Economia
ECONOMIA
Europa fannullona
Banca mondiale: produttività Ue bassa perché si lavora poco.
di Pierluigi Mennitti
L'Europa resta il luogo migliore al mondo nel quale vivere. Ma questo primato è stato raggiunto con spese che molti dei suoi Stati non sono più in grado di permettersi. È la conclusione a cui sono giunti gli esperti della Banca mondiale, che hanno dato alle stampe un rapporto dal titolo chiaro: «Crescita dorata: come ripristinare lo splendore del modello economico europeo».
IL CROLLO DELLA PRODUTTIVITÀ UE. Lo Stato sociale costruito negli anni dai Paesi del Vecchio continente è un paradiso e anche un miraggio per molti cittadini del resto del mondo, ma un fattore lo mette a rischio: il crollo della produttività.
Il problema è che gli europei lavorano poco, non solo rispetto ai cittadini delle economie emergenti, che corroborano la loro crescita tumultuosa grazie - tra le altre cose - a un'attività che non conosce limiti d'orario, ma anche a quelli di economie mature come gli Stati Uniti.
In Europa, chi lavora, sostiene la Banca mondiale, lo fa in condizioni comode e di grande sicurezza, ma anche coloro che sono disoccupati possono spesso usufruire di sussidi generosi e, a volte, riescono a ottenere una pensione.
Francesi maglia nera con 1679 ore all'anno, contro le 1904 dei tedeschi
Forse non è l'esatta rappresentazione della vita delle generazioni più giovani, ma gli esperti insistono: «L'Europa è diventata una superpotenza dello stile di vita, con la più alta qualità mai raggiunta nella storia dell'umanità, e questo nonostante i redditi reali siano un quarto più bassi di quelli dei nordamericani».
LA FORZA DEL WELFARE. Il segreto è nella rete di protezione: pensioni, sussidi di disoccupazione, Stato sociale. Per godere di queste sicurezze, l'Europa vi destina più risorse rispetto al resto del mondo messo assieme.
Si tratta di osservazioni non sconvolgenti: il nostro continente ha innalzato attorno alla vita dei suoi cittadini una rete di sostegno pubblico che è stata l'orgoglio e il tratto distintivo della sua crescita economica e civile.
Ma le tendenze demografiche mettono a repentaglio i successi raggiunti, facendo perdere slancio sul terreno della competitività: «Con il rapido invecchiamento della popolazione, il crollo della fertilità e senza riforme nel campo del lavoro, dell'immigrazione e delle pensioni, l'Europa è destinata a peggiorare e perderà nel prossimo mezzo secolo 1 milione di forza lavoro all'anno».
IN UE SI FATICA POCO. Il problema più serio, però, è che gli europei si sono abituati a lavorare poco. In alcuni Paesi, il fenomeno è stato più accentuato.
In Francia, per esempio, dove l'introduzione della legge sulle 35 ore ha fatto scivolare la durata media effettiva del lavoro dei salariati a tempo pieno al penultimo posto della classifica continentale, dopo la Finlandia.
Secondo un'inchiesta europea sul mondo del lavoro, resa nota dall'istituto francese Coe-Rexecode, in poco più di 10 anni, dal 1999 al 2010, la diminuzione della durata effettiva del lavoro d'Oltralpe è stata la più pesante di tutte: meno 270 ore. I francesi lavorano 1679 ore all'anno, contro le 1904 dei tedeschi e le 1850 degli austriaci.
Solo a Est vengono adottati modelli più competitivi
Le cose non vanno meglio anche per due Paesi invischiati nella crisi finanziaria, Italia e Spagna. «Dal 1995 a oggi», hanno scritto gli uomini della Banca mondiale nel loro rapporto, «il tempo di lavoro nei due Paesi mediterranei è calato e, a fronte della modesta crescita di produttività registrata, il fenomeno desta particolari preoccupazioni».
A farci buona compagnia ci sono anche gli irlandesi, i belgi e i lussemburghesi, a testimonianza del fatto che il problema riguarda un po' tutti.
Solo a Est si ritrovano numeri più elevati: le democrazie costruite dopo il crollo dei sistemi socialisti hanno adottato modelli più competitivi e meno appesantiti da forme di assistenza sociale e hanno scelto schemi che combinano bassi salari a molte ore lavorative.
ROMANIA: 2095 ORE ANNUALI. Per questo, al vertice della classifica Coe-Rexecode ritroviamo le 2095 ore lavorative annuali dei romeni e le 2021 degli ungheresi.
Qualche dato contraddittorio c'è: Romania e Ungheria non hanno certo evitato di finire con tutti i piedi nelle sabbie mobile della crisi finanziaria. La Finlandia, che pure detiene il record per il minor numero di ore lavorative, non se la passa poi tanto male.
E, al contrario, è possibile sfatare un luogo comune che riguarda i greci: con 1971 ore lavorative, appaiono più laboriosi dei tedeschi, anche se i risultati economici sono completamente differenti.
Nel 2010, 45 milioni di disoccupati in Europa
Gli economisti della Banca mondiale, dopo la diagnosi, suggeriscono la ricetta per rilanciare produttività e crescita.
Non si distingue troppo da quelle politiche che hanno fatto la fortuna degli Stati che le hanno adottate per tempo e che le nazioni ritardatarie inseguono ora con grande fatica: «Una gran parte dei Paesi europei deve innalzare il tempo di lavoro nel corso della propria vita, implementare significative e corrette riforme del mercato del lavoro e di quei meccanismi di sicurezza sociale che consentono a molti cittadini di lavorare poche ore alla settimana, poche settimane all'anno e pochi anni nella loro vita».
Bisogna aprire il mercato agli immigrati, vera risorsa per riequilibrare il deficit dei sistemi pensionistici, favorendone la formazione secondo standard europei.
Ed è necessario facilitare l'ingresso dei giovani al lavoro e riassorbire il tasso di disoccupazione che, secondo le cifre dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) nel 2010 ha raggiunto un livello record: nell'Unione europea le persone senza lavoro sarebbero 45 milioni.
IL RUOLO TEDESCO. L'Ilo ha puntato il dito non tanto sul declino della produttività nelle nazioni in crisi, quanto sulle politiche adottate dal Paese che la crisi non pare neppure avvertirla, la Germania: «I bassi salari tedeschi, rendendo i beni prodotti più economici, hanno favorito le esportazioni della Germania a danno di quelle dei suoi partner europei. La debole crescita dei salari è stata contemporanea all'esplosione dell'export e questa combinazione è stata la causa strutturale delle recenti difficoltà nell'Eurozona».
La questione è se la Germania, i suoi imprenditori e soprattutto i suoi sindacati, hanno compreso prima di altri i meccanismi nuovi della competizione globale.
Ora i mercati si contendono con la Cina, l'India e la Corea del Sud ed è necessario trovare un nuovo punto di equilibrio tra costi di produzione e qualità dei prodotti.
La Banca mondiale invita dunque gli altri Paesi europei a recuperare il tempo perduto. A partire da quello sul lavoro.
Giovedì, 26 Gennaio 2012
(2)
Bravo!
Appunto
Appunto che la classe politica inizi a lavorare e che contestualmente vi sia un vero metro di misura per il lavoro svolto, non produci? non sei sufficientemente preparato? scaldi semplicemente la sedia? E via con uno splendido calcio nel culo!!! Tutti parametrati ai normali cittadini visto che la castituzione recita che siamo tutti uguali e la legge vale per tutti, ecco come far riprendere l'economia, meno LADRI e più LAVORATORI
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