Crisi, il futuro delle imprese italiane è l'export

I Bric sono superati. Ora bisogna puntare sui Trec.

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19 Giugno 2013

Nel 2013 le esportazioni del settore agroalimentare sono state in forte crescita.

Nel 2013 le esportazioni del settore agroalimentare sono state in forte crescita.

Puntare tutto sull'export non basta. Bisogna saperlo fare e bene. È questo il messaggio che è stato lanciato il 19 giugno alle imprese italiane dall'Osservatorio Gea-Fondazione Edison, uno strumento ideato proprio per studiare le potenzialità delle eccellenze produttive italiane e individuare nuovi mercati per la crescita del loro business. Che secondo l'Osservatorio, in questo momento non sono quelli indicati dalla Goldman Sachs, i cosiddetti Bric: Brasile, Russia, India e Cina.
PUNTARE SUI TREC. «I mercati emergenti più importanti per l'Italia in questo momento», ha spiegato Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison durante la presentazioni dei dati dell'Osservatorio, «sono i Trec, ovvero Turchia, Russia, Emirati Arabi Uniti e Cina». Così come «i nostri next 11 (ovvero i Paesi che hanno prospettive interessanti sul fronte investimenti), sono Brasile, Hong Kong, Arabia Saudita, Messico, Algeria, Corea del Sud, India, Tunisia, Egitto, Libia e Israele».
A livello globale, infatti, nel 2012 i Bric, per l’export italiano, hanno rappresentato 27,3 miliardi di euro e i next 11 hanno registrato la cifra comparabile di 25,9 miliardi di euro. Ma i dati più interessanti sono rappresentati dalle esportazioni italiane verso i Trec, che hanno registrato 35,1 miliardi di euro e quelle verso i 'nostri next 11' che hanno raggiunto i 38,3 miliardi di euro.

Italia seconda solo alla Germania per il commercio estero

Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison.

Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison.

Davanti a consumi interni bloccati e deboli prospettive di crescita, guardare verso nuovi mercati continua a rappresentare l'unica opportunità di crescita, anche per le piccole e medie imprese. Lo scenario internazionale, così come risulta dal Trade performance index dell’Wto Unctad, che analizza i primi 10 posti delle classifiche mondiali di competitività del commercio estero di 14 settori (alimenti freschi; alimenti trasformati; legno e carta; tessili; chimica e farmaceutica; cuoio e calzature; manufatti di base; meccanica non elettronica; It ed elettronica di consumo; componenti ed apparecchi elettrici ed elettronici; mezzi di trasporto; abbigliamento; altri manufatti diversi; minerali), evidenzia che l’Italia è seconda solo alla Germania per competitività nel commercio estero.
LA MODA, PRIMATO ITALIANO. In particolare l’Italia è prima al mondo per competitività in tre settori: tessile, abbigliamento, pelli-calzature e seconda, dopo la Germania, in altri 3 settori: meccanica non elettronica, manufatti di base (cioè metalli, ceramiche, ecc.) e altri prodotti manufatti (cioè occhialeria, gioielleria, articoli in materie plastiche). Il nostro Paese inoltre risulta sesto nei prodotti alimentari trasformati.
In queste sette categorie merceologiche, nel 2011 l'Italia ha registrato un export complessivo pari a 309 miliardi di dollari e un surplus di 116 miliardi di dollari. «Ciò vuol dire», ha sottolineato Fortis, «che i nostri fondamentali erano buoni anche nel 2011 e che non meritavamo la cura greca come ci hanno fatto credere».
Nell’ambito dei Paesi del G-20, l’Italia è una delle sole cinque economie (assieme a Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud) che possono vantare un surplus con l’estero per i manufatti non alimentari.
LA FORZA DELLA MECCANICA. Particolarmente significative le performance nell’export del macrosettore dell’automazione-meccanica, con le macchine e gli apparecchi e i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli in primo piano, a loro volta sorretti da un’importante filiera metallurgica e dei prodotti in metallo. In particolare, nel 2011 il nostro surplus con l’estero nella meccanica non elettronica è stato pari a 66 miliardi di dollari, il terzo al mondo dopo quelli di Giappone e Germania. «A testimoniare ancora una volta che non è solo il cibo e la moda a fare grande il nostro Paese nel mondo», ha sottolineato Fortis.
 

Prodotti diversi a seconda del mercato e un forte servizio clienti. Gli step per vincere

L'export italiano è in aumento del 4,4% su base annua.

(© Getty images) L'export italiano è in aumento del 4,4% su base annua.

Risultati che secondo l'Osservatorio Gea-Edison evidenziano quindi che l’Italia, nonostante la difficile situazione economica e le inefficienze del sistema Paese – come la rigidità del mercato del lavoro, i ritardi infrastrutturali, l’energia troppo cara, un eccessivo peso della burocrazia, l’incertezza del diritto, - ha numerose eccellenze competitive che ricoprono importanti primati nella classifica dell’export mondiale con tre primi posti e tre secondi posti, posizionandosi appena dietro la Germania (con nove tra primi e secondi posti), davanti alla Russia - che vanta solo un primo posto - e alla Cina che, in questi 14 settori, vanta un secondo posto e tre terzi posti.
Inoltre per quanto riguarda la competitività delle imprese, «i dati elaborati dall’Osservatorio evidenziano come nel 2011 l’Italia si trovava, tra i primi paesi del G20, con 923 prodotti in cui occupava posizioni di primo piano nel surplus commerciale con l’estero», ha continuato il vicepresidente della Fondazione Edison.
173 MILIARDI DI SURPLUS COMMERCIALE. Di questi, i prodotti in cui il nostro Paese è il primo al mondo per attivo con l’estero sono ben 239; 334 sono quelli in cui è in seconda posizione e 350 quelli in cui è al terzo posto. Il tutto per un valore complessivo pari a 173 miliardi di dollari di surplus commerciale relativo ai 923 prodotti di eccellenza del made in Italy individuati».
Un successo che potrebbe essere ancora più grande se tutte le aziende fossero meno scettiche e più preparata ad affrontare il mercato estero: «Se non commettessero i ‘sette peccati capitali’, ovvero quelli che più spesso le imprese fanno sia in termini strategici, di marketing e di prodotto», ha spiegato Enzo Losito Bellavigna, partner di Gea. Tra questi c'è per esempio il pensare che un prodotto possa andar bene in qualsiasi mercato; dimenticarsi del servizio al cliente; acquisire attività sbagliate nel Paese giusto; avere un approccio solo opportunistico; dare in outsourcing tutta la struttura distributiva. «Errori che si possono però facilmente risolvere attraverso un approccio più attento e rigoroso».
Di fronte alla disorganizzazione diffusa, siamo infatti riusciti a sviluppare un’autonomia senza pari, grazie alla disciplina e all’entusiasmo della rete imprenditoriale sul territorio. Che deve puntare all'export senza paure e soprattutto avere una visione chiara e oggettiva di ciò che ha valore.

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