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Economia 

FINANZA

Il club della tripla A

Dall'Olanda al Canada, 13 Paesi conservano il rating più alto.

di Ulisse Spinnato Vega

Articolo completo

Un club di privilegiati via via più ristretto, un consesso di virtuosi che sempre più sente sul collo il fiato dalla crisi. Sono i «reduci» della tripla A, i primi della classe per le agenzie di rating.
Dopo il downgrade di Francia e Austria da parte di Standard and Poor's, sono ridotti a 13, un numero, si sa, che non porta nemmeno tanto bene. La maggior parte di loro è in Europa, ma solo quattro (Germania, Olanda, Finlandia e Lussemburgo) danno lustro all’Eurozona (leggi anche Economiaweb).
Nel resto del vecchio continente, invece, spicca il modello scandinavo. In America è rimasto il Canada, poi la lontana Australia e due città-Stato asiatiche come Singapore e Hong Kong.

La Germania, una tripla A che sente il peso della crisi

È la quarta potenza economica mondiale e resta l’unico Paese di grandi dimensioni di Eurolandia a garantire la Tripla A del fondo salva-Stati, l’Efsf.
I bond tedeschi sono considerati così sicuri da pagare un interesse che in alcuni casi è addirittura negativo. La Germania era malata di crescita e competitività all’inizio del secolo, ma nei primi anni 2000 ha fatto quelle riforme del mercato del lavoro, del welfare e della struttura industriale che le hanno consentito di riprendere a correre con una manifattura di grande qualità, investimenti massicci, tante multinazionali medio-grandi e un livello di esportazioni che ha superato i 1000 miliardi di euro.
DISOCCUPAZIONE SOTTO IL 7%. L’occupazione nel 2011 ha oltrepassato per la prima volta il tetto record dei 41 milioni di unità e la disoccupazione è scesa sotto il 7%, il livello più basso da oltre 20 anni.
Certo, i rischi per la tripla A dei tedeschi sono connessi alla sopravvivenza dell’euro, il cui crollo avrebbe pesantissime ripercussioni su tutti quei Paesi che sono subfornitori dell’economia tedesca (vedi l’Italia) e primi acquirenti dei prodotti tedeschi. 
Il peso della crisi già si sente e, infatti, la crescita a Berlino si è fermata. Tra l’altro, il rapporto debito-Pil supera l’80% e non si trova già dalle parti del 100% soltanto grazie a una sorta di «trucco» contabile: la Germania, infatti, non computa nell’esposizione federale quella della Kfw, la Cassa depositi e prestiti, come invece fa l’Italia. La locomotiva, insomma, ha iniziato a rallentare in salita.

L'efficienza di Olanda, Finlandia e Lussemburgo

I Paesi bassi sono uno dei partner più stretti di Berlino e il primo vagone a rimorchio dell’economia tedesca. Un’industria forte (soprattutto chimica, prodotti petroliferi e alimenti trasformati), servizi efficienti e un’agricoltura altamente meccanizzata sono i suoi punti di forza, oltre alla grande capacità di attrarre investimenti esteri. La disoccupazione non supera il 6% e il rapporto debito-Pil è intorno alla soglia Ue entro cui devono stare i virtuosi, ossia il 60%.
Tuttavia, il deficit 2011 è al 4,5% (più alto dell’Italia) e la crescita si è fermata per colpa delle fibrillazioni dell’aria euro. Se crolla la moneta unica, non ci sarà ombrello tedesco che possa dare riparo.
IL POTENTE MODELLO SCANDINAVO. Il modello scandinavo primeggia, ma l’Eurozona se ne giova soltanto grazie alla Finlandia. Si dirà che è più facile quando un Paese ha risorse naturali notevoli e una popolazione di appena 5,2 milioni di abitanti. Intanto, però, l’economia finlandese sfrutta alla grande il settore dell’hi-tech (il colosso Nokia è nato da quelle parti), ma anche l’estrazione dei minerali e la trasformazione del legno.
Si tratta di un’economia molto orientata all’export, con un welfare protettivo, naturalmente, eppure messo ora a dura prova dal rapido invecchiamento della popolazione. Il crollo del Pil nell’anno nero della crisi, il 2009, era stato molto pesante: -8,2%. Ma già nel 2010 la crescita aveva ripreso a viaggiare oltre il 3%, quindi il Paese sta uscendo rapidamente dal buco nero. Non esiste percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà, però, un po’ a sorpresa, la disoccupazione supera l’8%. Insomma, i finlandesi sono forti ma nessuno è indistruttibile.
UN PARADISO FISCALE. Quando la tripla A incontra un piccolo paradiso fiscale, come il Lussemburgo, allora i motivi per storcere il naso abbondano. Il Granducato è vasto appena il doppio di Roma e ha 500 mila abitanti. Sono lontani i tempi in cui l’economia era tutta basata sull’acciaio. Ormai ciò che conta sono banche e servizi finanziari.
Chiaramente il Pil pro-capite è altissimo (meglio stanno solo Lichtenstein e Qatar), l’80% degli occupati lavora nei servizi e la disoccupazione è appena al 6%. Quasi una pacchia.

