di un tempo, ma senza la macchia di sentirsi un interlocutore debole.
«La Turchia correrà con una media del 5% nella prossima decade grazie alle riforme strutturali fatte in passato, al solido sistema bancario e a una forte domanda interna», ha aggiunto Şimşek.
CRESCITA RECORD. Il ministro dell’Economia è uno degli uomini più fidati di Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro che ha da poco iniziato il suo terzo mandato sostenuto da ampi consensi. L’economia vola (dal 2002 il Pil è cresciuto in media del 6% all’anno e del 9% nel 2010, mentre l’inflazione è costantemente calata) e la rapida ripresa seguita alla crisi finanziaria globale ha reso la Turchia più affidabile sui mercati internazionali. Un benessere percepito dalla popolazione che, rispetto al 2002, ha visto il proprio Pil pro capite triplicarsi, fino a toccare nel 2010 i 10.500 dollari.
POPOLAZIONE GIOVANE. E il futuro appare ancora più roseo se si pensa alla percentuale di giovani che abitano il Paese: su 78 milioni di abitanti, 12 milioni hanno meno di 25 anni. E i 50 mila tornati dalla Germania nell'ultimo triennio a causa della crisi sono pronti a dare man forte all’economia nazionale.
Nonostante un deficit pari al 9,5% del Pil, con questi numeri la Turchia è destinata, nel giro di due anni, a lasciare lo status di Paese a medio reddito assumendo quello di Paese ricco. E a guardare da una posizione privilegiata l’Europa alle prese con il crollo dei mercati e almeno tre nazioni - Grecia, Portogallo e Irlanda - finanziariamente dissestate.
PARTNER IRRINUNCIABILE. «La Turchia è in grado di andare avanti per la sua strada, ma non per questo perde di vista il mondo arabo e Occidente», ha spiegato a Lettera43.it Erik Jones, professore di Studi europei alla Johns Hopkins University. «Ankara ha bisogno dell’Europa per l’accesso ai mercati e per gli scambi commerciali, così come quest’ultima ha bisogno della Turchia per avere un alleato forte nel mondo arabo. In ogni caso l’Europa, se non vuole perdere la sfida con le economie emergenti come Cina e India, non può fare a meno di questo partner».

La stella di Erdogan nell'Europa in declino

Eppure non sono sempre state rose e fiori. Nel 2001 la Turchia rischiò la bancarotta. Ma sotto la pressione del Fondo monetario internazionale, e spinta dalla road map per l’adesione, Ankara probabilmente innescò quella politica di rigore che ha creato le basi per il decollo economico.
IL MIRACOLO ECONOMICO. Politiche avviate dall’ex presidente Bülent Ecevit (al potere fino al 2002) e poi ampliate e approfondite da Erdogan, considerato il vero eroe del miracolo economico.
Tra l’altro, l’ex sindaco di Istanbul ha avuto il merito di interpretare le esigenze della nuova borghesia imprenditoriale dell’Anatolia, emersa negli ultimi 15 anni come forza economica trainante del Paese, e che in breve è diventata la base elettorale del suo partito, l’Akp. La popolarità del premier è legata anche all’aver saputo legittimare le istituzioni democratiche del Paese, per decenni assoggettate al controllo dei militari.
POSIZIONE STRATEGICA. Paradossalmente oggi proprio il progressivo declino del vecchio continente, con la debolezza e confusione di molti suoi leader, coincide con l’affermarsi del prestigio di Erdogan, alla guida di un Paese sempre più strategico nello scacchiere internazionale.
Inoltre con gli equilibri cambia anche il baricentro della politica estera di Ankara, sempre più diretta verso uno spazio nuovo, più distante dall’Europa e più vicina al mondo musulmano, dai Balcani al Medio Oriente. Non è un caso che le nazioni lambite dalla Primavera araba abbiano riconosciuto nella Turchia il modello di sviluppo futuro.
LA SVOLTA NEO-OTTOMANA. L’area di influenza del vecchio impero ottomano è ritornata a essere centrale anche grazie alla politica di Ahmet Davutoglu, l’ex professore universitario che Erdogan ha chiamato al suo fianco, e che ben presto è diventato uno degli uomini fondamentali del nuovo corso.
Secondo Davutoglu la Turchia dovrebbe approfittare della fine della Guerra fredda e della sua particolare posizione geo-strategica per tornare a essere «un ponte» tra il mondo occidentale e quello islamico.
LA NUOVA CENTRALITÀ. «Erdogan è il portavoce di un nuovo orientamento politico», ha spiegato a Lettera43.it Massimo Campanini, professore di Storia contemporanea dei Paesi arabi all’Università orientale di Napoli, «il suo islamismo moderato ha reso la Turchia più credibile e affidabile sia agli occhi del Medio Oriente lontano dagli estremismi sia agli occhi dell’Europa. Per questo per la Turchia non è più prioritaria l’adesione all’Ue: ora può rivendicare un ruolo da protagonista indipendente rispetto ai nuovi equilibri nell'area».  

Giovedì, 22 Settembre 2011


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Commenti (2)

p49ruby 22/set/2011 | 11:53

Ben gli sta!
grazie a Germania e Francia che non volevano spostare l'asse a sud

Alessandromagno 22/set/2011 | 09:33

La Turchia vera protagonista del dialogo !
Fa paura l'inserimento nell'Internazionalismo Politico , sia all'Europa che agli States ! Se vuole può mettere in seria difficoltà sia L'israele che gli Yanchee ! Chidendogli gli spazi aerei . e sarebbero veramente cazzi !

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