ECONOMIA

Cina, produci e crepa

Il Pil cresce, ma i redditi sono bassi per alimentare il consumo.

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10 Novembre 2012

Per ora i fantasmi sono stati tenuti fuori dalla porta. Di fronte agli oltre 2 mila delegati arrivati a Pechino da tutta la Cina per il 18esimo Congresso del Partito comunista (Pcc), il presidente uscente Hu Jintao ha ostentato sicurezza: il Prodotto interno lordo (Pil) pro capite, ha assicurato, è destinato a raddoppiare entro il 2020.
Secondo gli annunci, insomma, la corsa non si è fermata: il gigante asiatico è capace di produrre ancora ricchezza a pieno ritmo da distribuire più equamente e può colmare il gap residuo che lo separa dalle economie avanzate.
GLI SQUILIBRI DELLA PRIMA POTENZA. Il rito è stato celebrato. Ma gli spettri dell'economia preoccupano non poco i leader comunisti.
La fabbrica del pianeta, prima potenza per produzione industriale e fonte del 14% della ricchezza globale (dati del Fondo monetario internazionale) soffre di profondi squilibri.
La crescita è ancora troppo legata agli investimenti e soffre di una cronica mancanza di domanda interna che assorba la produzione. Insomma, la grande Repubblica popolare ha masse operai che producono, ma non di classe media che compra.
COSTI SOCIALI E AMBIENTALI. Negli ultimi 10 anni, milioni di contadini si sono trasformati in proletari di città, senza ottenere in cambio diritti e protezione sociale. E la crescita a doppia cifra degli Anni 2000 ha incoronato il colosso asiatico anche come primo inquinatore del mondo. Se la nuova leadership non dovesse essere in grado di affrontare queste sfide, la promessa di Hu potrebbe trasformarsi in una colossale minaccia.

Manca lo sviluppo della domanda interna

La ricchezza nazionale che nel 2012 cresce del 7,5% (il dato più basso dell'ultimo decennio) è prodotta soprattutto dagli investimenti in nuove imprese e infrastrutture (46% del Pil, dati Fmi) e dalle esportazioni (29%).
La quota dei consumi privati, oggi al 34%, è invece in costante calo. Bisogna accelerare lo sviluppo del mercato interno.
SOTTOPROLETARIATO URBANO. Mentre il numero di miliardari cresce a ritmo esponenziale, la maggioranza è ancora troppo povera per comprare i prodotti dell'industria nazionale.
Un cittadino della Repubblica popolare possiede in media un quarto dei beni di un americano. Il grande esodo verso la città ha prodotto 85 milioni di famiglie senza casa, lasciate a sopravvivere negli angoli bui delle nuove metropoli industriali.
Nel 2020, a prescindere dal Pil, 200 città supereranno il milione di abitanti (fonte Global Insight). Per sostenere la domanda interna, il regime deve rinunciare all'enorme serbatoio di manodopera a prezzi stracciati forgiato negli ultimi 10 anni. 
BUSTA PAGA SOTTO I 113 EURO. I bassi salari sono stati, infatti, la chiave del successo del Dragone. Le regioni più produttive sono quelle centrali, dove la paga media non supera i 900 yuan, pari a 113 euro (dati Nbs).
Come se non bastasse Pechino spende in Stato sociale solo il 5,7% della ricchezza nazionale, rispetto al 12,3% medio degli altri Paesi emergenti e con la stessa media di reddito pro capite (fonte Banca mondiale).
Le politiche di sviluppo sono ancora troppo sbilanciate verso l'export e gli investitori stranieri. Il governo ha creato ampie zone franche, regolate da leggi ad hoc, per la produzione diretta verso Unione europea e Stati Uniti. E la lobby delle multinazionali ha accresciuto il suo peso politico.

