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Economia 

IL REPORTAGE

Marghera, polo che non c'è

Operai tra crisi e false promesse.

di Antonietta Demurtas

A Porto Marghera, in questo inverno 2012 di chimico c'è stato solo lo strano effetto meteorologico della neve. Sono finiti i tempi in cui l'ingresso del polo chimico più grande d'Italia era varcato ogni giorno da 35 mila lavoratori.
SOLO CONTAINER E CAMION. Oggi lungo la strada non ci sono tute blu, ma solo un via vai di camion e una distesa di container che ormai occupano la maggior parte dei parcheggi un tempo destinati alle auto degli operai. Negli stabilimenti sono rimasti solo in 2 mila, 5 mila se si considera l'indotto.
Dow chemical, Montefibre, Sirma, Caprolattame sono ormai fabbriche chiuse. E le altre sembrano destinate alla stessa fine. Graduale dismissione, amministrazione straordinaria, cassa integrazione (Cig) affliggono aziende come Spm, Pansac International, raffineria Eni, Vinyls (ex Ineos).
«UN'ISOLA DI DISPERAZIONE». Tutti parlano di «eutanasia industriale», di «un'isola di disperazione» dove il «progetto politico è chiaro: far scomparire la chimica». Ne sono convinti gli operai, perché dei tanti tentativi fatti nessuno è mai andato in porto. Tranne quello di voler trasformare la zona in un centro direzionale e commerciale.
L'ASSENZA DELLA POLITICA. «La speculazione su queste aree rende molto più che fare impresa», dicono i sindacati di base. E la colpa, ancora una volta, è della politica locale e nazionale, che non è riuscita in tutti questi anni a fare nulla. Neanche ad abbassare il costo dell'energia che è più cara di qualsiasi altra zona industriale europea.
«Tutti cavalcano la scusa della crisi, ma in realtà la dismissione di quest'area è iniziata molto prima», spiegano gli operai puntando il dito contro l'Eni. «È chiaro che ha deciso di non investire più nel futuro della chimica in questa zona».

A Porto Marghera il tasso di disoccupazione è di quasi il 20%

Per questo, a ottobre 2011 istituzioni locali e sindacati hanno chiesto al governo e all'Eni un'operazione verità sul sito di Porto Marghera. Una richiesta formalizzata dalla regione, con il presidente Luca Zaia a chiedere di fare squadra.
NESSUNA RISPOSTA CONCRETA. Ma da allora, nessuna risposta concreta. «Già Claudio Scajola parlava di un tavolo sulla chimica, poi fu Paolo Romani ad assumersi l'impegno, ma dopo tante promesse sparì. Ora c'è Corrado Passera, passerà anche lui?», si chiede Riccardo Colletti, segretario generale della Filctem Cgil Venezia.
«La politica ci ha fatto perdere 15 anni, non siamo riusciti a creare un solo posto di lavoro in alternativa», denuncia Maurizio Don della Uilcem, «e ancora oggi continuiamo a gestire solo stati di crisi».
IN TRE ANI 292 MLN DI ORE DI CIG. A guardare i numeri sembrano avere ragione: in Veneto nei tre anni di crisi (2009-2011) sono stati autorizzate oltre 292 milioni di ore di Cig, 7 milioni nel solo 2011. A Porto Marghera il tasso di disoccupazione è di quasi il 20% e almeno 2.500 lavoratori sono in cassa integrazione.
Tra questi ci sono gli ex dipendenti di Montefibre e Vinyls Italia (ex Ineos), chiamati ormai i «veterani».  Ma in cassa integrazione ordinaria, per la prima volta, e sino a maggio 2012 ci sono anche 220 dipendenti su 340 della raffineria dell’Eni, dove il rischio chiusura è sempre più vicino.
ANCHE ENEL ED EDISON IN DIFFICOLTÀ. Perfino le centrali termoelettriche di Enel ed Edison lavorano a ritmo ridotto o vengono spente del tutto per lunghi periodi. Quella a idrogeno, che era stata ideata per funzionare usando un sottoprodotto del ciclo del cloro, con la chiusura della Vinyls, è praticamente ferma: nel 2010 ha lavorato solo 500 ore.
Ormai il polo industriale che dovevano alimentare esala dalle sue ciminiere gli ultimi respiri e sembra non avere più bisogno di energia.