L'economia forte del Regno Unito e il generoso welfare svedese

Il Regno Unito è la settima economia del mondo, appena davanti all’Italia. Ma i bei tempi di Tony Blair sono lontani. Come si sa, è uno dei centri finanziari più importanti del pianeta e un’economia che ha puntato tutto sui servizi, perdendo ampie fette di manifattura. Il rapporto deficit-Pil intorno al 10% e il debito-Pil ben oltre l’80% sono peggiori della Francia, che ha appena perso la tripla A.
Eppure, il Regno Unito ancora si salva per la libertà della banca centrale di monetizzare il debito e rispondere così a eventuali tensioni sui titoli sovrani. La crescita ha superato di poco l’1% nel 2010 e la disoccupazione viaggia intorno all’8%. Il rating, comunque, rimane a rischio.
Anche il sistema di welfare svedese è ancora importante e generoso, malgrado le ristrutturazioni operate qualche anno fa dal centrodestra al governo. La forza lavoro è estremamente formata e flessibile, come un po’ in tutti i Paesi scandinavi. Il settore dei servizi è molto avanzato, mentre nel 2010 Stoccolma ha superato la crisi grazie all’export di materie prime e all’efficienza di un sistema bancario risorto dalle ceneri degli Anni 90.
SVEZIA FORTE SENZA EURO. Nel settembre 2003, gli svedesi rifiutarono di entrare nell’euro. E in questo momento stanno avendo ragione loro. La popolazione è di appena 9 milioni di abitanti e la disoccupazione viaggia intorno all’8%, in conseguenza della recessione internazionale che aveva depresso il Pil del 6% tra il 2008 e il 2009. La tripla A potrebbe essere in discussione se la crisi continuasse ad aggravarsi.

La flexsecurity danese e lo statalismo illuminato della Norvegia

La Danimarca rappresenta il modello di cui tanto si parla in Italia in vista della riforma del mercato del lavoro. È una nazione leader nelle energie rinnovabili, nella farmaceutica e nella nautica. Anche qui, la crisi ha fatto cadere il Pil del 6% circa tra il 2008 e il 2009, ma la disoccupazione è comunque rimasta intorno al 6%, grazie a un mercato della manodopera estremamente raffinato, con risorse umane sempre ben formate e adattabili di fronte alle continue riconversioni.
DEBITO-PIL SOPRA IL 40%. Un individuo, in Danimarca, cambia lavoro mediamente sette, otto volte nella vita e la flexsecurity fornisce un sostegno notevole nei periodi di non occupazione, che di solito sono sempre brevi. Il rapporto debito-Pil è appena sopra il 40%. Se Copenhagen dovesse perdere la tripla A, vorrebbe dire che al mondo non ci sono più certezze.
La Norvegia rappresenta ancora un mix quasi perfetto tra economia di mercato e statalismo «illuminato». Settori chiave come il petrolio, il gas e le risorse naturali sono a prevalente controllo pubblico e fruttano circa un terzo delle entrate statali, oltre a equivalere a metà dell’export complessivo.
Oslo ha risentito pochissimo della crisi internazionale a livello di dinamica del Pil, perdendo meno dell’1% tra il 2008 e il 2009. Di conseguenza, il rimbalzo 2010 è stato impercettibile e la crescita quasi nulla (0,4%). In ogni caso, la disoccupazione viaggia sotto il 4% e il debito è appena al 50% del Pil. Insomma, i norvegesi sono sempre lì, solidi come una roccia.