Un'economia dipendente dall'estero

Il legame a doppio filo con l'estero, però, non finisce qui. Grazie alla grande disponibilità di denaro dovuta al surplus commerciale, Pechino è diventata anche grande acquirente di titoli di debito straniero.
Nel 2011 (dati della Banca centrale cinese) aveva accumulato riserve estere per 3.180 miliardi di dollari, debito americano per un valore di 1.000 miliardi di dollari (pari al 22% del totale) e titoli europei per 800 miliardi di euro (8%).
Tra il Dragone e i suoi due maggiori partner commerciali vige, insomma, un tacito patto di reciproca dipendenza: Pechino compra il debito per sostenere le economie in crisi, in modo che Ue e Usa possano comprare le sue merci. Anche se in questo gioco sottile non mancano le schermaglie e la manifattura cinese è stata più volte messa sotto accusa al tavolo dell'Organizzazione mondiale del commercio.
LA MINACCIA DELL'INFLAZIONE. Intanto l'afflusso copioso di capitali stranieri ha contribuito alla crescita dell'inflazione, già alimentata dal vorticoso sviluppo.
Il più colpito è stato il settore immobiliare. Favorito dal basso costo del denaro, il boom edilizio si è presto trasformato in una bolla.
Secondo l'ufficio di statistica del comune di Pechino, tra il 2005 e il 2010 i prezzi delle abitazioni nella capitale sono aumentati del 60%. Al picco del boom, i tassi di interesse reali sono diventati negativi:  in teoria le banche accendevano mutui a tasso sotto zero. In realtà il 63% del credito (fonte Fmi) è controllato da cinque istituti partecipati dallo Stato, che prestano soprattutto alle aziende di Stato. La maggioranza della popolazione, piccoli imprenditori compresi, è stata costretta a rivolgersi ad altri privati, spesso veri e propri usurai.
DA RIVEDERE IL SISTEMA DI CREDITO. Nell'ottobre del 2010 il governo è finalmente intervenuto per arginare l'emergenza e ha rialzato il costo del denaro. Da allora l'operazione è stata ripetuta due volte in sette mesi con buoni risultati: l'inflazione è rimasta sotto il 4% (dati della Banca centrale cinese). Poi i timori per la frenata del Pil hanno prevalso e allora, nonostante i rischi, si è ricominciato a sforbiciare i tassi.
Le riforme, però, sono sempre più urgenti. Se Pechino non riuscirà a rivedere il sistema del credito, la sfida di creare una robusta classe media è già persa.

In 30 anni la bolletta energetica è triplicata e l'ecosistema paga il conto

Ma i paradossi della crescita cinese devono fare i conti anche con la natura. Attualmente la Cina è il maggiore inquinatore al mondo.
Nel 2006 le emissioni di anidride carbonica del Dragone già superavano quelle americane dell'8%. Lo sviluppo furioso sta avendo effetti devastanti sull'equilibrio ecologico: tra le 10 località più inquinate del pianeta, ben otto sono cinesi.
Lo smog nero che nel 2008 avvolgeva gli impianti olimpici di Pechino è diventato l'unica aria da respirare per milioni di persone.
CONSUMI DI ENERGIA TRIPLICATI. La distruzione ambientale è dovuta alla mancanza di un serio quadro normativo, all'arretratezza tecnologica e all'impennata dei consumi energetici.
Negli ultimi 30 anni la bolletta cinese è triplicata: le industrie succhiano energia a ritmo frenetico. Per tutta risposta, il governo aumenta le importazioni di idrocarburi - dal 2008 Pechino ha conquistato anche il primato di primo importatore al mondo di petrolio - moltiplica le centrali a carbone e consuma le risorse idriche e l'ecosistema.
UN QUINTO DELL'ACQUA PER LE CENTRALI. Secondo i dati dell'Istituto cinese di scienze naturali, le centrali elettriche e le miniere consumano circa un quinto dell'acqua di falda. Solo nel Nord del Paese sono in costruzione 16 nuove impianti che ingoieranno 10 miliardi di metri cubi di oro blu. E a fare le spese dell'inquinamento sono proprio le masse di contadini escluse dai benefici dello sviluppo che quell'inquinamento ha provocato.
A questo ritmo e a questo prezzo, la locomotiva Cina rischia di uscire dai binari.

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