I veterani della Montefibre, tra speranza e rabbia

Ad averne ancora tanta sono però gli operai, che ogni giorno resistono alla depressione, alla crisi, alla paura. E non mollano.
Come i 150 dipendenti della Montefibre. Per loro il 2012 è il quarto anno di cassa integrazione, 29 tavoli ministeriali sulla loro vertenza sono finiti con un buco nell'acqua. Ma la speranza non li abbandona mai.
Come quando nel 2007, davanti alla crisi dell'azienda, si buttarono a capofitto nel progetto di riconversione industriale che prevedeva l'avvio della produzione del precursore della fibra al carbonio. Missione compiuta.
AGLI ARABI LA FIBRA AL CARBONIO. Poi però, dopo tanto lavoro, la decisione dell'azienda di vendere il brevetto agli arabi della Saudi Basic Industries Corporation. «Ci hanno sfruttato per sviluppare la tecnologia e poi ci hanno tolto ogni speranza», ricorda Davide Stoppa, operaio 36enne.
«Hanno preferito speculare e arricchirsi», dice Bruno Da Pian, 50 anni, operaio specializzato, da 25 anni impiegato nel laboratorio di ricerca. E ora cassintegrato: «Dove mi prendono adesso alla mia età?»
LA PRODUZIONE IN SPAGNA E CINA. In Italia, Montefibre ha cessato l'attività ma mantiene la produzione in Spagna e in Cina. A Porto Marghera ha messo in vendita proprietà immobiliare e terreni sui quali l'Autorità portuale veneziana ha subito puntato gli occhi per realizzare un mega terminal per navi porta container. «Vedere smontare quella fabbrica dove abbiamo lavorato tutta la vita e per la quale abbiamo dato il sangue è un colpo al cuore», conferma Bruno.
Da tempo nessuno di loro passa più a Porto Marghera. «Vedere i nostri ex parcheggi pieni di container è troppo triste», ammette Davide.
BONIFICHE E POLO LOGISTICO. Il nuovo progetto è un polo logistico che prevede prima un'ampia azione di bonifica. E la promessa è subito stata quella di coinvolgere gli operai Montefibre.
«Ma su 300 di noi, la Demont Ambiente che ha vinto l'appalto per le bonifiche per cinque anni di lavoro, promette di assumerne solo 28 senza alcuna logica di selezione, con un periodo di prova di tre mesi e poi un contratto a tempo determinato di appena un anno», racconta Davide.
«E senza alcuna garanzia, così chi rinuncia alla cassa integrazione potrebbe trovarsi nel giro di poco senza né un'occupazione né un sostegno».
«IN UN ANNO INVIATI 150 CV». Di cercare un lavoro vero, però, Davide non ha mai smesso: «Nel 2011 ho mandato 150 curriculum, ma solo un'azienda mi ha risposto per dirmi di no».
Di corsi di formazione, quelli che «dicono aiutino a ricollocarsi», ne ha fatti ben otto: nel settore del fotovoltatico, delle bonifiche, del trattamento delle acque, ha preso persino il patentino da caldaista.
«Ma non sono serviti a nulla, se non a ingrassare quegli enti di formazione che guadagnano sulle nostre disgrazie».
RISCHIO DEPRESSIONE. Ora Davide passa le sue giornate al sindacato, a dare una mano, per non sentirsi inutile e soprattutto non perdere la testa. «Tanti miei colleghi», ammette, «sono entrati in depressione e molti hanno anche perso le loro famiglie».
Il mutuo è stato uno degli incubi peggiori, molti operai ne avevano fatto uno per comprare casa, e ora con 780 euro di cassa integrazione non riescono più a pagarlo.

