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Economia 

LO SCENARIO

Austria, febbre orientale

Fine impero tra banche sovraesposte a Est e politici deboli.

di Pierluigi Mennitti

da Vienna

La rinascita era arrivata da Est, da quella Cortina di ferro caduta per prima proprio al confine di casa, tra Austria e Ungheria. Un taglio netto di cesoia, nel maggio infuocato del 1989, quando il muro di Berlino era ancora in piedi e il passaggio a sud-ovest aperto nel cuore dell'Europa rese chiaro a tutti che un'epoca stava finendo e una nuova era destinata ad aprirsi.
I CONTI DELL'EX BLOCCO. Da quel passaggio stretto tracimarono i profughi dei Paesi socialisti che avevano scelto l'Ungheria come rifugio temporaneo e l'Austria come terminale di approdo. Nella libertà.
Ora l'Est, o meglio quello che una volta era l'Est e in 20 anni è tornato ad essere quel che era sempre stato, Europa centrale, cuore pulsante dei destini del continente, presenta il conto delle proprie difficoltà. E Vienna, che gli ha aperto le braccia ricostruendosi un ruolo da grande nella geopolitica europea del dopo Guerra fredda, rischia di pagarlo più caro di altri.

La perdita della tripla A e il crollo del mito della Mitteleuropa

Dietro il mito della Mitteleuropa si era ricostruito un pallido ricordo di quello che fu l'impero degli Asburgo, con Vienna al centro e le vecchie province a fare da contorno.
Nostalgia pura rivissuta ai tempi della globalizzazione, in cui le egemonie politiche dei secoli passati avrebbero dovuto lasciare il passo a uno sviluppo senza fine.
ORA L'EST FA PAURA. Tra alti e bassi è durata un paio di decenni. L’Austria è stata risvegliata dal sogno da una lontana agenzia di rating, Standard & Poor's, che a metà gennaio le ha tolto il distintivo dei primi della classe, la tripla A che certificava solidità economica e garantiva finanziamenti a bassi tassi. Ora l'Est fa paura, con le sue inquietudini politiche e i suoi disastri economici, con quel benessere acciuffato per la coda e poi svanito di botto nelle scatole cinesi dei mercati finanziari.
BANCHE SOVRAESPOSTE. Il problema è nelle banche. Raiffeisen, Erste Group, Bank Austria. Basta farsi un giro dalle parti di Budapest o Kiev, Bucarest o Bratislava, Lubiana o Zagabria, per ritrovarne le insegne luminose come parte integrante del paesaggio cittadino, stelle comete che annunciavano la venuta dei tempi nuovi. Ora proprio quella presenza è la spada di Damocle che pende sulla testa degli austriaci.
Secondo molti esperti, ma soprattutto secondo gli analisti di S&P, l'esposizione delle banche austriache nei paesi dell'Europa centro-orientale rappresenta un rischio sistemico capace di mandare a gambe all'aria la pur solida economia di Vienna.
RISCHIO FALLIMENTO. L'America non si fida più della terra promessa che si era aperta a Est. Già in tempi non sospetti il premio Nobel Paul Krugman aveva lanciato l'allarme: l'Austria rischia il fallimento per l'impegno delle sue banche in quelle regioni. La situazione sta andando fuori controllo, i crediti in valute locali rappresentano un potenziale esplosivo, il fallimento dei business delle banche può mangiarsi il 40% del Prodotto interno lordo austriaco.

