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Economia 

STORIE

Articolo 18, effetti collaterali

Le vite dei licenziati senza giusta causa.

di Massimiliano Papasso

C'è chi sta aspettando da sette anni risarcimento e stipendi arretrati, chi ha deciso di tornare al lavoro dopo l'ok del giudice e ogni giorno sopporta piccole e grandi vessazioni. E chi, alla fine, non ce l'ha fatta e ha dovuto rinunciare al posto dopo averlo difeso con le unghie e con i denti. Anche in tribunale.
LIMBO DI ATTESE E MOBBING. Benvenuti nel limbo dell'articolo 18, storie di lavoratori e lavoratrici alle prese con le conseguenze di un licenziamento ritenuto «illegittimo» e che da quel momento hanno iniziato un vero e proprio calvario tra udienze, attese di risarcimento e mobbing post sentenze.
IL MURO DEI SINDACATI. Mentre il governo Monti e alcuni imprenditori vorrebbero riscriverlo, questo benedetto articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, per ridare - dicono loro - competitività al sistema Italia - i sindacati - Cgil in testa - lo difendono a spada tratta. Un «tabù», è stato definito, senza il quale, dicono sempre i rappresentanti dei lavoratori, il mercato del lavoro diventerebbe una giungla senza alcun ostacolo al licenziamento illegittimo da parte delle aziende.

Con la crisi il risarcimento perde appeal

Ogni anno sono migliaia i licenziamenti impugnati in base all'articolo 18 in tribunale. A fronte di un numero di reintegri di appena un centinaio.  
Il giudice, a seconda dei casi, può disporre il rientro o meno all'interno dell'azienda della persona licenziata e stabilire un risarcimento. Spesso però, dopo un accordo tra le parti, azienda e lavoratore preferiscono optare per una terza via e cioè quella che in gergo tecnico si chiama «monetizzazione del reintegro»: si accetta una certa cifra rinunciando al posto.
Una soluzione che garantisce al lavoratore una base economica per poter cercare con relativa calma una nuova occupazione e che evita all'azienda di ricollocare al proprio interno un persona evidentemente sgradita.
REINTEGRO, INVERSIONE DI TENDENZA. Prassi molto diffusa che però in questi ultimi tempi di crisi sta segnando una brusca battuta d'arresto. «Fino a qualche tempo fa chi subiva un licenziamento illegittimo optava per la monetizzazione», dice a Lettera43.it Daniela Zini dell'ufficio giuridico della Camera del Lavoro di Bologna. «D'altronde scegliere di tornare a lavorare per un'azienda che ti ha voluto a tutti i costi licenziare non è proprio facile». Eppure da un po' di tempo le cose stanno cambiando. «Visto che il mercato del lavoro non offre più molte garanzie di ricollocazione immediata», spiega Zini, «molti accettano di essere reintegrati pur di poter continuare a lavorare e avere la certezza di uno stipendio ogni mese».
PRIMO GRADO DOPO DUE ANNI. Alla sentenza di primo grado, in media, si arriva dopo quasi due anni di attesa. Solo a quel punto il lavoratore ha certezza della illegittimità o meno del suo licenziamento. Ed è qui che interviene l'articolo 18 che, come spiega l'avvocato Bruno Laudi di Bologna, «contrariamente a quanto si pensa non influisce o meno sulla libertà di licenziare, ma regolamenta le sanzioni al licenziamento illegittimo».
SI STRINGONO I TEMPI DI IMPUGNAZIONE. «D'altronde oggi», continua Laudi, «opporsi a un licenziamento è diventato una corsa a ostacoli a cominciare proprio dai tempi di impugnazione che si sono ridotti da cinque anni a soli 270 giorni».
Ma se le sentenze di primo grado arrivano (salvo per i casi più gravi che viaggiano su tabelle di marcia più veloci) dopo 24 mesi, per la Cassazione i tempi di attesa si moltiplicano, fino a toccare anche i cinque o sei anni dalla data del licenziamento. Con effetti spesso disastrosi per i lavoratori che attendono di conoscere il proprio futuro.