Pansac, lo spettro del fallimento

Un incubo che ha assillato anche Carlo Sbrogiò, 34 anni, da otto operaio della Pansac, azienda chimica in amministrazione straordinaria: «Io però non l'ho ancora bloccato, perché spero di ritornare presto al lavoro», dice. Già dal 2010 i revisori dei conti si rifiutavano di firmare i bilanci. Colpita da un dissesto finanziario, da settimane la società ha fermato la produzione.
E a pagare le disattenzioni e le speculazioni sono ancora una volta gli operai: in 63 sono ora in cassa integrazione straordinaria sino a giugno. In attesa della nomina di un commissario straordinario e di un incontro con il prefetto e le parti sociali, tutti temono il verdetto finale: il fallimento. E così la sensazione di essere stati presi in giro si trasforma ogni giorno in rabbia.
VINYLS, DALLE TORRI ALLE CHIESE. Ma mai in rassegnazione. Un esempio di tenacia in difesa del lavoro lo danno ogni giorno i 140 lavoratori della Vinyls. Anche per loro a marzo scade la cassa integrazione, dopo tre anni. Anche per loro le promesse sono state infinite.
Quelle dell'ex ministro Paolo Romani che appena un anno fa rassicurava tutti sul futuro della cessione dello stabilimento al fondo Gita e garantiva: «Eni rimane nella chimica esattamente come c’è stata fino a oggi, continuando a investire, a esserci in termini di strategia industriale».
LA SPERANZA DELL'OLEIFICIO. Promesse finite nel vuoto come ai tempi della Ramco o della Sartor, e che oggi fanno temere un'altra delusione davanti all'offerta di un'azienda trevigiana, l'Oleificio Medio Piave, che vuole produrre oli vegetali al posto del Pvc. «Le dichiarazioni fatte sinora sono come un disco che si ripete», dice Colletti, «per questo chiediamo a tutte le istituzioni di togliere dalle mani dell'Eni la trattativa in corso con l'oleificio veneto per evitare un altro nulla di fatto».
Per chiedere aiuto e rispetto, gli operai le hanno tentate tutte: sono saliti sulle torri, hanno fatto lo sciopero della fame, sono andati sull'isola dei cassintegrati dell'Asinara. Il 23 gennaio tre lavoratori - Nicoletta Zago, Lucio Sabbadin e Alessandro Gabanotto - protagonisti delle proteste sulle «torri» dell'industria di Porto Marghera, sono arrivati sino alla basilica di Venezia, Santa Maria della Salute, per chiedere la verità (guarda la video intervista di Lettera43.it). A ospitarli e pregare per loro, i seminaristi della chiesa.
ENI VUOLE RIMANERE DA SOLA. I politici hanno invece continuato a mandare messaggi rassicuranti ma come sempre inutili. «Qui a Marghera nel 2009 eravamo 230, ora siamo 140», racconta Marcello Colajanni, da 24 anni ingegnere chimico della Vinyls, «nel 2010 abbiamo venduto solo in Italia 720 mila tonnellate di Pvc e non coprivamo neanche tutto il fabbisogno».
Eppure l'azienda chiude. «Forse hanno ragione tutti quelli che dicono che Eni ha voluto far sparire tutte le aziende chimiche del porto per rimanere da sola a gestire il mercato con le straniere», aggiunge Colajanni.
Intanto dopo tante promesse non mantenute si stanno svuotando i serbatoi  di Vcm (cloruro di vinile monomero) dell'impianto. «Senza certezze per i lavoratori», dice Sabbadin, «si stanno chiudendo le ultime aziende chimiche di Porto Marghera e di noi fra un po' nessuno si ricorderà. Resterà solo la sofferenza delle famiglie».

Enel, in 10 anni tagliati 100 mila posti

Storie strazianti, davanti alle quali lamentarsi sarebbe fuori luogo per un dipendente dell'Enel che proprio quest'anno ha preso il 6% in più come premio di produzione.
DA 140 A 37 MILA DIPENDENTI. «Eppure è comunque troppo poco per sognare e chiudere gli occhi davanti alla reltà», quella che circonda ogni giorno Luca Stefanello è infatti la stessa di tutti gli operai cassintegrati di Porto Marghera. «E l'Enel non potrà lavorare a lungo se il suo cliente finale, l'industria, perde ogni giorno un pezzo».
Stefanello partecipa ogni giorno da osservatore alla lenta dismissione del polo chimico e pensa: «È vero che l'Enel non sta licenziando nessuno, ma 10 anni fa aveva 140 mila dipendenti e oggi ne ha 37 mila. Quindi qualcosa sta cambiando anche qui e dovremo iniziare a ragionare».
IL CROLLO DELL'INDUSTRIA ITALIANA. L'esternalizzazione di parti della produzione non è un buon segno per il lavoratore dell'Enel, che non vuole essere una Cassandra, ma neanche uno struzzo: «Il calo del 20% nella distribuzione dell'energia poteva essere sintomatico della crisi nel 2008, ma oggi è indice di qualcosa di più strutturale: la dismissione dell'industria italiana».

Domenica, 29 Gennaio 2012


File multimediali correlati a questo articolo

Porto Marghera, container nella zona industriale dell'azienda Montefibre.

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Il 23 gennaio gli operai della Vinyls Nicoletta Zago, Lucio Sabbadin e Alessandro Gabanotto hanno organizzato un presidio davanti alla basilica di Venezia, Santa Maria della Salute per chiedere la verità sulla vertenza della loro azienda.

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Operai Vinyls: "Vogliamo la verità"

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