Economia
CRISI DELL'EURO
Lo schiaffo di Bratislava
Bocciato l’ampliamento del pacchetto salva-Stati.
di Pierluigi Mennitti
Forse George Papandreou si salverà, e con lui anche l'euro, ma nel frattempo sotto l'aumento del fondo salva Stati Efsf è caduta il premier della Slovacchia Iveta Radicova. Il parlamento di Bratislava non ha votato il via libera nella drammatica seduta dell'11 ottobre per l'opposizione di uno dei partiti della maggioranza, Libertà e solidarietà di Richard Sulik, aprendo così la strada alla crisi di governo: Radicova, nel disperato tentativo di forzare l'ostinazione degli euroscettici, aveva imposto la fiducia sulla votazione, legando così il proprio destino a quello dell'Europa. Ma non c’è stato niente da fare.
TUTTO BLOCCATO DOPO IL NO. «A favore dell’ampliamento hanno votato solo 55 dei 150 deputati, negando così anche la fiducia al governo», ha riportato Der Standard, «la maggioranza era invece di 76 voti. I contrari sono stati nove, in 60 si sono astenuti». Senza l'approvazione della Slovacchia, l'ombrello deciso dai leader europei non può entrare in funzione. Il sì deve venire da tutti e 17 i Paesi membri dell'Eurozona: gli altri 16 lo hanno votato, buon ultimo il parlamento maltese, ma senza Bratislava tutto resta bloccato. La soluzione c'è: il pacchetto verrà approvato in una seconda votazione, con l'appoggio del partito socialdemocratico d'opposizione di Robert Fico, ma al prezzo delle dimissioni del premier. Iveta Radicova si è immolata sull'altare del Partenone.
Le dichiarazioni della Radicova non hanno vinto le resistenze
Le dichiarazioni con cui il presidente del Consiglio aveva annunciato il voto di fiducia resteranno negli annali della politica slovacca per il loro filo-europeismo.
«Per me è inaccettabile permettere l'isolamento del Paese dal resto dell'Europa», ha proseguito il quotidiano austriaco, citando le parole di Radicova, «dal momento che nel voto sull'ampliamento dell'Efsf è in gioco il futuro della Slovacchia nella comunità europea», ha detto.
E ancora: «Di fronte a una crisi che minaccia la stabilità del mondo, bisogna assumersi la piena responsabilità di trovare collegialmente le soluzioni per superarla. Una sfida simile non può essere affrontata con polemiche nazionali interne ai singoli Stati, mi dispiace non essere riuscita a convincere il mio alleato di governo della bontà del compromesso proposto, ma la credibilità del mio Paese di fronte ai partner europei ha la priorità assoluta».
PAROLE DI PASSIONE FILOEUROPEA. Una dichiarazione ricca di passione che non ha smosso di un millimetro la resistenza di Sulik. Il panorama politico del Paese danubiano è piuttosto articolato. La coalizione che regge le sorti della Slovacchia è composta da quattro partiti. I cristiano-democratici di tendenza liberale del premier (Sdku-Ds) rappresentano il pilastro principale. Poi ci sono i cristiano-democratici conservatori del Kdh, il partito della minoranza ungherese Most-Hid e, appunto, i neoliberisti di Libertà e solidarietà (SaS).
«La frazione più grande è però quella socialdemocratica (Smer), guidata da Robert Fico», ha illustrato ancora Der Standard, «personaggio controverso e di primo piano della politica slovacca degli ultimi anni. È stato già presidente del Consiglio prima di Radicova e ha una posizione filo-europeista, ma per calcoli politici interni ha preferito negare l'appoggio diretto al governo e porre la condizione del suo ritiro per votare il pacchetto Efsf in seconda battuta».
Un voto contro la strategia Ue di salvataggio dei Paesi debitori
Se è assai raro che tutti gli occhi del Vecchio Continente siano rivolti al parlamento di Bratislava, ancor più difficile è che a finire sotto i riflettori sia un leader di un piccolo partito. Ma questa volta Sulik aveva il pacchetto di voti decisivo e lo ha utilizzato per rimarcare le posizioni ideologiche di Sas contro la strategia europea di salvataggio dei Paesi debitori.
«Nel dibattito parlamentare, Sulik ha rinnovato tutte le sue critiche alla gestione della crisi di Bruxelles», ha scritto la Welt, «sottolineando come il progetto Efsf contraddica il buon senso. La Slovacchia è il Paese più povero dell'area euro e tuttavia si ritrova a pagare proporzionalmente la quota più alta fra tutti gli Stati membri. Per fare i conti, uno slovacco contribuirà con 300 ore lavorative a testa, contro una media di 120 ore di un lavoratore tedesco».
DISOCCUPAZIONE E CRISI POLITICA. Il Paese danubiano ha adottato l'euro il primo gennaio 2009, grazie ai conti pubblici in regola ottenuti attraverso una dura politica di risparmio. Gli indicatori economici, infatti, sono piuttosto incoraggianti. Per il 2011, l'Eurostat prevede una crescita del prodotto interno lordo (Pil) del 3,5%, contro l'1,6% dell'Eurozona. Il debito pubblico pesa per il 44,8% sul Pil, un dato che fa invidia a molti Paesi più grandi: la media dell'Eurozona è dell'87,7%.
Resta tuttavia più elevata la quota dei disoccupati, 14,4% contro la media del 10,1% dei Paesi che adottano la moneta unica. Lo stipendio medio mensile è di 800 euro, una pensione media si attesta attorno ai 400 euro mensili. Una situazione in chiaro-scuro che ora dovrà fare i conti anche con la crisi politica.
Mercoledì, 12 Ottobre 2011

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