Gli austriaci resistono e scommettono sull'Europa centro-orientale

Ma i responsabili degli istituti di credito viennesi la pensano diversamente. Ancora oggi, rispediscono al mittente le preoccupazioni e assicurano che gli americani non conoscono a fondo l'Europa dell'Est. «Continueremo a investire», ha tuonato il banchiere Herbert Stepic dal podio della conferenza Euromoney che si è tenuta a fine gennaio a Vienna, «e non ci ritireremo perché per noi l'Europa centro-orientale resta una regione di crescita anche per i prossimi anni».
L'OTTIMISMO DEGLI ANALISTI. Peter Brezinschek, direttore dell'ufficio studi di Raiffeisen ha confermato le stime: «Nel 2012 l'intera area crescerà del 2%. Al calo nella prima metà dell'anno, dovuto all'implementazione di politiche di risparmio e di consolidamento di bilancio, seguirà una crescita nei successivi sei mesi. La Polonia toccherà una crescita del 2,2%, le repubbliche ex sovietiche del 3,5%. Uno sguardo attento all'Europa dell'Est conferma che la tendenza sarà la stessa prevista per la metà occidentale: la lieve flessione di inizio anno sarà compensata dalla ripresa nella seconda metà. E anche le valute nazionali tenderanno a riacquistare valore».
Sono le analisi delle banche coinvolte che possono avere il difetto di non essere del tutto disinteressate. Ma Vienna non ha intenzione di ritirare i tentacoli da quella che è l'area naturale del suo interesse nazionale.
RISPARMIO SULLA SPESA PUBBLICA. Ma i problemi non risiedono solo nelle pieghe del vecchio impero. L'Austria avrebbe anche qualche compito da svolgere in casa propria. La riconquista della tripla A passa anche da un pacchetto di misure di risparmio sulla spesa pubblica.
IL GABINETTO DI GUERRA. All'indomani del declassamento di Standard & Poor's, una gabinetto di guerra tra il cancelliere Werner Faymann, il suo vice Michael Spindelegger, il ministro delle Finanze Maria Fekter e il governatore della Banca centrale Ewald Nowotny ha studiato un pacchetto di provvedimenti con il quale avanzare sui due fronti aperti: rafforzare le spalle delle banche esposte a Est e avviare il consolidamento di bilancio. L'obiettivo è accelerare le riduzioni di spesa nei settori improduttivi, senza pregiudicare quelli in cui l'Austria mantiene una posizione competitiva. Un'operazione chirurgica che richiederebbe una maggioranza compatta e un'opposizione collaborativa.

La coalizione di governo divisa sui tagli

Non è esattamente il caso dell'Austria. La coalizione al governo è una stampella cui si sono appoggiati i due grandi partiti storici di massa, i socialisti dell'Spö e i democristiani dell'Övp, due grandi balene sfiatate tornate di moda dopo le ansie suscitate dall'esperienza turbolenta del centro-destra doc.
Il cancelliere Faymann è socialista, il vice Spindelegger è democristiano. E i due sono già divisi sull'entità della manovra di risparmio. Per il primo non c'è fretta e basterebbero i 2 miliardi di euro già previsti. Per il secondo non c'è tempo da perdere ed è auspicabile che la cifra venga almeno raddoppiata.
IL MURO DELLE OPPOSIZIONI. Fuori dal governo si agitano furiose le opposizioni. A sinistra i verdi, a destra i nazional-liberali dell'Fpö e del Bzö, gli eredi dell'hayderismo tornati a collaborare timidamente fra di loro dopo la diaspora di qualche anno fa.
Il declassamento di S&P è piombato su un Paese adagiato sugli allori di un'economia stabile, solito fare il verso a quella tedesca, con l'occupazione in aumento e i fatturati delle imprese ricchi e abbondanti. La doccia fredda potrebbe innescare un processo di ristrutturazione tanto utile quanto poco doloroso, perché i fondamentali sono ancora buoni.
PIL IN LIEVE CRESCITA. Dopo la stagnazione di fine anno, il Pil mostra lievi decimali di ripresa nel primo trimestre del 2012 e dovrebbe crescere un po' di più nei mesi successivi, agganciandosi a quello dei Paesi più reattivi dell'Europa. Ci vorrebbero nuove regole per arginare il rischio della precarizzazione del mercato del lavoro, per evitare che la flessibilità si trasformi in incertezza. Ci vorrebbe insomma una classe politica più competente, ma anche Vienna soffre il dramma del declino delle élite politiche europee.
«DECISIONI MOSSE DAL CALCOLO». «Lanciando uno sguardo al panorama politico austriaco», ha scritto sullo Standard il consulente d'impresa Gerhard Ortner, «si ha l'impressione che entrino in scena solo uomini mossi non da una vocazione ma dal calcolo. Non si discute più del benessere di molti, ma di quello personale e della propria parte politica. Il principio della democrazia ha ormai solo un peso formale e nessun contenuto».
L'Austria felix è ormai un concetto sfumato nel passato. Gli ultimi mesi sono stati costellati da una catena infinita di piccoli e grandi scandali politici. E se i cittadini stessi non mostrano più grande fiducia nelle capacità dei loro dirigenti, non c’è da stupirsi che non la mostrino i mercati finanziari.

Mercoledì, 08 Febbraio 2012


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La Banca centrale austriaca.

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