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Economia 

ECONOMIA

Stipendio precario

Paghe non oltre gli 836 euro. In 3 mln sono senza un posto fisso.

Tempi duri per la riforma del mercato del lavoro. Ed è facile capire perché il posto fisso in Italia sia ancora un mito. I precari in media non guadagnano più di 836 euro al mese.
L'identikit dell'esercito di 3 milioni 315mila di connazionali che un lavoro c'è l'ha, ma senza garanzie, l'ha tracciato la Cgia di Mestre lunedì 6 febbraio.
DONNE NEL MIRINO. Facendo i conti in tasca agli atipici, gli artigiani mestrini hanno scoperto innanzitutto che essere donna è ancora penalizzante nel mondo del lavoro. Perché se la media fa 836, la busta paga mensile dei precari maschi arriva a circa 927 euro, mentre scende a 759 per le femmine. Da questi importi sono tuttavia escluse altre mensilità (tredicesima, quattordicesima) e voci accessorie come premi produttività o indennità per missioni.
DAI PART-TIME AI LIBERI PROFESSIONISTI. La Cgia ha disegnato il ritratto dei precari mettendo insieme le diverse tipologie di occupati: i dipendenti a temine involontari; i dipendenti part-time involontari; i collaboratori con tre vincoli contemporanei di subordinazione (monocommittenza, utilizzo dei mezzi dell'azienda, imposizione dell'orario di lavoro); i liberi professionisti e i lavoratori in proprio (partite Iva) che hanno a loro volta i tre vincoli di subordinazione.

Titolo di studio: il 15% ha una laurea

Per quanto riguarda il titolo di studio, il 15% dei precari italiani ha una laurea, il 39% ha la licenza media, il 46% un diploma di scuola media superiore. «Su un totale di oltre 3.315.000 lavoratori senza un contratto di lavoro stabile», ha commentato il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi «quasi 1.289.000, il 38,9% del totale, non ha proseguito gli studi dopo la scuola dell'obbligo. Sono questi con basso titolo di studio i più a rischio in questa fase di crisi economica».
L'IMPORTANZA DI PERCORSI FORMATIVI. Nella stragrande maggioranza dei casi svolgono mansioni pesanti dal punto di vista fisico, e sono occupati soprattutto in alberghi, ristoranti o in agricoltura. Per questo, secondo Bortolussi, i percorsi formativi «devono essere posti al centro di una seria riflessione ta politici e addetti ai lavori, per individuare delle risposte in grado di avvicinare in modo costruttivo attività formativa e mondo del lavoro».

Lunedì, 06 Febbraio 2012


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Commenti (1)

saver 06/feb/2012 | 22:12

Abbassiamo le braghe
Ma come si fa ad essere così stupidamente miopi e nessun sindacalista, degno di questo nome, che gliela canti come di dovere!
Sicuramente è vero che non esiste nel resto d'Europa il nostro art. 18, ma non è l'unica cosa! Gli stipendi nel resto d'Europa non sono mica paragonabili ai nostri (ovviamente mi riferisco a paesi diretti nostri concorrenti, certo no la Romania. In Germania un metalmeccanico guadagna qualcosa come 2.000-2.500 € mensili, e poi, guarda caso, i loro dirigenti guadagnano molto, ma molto di meno rispetto ai nostri e producono e creano molto ma molto di più e ne sono anche in numero molto inferiore!!! Le cause poi riguardo l'applicazione dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori mi sembra che non superino 100. La verità è che i nostri cari imprenditori vogliono fare BINGO: fare lavorare la povera gente alle loro condizioni e senza alcun tipo di contratto e principalmente a 4 soldi e disfarsi di quelli che applicano la ragione - occorrono teste di legno e possibilmente che si accontentino di poco anzi pochissimo, così i loro introiti aumentano e possono portare di più nei paradisi fiscali che poi gli scudiamo ......... (Per la serie ti piace vincere facile!!!)

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