La cassaforte svizzera e il potente sistema bancario canadese

Il piccolo Stato federale ha una moneta che è diventata un ambito bene rifugio da quando l’euro è nella bufera. Il franco si è rivalutato talmente tanto che le autorità elvetiche hanno iniziato a preoccuparsi. La Banca nazionale Svizzera ha provato a metterci una toppa per evitare dannosi effetti deflazionistici e un crollo delle esportazioni.
Intanto, il celeberrimo sistema bancario elvetico continua a importare capitali dall’estero e il fisco italiano ne sa qualcosa. Tra il 2008 e il 2009, il Pil svizzero è rimasto al palo, ma ciò vuol dire che non è arretrato mentre tutti facevano il passo del gambero. La disoccupazione non va oltre il 4% e il rapporto debito-Pil non supera il 40%. La tripla A sembra in cassaforte, è proprio il caso di dirlo.
Il Canada è rimasto l’unico Paese del continente americano con il rating massimo. Si tratta di una delle prime 10 economie al mondo. Su una superficie sterminata vivono appena 34 milioni di abitanti e il modello di mercato, di sviluppo e di società risulta essere simile a quello dei vicini Stati Uniti, per quanto mitigato da un welfare pubblico più rilevante.
ENERGIA E MATERIE PRIME. Come si sa, l’economia è beneficiata dai settori dell’energia e delle materie prime, tuttavia sono ben sviluppati pure le manifatture e i servizi. Dopo un quindicennio di crescita robusta, nel 2008 Ottawa ha risentito pesantemente della recessione.
Tuttavia, il sistema bancario ne è uscito come uno dei più forti al mondo, grazie a strategie di investimento prudenti e a una massiccia capitalizzazione. Nel 2010 la crescita ha superato il 3%, tuttavia il rapporto debito-Pil resta un po’ altino: oltre l’80%. La tripla A, in ogni caso, non sembra a rischio nell’immediato.

L'economia avanzata di Australia, Singapore e Hong Kong

Stesso discorso, dall’altra parte del Pacifico, si può fare per l'Australia: tanto spazio, pochi abitanti e un’infinità di risorse naturali. Qui prevale il gas rispetto al petrolio e poi non va trascurato il settore primario e l’export di alimenti.
Naturalmente, il terziario è avanzato e ben organizzato. Nell’anno nero della crisi, il 2009, l’economia è addirittura cresciuta dell’1,2% (miglior risultato Ocse), mentre nel 2010 il Pil è andato oltre il +3%. La disoccupazione è al 5% e il rapporto debito-Pil non supera il 30%. La tripla A sembra sicura e al caldo come nel marsupio di un canguro.
E veniamo all’Asia. Più che uno Stato, Singapore è una città fatta Repubblica, grande la metà di Roma e con 4,7 milioni di abitanti. Il libero mercato la fa da padrone e l’economia si basa sull’export di alta tecnologia di consumo, Ict e prodotti farmaceutici.
Naturalmente, sono molto avanzati anche i servizi finanziari e la ricchezza pro-capite è al livello dei Paesi occidentali. Impressionante la crescita del Pil nel 2010: +14,5%, molto meglio della Cina.
SINGAPORE, LA MECCA DEL LAVORO. La disoccupazione quasi non esiste, ma il rapporto debito-Pil è su livelli pressoché italiani (105,8% nel 2010). Tuttavia, va detto che il governo di Singapore emette securities soprattutto per finanziare il Central provident fund, il fondo pensioni dello Stato, una specie di Inps locale. E si tratta per lo più di titoli non commerciabili. Singapore, infatti, dagli Anni ’80 non ricorre al mercato per finanziarsi. Ma, in ogni caso, con una crescita di quel livello, il debito appare oggi sostenibile.
Anche Hong Kong è una grande città-Stato con oltre 7 milioni di abitanti. La dipendenza dell’economia locale dai servizi e dagli scambi finanziari è enorme. Naturalmente l’andamento della crescita è molto legato alla situazione internazionale, anche se sta aumentando l’integrazione con il gigante cinese.
Fino a un decennio fa erano erano le manifatture a tirare la carretta, ma già nel 2009 i servizi rappresentavano il 90% del Pil (con il turismo e la finanza a farla da padroni). Sempre nel 2009, la ricchezza era calata quasi del 3%, ma ha sfiorato una crescita del 7% nel 2010. La disoccupazione non raggiunge il 5% e il debito-Pil è sotto il 20%. Insomma, comodo stare sotto l’ombrello di Pechino.

Lunedì, 16 Gennaio 2012


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Commenti (1)

new zealand 17/gen/2012 | 13:51

tripla A e l'Italia
Leggendo l'elenco dei paesi che godono ancora della tripla A della agenzia di rating Standard and Poor's, con spirio realistico c'è da stupirsi che a noi riconoscano un generoso BBB+.
Ma abbiamo mai avuto la AAA? Credo proprio di no.

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