Economia
L'ANALISI
L'agonia di Lisbona
Banche in rosso e spread alle stelle: il crollo portoghese.
di Barbara Ciolli
Un Paese in agonia, impoverito da decenni di politiche dissennate che, oltre a svuotare le casse pubbliche, hanno portato il debito privato - i beni delle famiglie e delle aziende - alle stelle.
Se il governo conservatore del Portogallo nega di trovarsi a un passo dal default, rivendicando di aver abbassato, a colpi di tagli alla spesa e tasse, il deficit statale sul Pil sotto il 4%, i mercati vedono nero, ricordando con i rendimenti record richiesti sui titoli di Stato, come l'ex impero coloniale sia lentamente scivolato in un baratro senza ritorno.
BOND, RENDIMENTI RECORD. Nessun investitore si fida più dei Bond di un Paese con aziende e banche svendute ai cinesi o alle ex colonie, declassato da tutte le agenzie di rating come spazzatura: la spia sono state le ultime aste, con i rendimenti decennali schizzati al 14% e quelli quinquennali al 18%, oltre 10 punti sopra la soglia del 7%, l'anticamera per la bancarotta.
Con lo spread a quota 1300, una contrazione dell'economia stimata, nel 2012, attorno al 3% e i credit default swap (cds, le assicurazioni di copertura in caso di crac) ai massimi storici, la Confindustria portoghese ha rotto il tabù, chiedendo di nuovo aiuto all'estero.
SERVONO ALTRI 30 MILIARDI. «Servono altri 30 miliardi di euro dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall'Unione europea, in aggiunta ai 78 già ottenuti», ha calcolato il presidente dell'associazione Antonio Saraiva, esortando il governo a smetterla di nascondersi dietro un dito.
Da solo, il Portogallo, non potrà farcela. Tant'è che, per gli economisti, come nel caso della Grecia, presto occorrerà rinegoziare il debito con le banche e ottenere prestiti aggiuntivi. Oppure, e se ne parla già apertamente, l'alternativa al ricatto della Troika sarà uscire volontariamente dall'euro e tornare all'escudo, accettando una svalutazione del 30-40%.
Banche verso il crac e imprese in profondo rosso
Per i cittadini, schiacciati da un debito privato al 106% del Pil (contro il 53% italiano e il 65% greco), l'inflazione sarebbe un altro grave colpo al loro già eroso potere d'acquisto. I rischi di un default incontrollato sarebbero grossi anche per l'Europa, a causa del potere di contagio di Lisbona, molto più elevato rispetto a quello di Atene.
Oltre alle banche portoghesi, infarcite dei titoli tossici del debito pubblico, anche gli istituti spagnoli, già minati dalla crisi interna, sono fortemente esposti come, nell'ordine, lo sono i creditori francesi, belgi e tedeschi. Poi ci sono le aziende, in rosso per oltre il 150% del Prodotto interno lordo (contro il 128% dell'Italia e il 65% della Grecia): un'economia reale strozzata dalla recessione e in grado, ormai, di produrre solo debiti.
DECLINO IRREVERSIBILE. Di fronte a un quadro così cupo, a poco serve l'aver contenuto, attraverso le dure manovre di austerity del governo di Pedro Passos Coehlo, il debito pubblico al 112% (quello greco è al 160% ), mantenendo fede ai target di bilancio imposti dalla Troika.
Il guaio del Portogallo non sono tanto i conti statali, ma i fondamentali dell'economia, che da anni fotografano un Paese incamminato verso un declino irreversibile.
I costi del governo per assicurare il suo debito sovrano attraverso i cds ne sono la cartina di tornasole: circa 4 milioni di euro richiesti in anticipo dalle banche, più altri 100 mila euro da versare annualmente. Una garanzia, che, secondo i parametri utilizzati dai mercati, equivale a mettere in conto un rischio di default di Lisbona pari al 71%, per i prossimi cinque anni.
POSSIBILE RITORNO ALL'ESCUDO. Anche Nouriel Roubini, l'economista della New York University famoso per aver predetto la crisi finanziaria del 2008, è convinto che «la Grecia uscirà dall'euro nel giro di un anno, seguita dal Portogallo».
Meglio, dunque, rassegnarsi fin da ora a prevedere un haircut - il taglio del debito oggetto di trattativa tra il governo ellenico e i creditori privati - del 30-40% sul valore nominale dei bond, anche per Lisbona.
L'impoverimento collettivo e il collasso sociale
Il Portogallo, insomma, appare inesorabilmente segnato da un futuro di emarginazione. Ormai ripiegata su se stessa, la periferia dell'Europa che era avamposto per le conquiste d'Oltremare, oltre che dissanguata dai vicini di casa creditori sarà progressivamente fagocitata dalle potenze in espansione e dalle sue ex colonie.
Indebitata per 16 miliardi di euro, la monopolista Energias de Portugal è, per esempio, uno dei gioielli di Stato ceduti dal ministero dell'Economia, detentore fino allo scorso dicembre del 21% delle azioni, alla multinazionale cinese Three Gorges.
UNO STATO IN SVENDITA. Nel pacchetto delle prossime privatizzazioni, è inclusa inoltre la svendita di Portugal Telecom, per la cui acquisizione è circolato insistentemente il nome di Isabel dos Santos, figlia del presidente dell'Angola Josè Eduardo. Del resto, l'ex possedimento portoghese, indipendente dal 1975, aveva già investito parte dei suoi capitali anche nel Banco Commercial Portuges, primo gruppo finanziario del Paese con in pancia quasi 8 miliardi di titoli di Stato lusitani.
PROTESTE DI PIAZZA. Scaricati dall'Europa, i portoghesi rischiano di subire un collasso tale da farli precipitare a livelli di vita di 40 anni fa.
Le tensioni sociali finora contenute sono destinate a esplodere durante le prossime manifestazioni, in programma contro la legge per la riforma del lavoro del governo appena avviata: tagli agli stipendi dell'8% dei dipendenti pubblici e fino al 16% per i redditi più alti, licenziamenti facili e settimane lavorative di 42 ore. Bene inteso, sempre per chi conserverà un impiego, più o meno sicuro.
Martedì, 31 Gennaio 2012
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Punti di vista
Dato che nulla si crea e nulla si distrugge chi benificerà del fallimento della Grecia, del Portogallo dell'Irlanda, della Spagna e forse anche dell'Italia?
Ma no!
E così è in tutti i paesi latini! L'ignoranza si paga!!!
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