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Economia 

LA ROTTA

Iran, il ricatto del greggio

Da Hormuz passa il 40% del petrolio.

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Prezzi della benzina quadruplicati, costi dell’energia alle stelle, economie in recessione.
L’incubo dello choc petrolifero si è materializzato agli occhi del mondo il 28 dicembre, quando il braccio di ferro sul nucleare tra Iran e Stati Uniti è sfociato nella minaccia di Teheran di bloccare il passaggio delle navi nello stretto di Hormuz.
Il canale, ampio 34 miglia (55 chilometri), è una delle due grandi arterie dell’oro nero: da questo braccio d’acqua nel Golfo Persico che divide l'Iran dall'Oman, transita il 40% del greggio destinato all’esportazione mondiale.
RISCHIO STAGFLAZIONE. Impedire il passaggio delle petroliere significa dunque affamare il Pianeta di energia e, in seconda battuta, spianare la strada alla stagflazione, il connubio tra stagnazione e inflazione - cioè crescita piatta e contestuale aumento dei prezzi - da cui è difficilissimo riprendersi.
L’Iran lo sa bene: l’embargo dell’Opec dopo la guerra del Kippur nel 1973 e, soprattutto, la rivoluzione khomeinista del 1979 ebbero effetti disastrosi e di lungo periodo sull’economie europee e su quella degli Usa.
E gli ayatollah oggi giocano le loro carte sul terrore che quel periodo si possa ripetere.

Da Hormuz transitano 15,5 milioni di barili al giorno

La posta in gioco è alta. Sulle due sponde della minuscolo braccio di mare si trovano i principali Paesi produttori di greggio: da un lato il Kuwait, l’Iraq meridionale e l’Arabia Saudita; dall’altro l'Iran, da cui arrivano 4 degli 85 milioni di barili di petrolio estratti ogni giorno nel mondo.
In media 13 petroliere attraversano lo stretto di Hormuz quotidianamente, trasportando 15,5 milioni di barili di greggio e 2 milioni di altri prodotti petroliferi: si tratta del 17% di quello consumato a livello globale, di un terzo di quello che circola via mare e del 40% del petrolio destinato complessivamente alle esportazioni.    
ROTTA VERSO I PAESI DELL'EST. L’oro nero che transita per questo lembo di Golfo Persico prende per lo più la via dell’Est energivoro: Cina, Giappone e Malesia in testa.
L’improvvisa difficoltà ad approvvigionarsi di petrolio condannerebbe certamentePechino a rallentare la propria corsa. Ma ostacolerebbe anche la ripresa di Tokyo dopo il disastro dello tsunami e dell’esplosione della centrale nucleare di Fukushima. E, soprattutto, farebbe schizzare verso l’altro i prezzi del greggio, che già avevano risentito dello stop delle estrazioni libiche a causa della guerra che ha portato alla deposizione e all'uccisione di Muammar Gheddafi.
AUMENTO DI 20 DOLLARI A BARILE. Gli analisti americani hanno già diffuso le proprie stime: senza il petrolio in arrivo dallo stretto di Hormuz il prezzo di riferimento per il greggio è destinato ad aumentare di circa 20 dollari al barile. Precisamente, si rischia di passare dai 100 dollari del 2011 a 120 nel 2012.
E la situazione è tanto più grave perché aumentare la produzione non è facile: le compagnie avevano sperato di incrementare le estrazioni in Iraq, ma l’instabilità politica in cui è risprofondato il Paese dopo il ritiro degli americani rischia anzi di minare i livelli attuali.

Mancano corridoi alternativi e lo stretto è un bersaglio facile

Non esistono però nemmeno corridoi alternativi a Hormuz: l’insieme degli oleodotti che attraversano la penisola arabica da Est a Ovest sfociando nel Mar Rosso non consentono di arrivare nemmeno alla metà del quantitativo attualmente trasportato.
Insomma, l’economia mondiale alla mercé delle provocazioni di Teheran. E la capacità intimidatoria dell’Iran, al di là dell’effettiva intenzione di imbarcarsi in una guerra con gli Stati Uniti che sarebbe devastante per gli ayatollah, è comunque molto alta.
Per mettere il mondo in ginocchio, l’antica Persia deve solo controllare il corridoio di circa tre chilometri a ridosso della costa che è l’effettivo spazio di manovra delle petroliere.
SOTTOMARINI O UOMINI RANA. Gli ayatollah potrebbero ricorrere alle mine, come fecero durante la guerra con l’Iraq (1980-88) o servirsi di uomini rana, ma anche utilizzare i 23 vecchi sottomarini un po’ malridotti, eppure ancora efficaci, oppure far ricorso ai più moderni battelli, rapidi da scagliare contro le petroliere, sul modello dei pirati di Aden.
I mezzi per creare grosse difficoltà insomma non mancano. L'auspicio però è che il presidente dell'Iran Mahmoud Ahmadinejad non voglia correre il rischio di sfidare la rappresaglia del resto del mondo, pronto a coalizzarsi contro Teheran.

Giovedì, 29 Dicembre 2011


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Il passaggio delle petrolieri nello Stretto di Hormuz.

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