Otto anni per una sentenza «inutile» e la lotta per gli arretrati

È il caso di Bruno (nome di fantasia), dipendente di un'azienda grafica modenese licenziato nel 2004 al termine di un lungo braccio di ferro con i datori di lavoro che non vedevano di buon occhio il suo iper-attivismo sindacale.
«SCONTRI QUOTIDIANI E SISTEMATICI». «Nella lettera di licenziamento scrissero che non avevo provveduto alla manutenzione di una macchina che serviva per la preparazione di alcuni solventi», racconta l'uomo che aveva sei anni di anzianità,  «ma gli scontri con i miei superiori erano diventati ormai quotidiani e sistematici. A quel punto decisi di impugnare il licenziamento che tra l'altro era arrivato nel bel mezzo di una convalescenza per un intervento chirurgico alla spalla che avevo sostenuto qualche giorno prima».
La causa in tribunale andò avanti spedita prima di interrompersi bruscamente due anni dopo quando l'azienda fallì, facendo slittare così il pronunciamento del giudice che arrivò solo nel febbraio 2011: otto anni dopo «quella maledetta lettera».
QUANDO L'AZIENDA FALLISCE. «Il giudice sostenne che il licenziamento era illegittimo perché gli eventuali errori di manutenzione commessi non potevano essere così gravi da giustificare un licenziamento in tronco», aggiunge Bruno. «Il tribunale stabilì quindi il reintegro che però di fatto non è mai avvenuto visto che l'azienda nel frattempo è fallita. Sono rimasto molti mesi senza lavoro per poi aprire un bar-ristorante a Modena. Adesso, insieme con il mio avvocato ho chiesto un risarcimento per le mancate retribuzioni almeno fino al 2006».

Chi cede davanti alle vessazioni e chi non intende mollare

Ma se per il grafico modenese il non ritorno in azienda fu una scelta obbligata, per tutti gli altri lavoratori l'articolo 18 stabilisce il reintegro come punto cardine, lasciando poi ai singoli casi la libertà di decidere se tornare o meno ad occupare il proprio posto di lavoro, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Gli esempi qui si sprecano: su tutti quello di Giorgio (altro nome di fantasia), un operaio meccanico bolognese che dopo il reintegro stabilito dal giudice decise di ritornare a lavorare - con le stesse mansioni e il medesimo stipendio - nell'azienda che l'aveva licenziato.
MOBBING POST-SENTENZA. L'esperienza però durò davvero poco perché dal momento in cui lui rimise piede in ditta iniziarono da parte dei suoi capi piccole e grandi vessazioni, modifiche di turno all'ultimo momento, lettere di contestazioni e continui richiami. Tanto che dopo dopo sette mesi optò per le dimissioni accettando poche mensilità pur di ritrovare la serenità perduta.
LA RESISTENZA A OLTRANZA. Chi, invece, ancora oggi non intende mollare è un dipendente di un'azienda di pulizie, nato in un Paese del Maghreb ma residente a Modena da 34 anni, licenziato nel 2005 perché accusato di non «curare sufficientemente spugne, secchi e stracci».
«A dicembre del 2006 il giudice disse che potevo riprendermi il mio posto di lavoro», racconta oggi in una delle poche pause del suo turno giornaliero, «e a maggio del 2007 mi ripresentai in azienda. Certo, potevo scegliere di prendere dei soldi e rassegnare le dimissioni ma a 50 anni non avrei trovato facilmente un altro posto. Io un lavoro ce l'avevo e me lo sono tenuto stretto. Se mi sono pentito? I miei superiori ogni giorno mi affidano i lavori più difficili. Per loro resterò sempre la pecora nera dell'azienda ma niente può essere più duro da accettare di essere licenziati senza un reale motivo».

Venerdì, 10 Febbraio 2012


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Nella riforma del lavoro sul tavolo del governo Monti è centrale la discussione sull'Articolo 18 che permette al lavoratore di impugnare il licenziamento.

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