Gas, accordo Russia-Cina: le conseguenze per l'Europa

Gli effetti dell'intesa sulla geopolitica mondiale.

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23 Maggio 2014

I delegati russi a Shanghai devono avere alzato in alto i calici e brindato alla propria fortuna, buttando i bicchieri dietro le spalle come è rituale durante i matrimoni. E altrettanta palpabile soddisfazione deve avere riempito i corridoi e le stanze dei maggiorenti del Partito comunista cinese. L'intesa sul gas siglata da Cina e Russia il 21 maggio è un accordo storico, preparato negli ultimi 10 anni e destinato ad avere conseguenze per i prossimi 30 almeno.
UN ACCORDO DA 400 MLD DI DOLLARI. Le due superpotenze d'Oriente e i loro colossi energetici - Gazprom e China National Petroleum Corp - hanno dato vita alla più grande partnership industriale nel settore del gas: un accordo da 400 miliardi di dollari, con cui Mosca si impegna a fornire a Pechino 38 miliardi di metri cubi l'anno. 
I due governi non hanno dimenticato la centralità della strategia, insegnamento della Guerra fredda, e hanno posto nuove fondamenta alla partita energetica del futuro.
CAMBIA LA GEOPOLITICA ENERGETICA. «Di fronte all'inerzia dell'Occidente, hanno stretto un'intesa che cambia la geopolitica globale del gas», ha spiegato a Lettera43.it Alberto Clò, docente di Economia industriale all'Università di Bologna ed ex ministro dell'Industria nel governo Dini. Secondo l'esperto di politiche energetiche, l'abbraccio tra la seconda e l'ottava potenza economica del mondo è destinato a modificare più di ogni altra politica verde gli equilibri ambientali globali e a cambiare i rapporti tra Unione europea, Russia e Stati Uniti, e tra gli stessi Stati dell'Ue. 

1. La Cina si assicura i rifornimenti energetici per l'ascesa mondiale

  • Le forniture di gas dalla Russia agli Stati Europei (Ansa Centimetri).

Da quando la Cina si è aperta al mercato, i leader di Pechino hanno sempre dato centralità alla sicurezza energetica, considerandola fondamentale per sviluppo economico e sicurezza nazionale.
La priorità delle politiche per l'approvvigionamento energetico è stata ufficializzata nel 2002 e da allora, mentre la Cina firmava accordi con Brasile, Venezuela e metà degli Stati africani, apriva anche il dialogo con la Russia sul gas. 
INVESTIMENTI IN INFRASTRUTTURE. Dieci anni di diplomazia e di studiata programmazione economica hanno portato non a un semplice accordo, ma a una vera propria partnership industriale. «L'intesa», ha spiegato Clò, «prevede 77 miliardi di investimenti: 55 li mette la Russia e 22 la Cina».
La vera partita insomma è quella sulle infrastrutture pensate per permettere l'aumento della fornitura fino a 60 miliardi di metri cubi all'anno.
DOMANDA IN AUMENTO DELL'8%. Lo stesso Partito comunista cinese prevede di aumentare la propria quota di dipendenza dal gas dal 4 al 10% entro il 2020, con un aumento della domanda di circa 170 miliardi in 10 anni, a balzi dell'8% all'anno.
La Cina è pronta per diventare la prima potenza economica globale e i leader dell'ex Impero Celeste non si faranno certo trovare impreparati. 

2. La Germania si riavvicina alla Russia

  • Il percorso del Southstream russo.

L'accordo è stato preparato a lungo, rispettando i tempi di programmazione di Pechino, ma è stato chiuso in fretta, probabilmente per l'accelerazione impressa da Mosca. Putin ha ottenuto una garanzia di lungo termine sulle entrate russe, spezzando la dipendenza dalle vendite di gas sul mercato europeo proprio all'apice della tensione con Washington e Bruxelles.
«L'intesa», ha commentato Clò, «ha depotenziato la crisi di Kiev».
SPEZZATO L'ASSE TRA UE E MOSCA. «Cosa può succedere adesso all'Ue se la Russia destina 60 miliardi di metri cubi l'anno alla Cina?», si chiede l'economista. La risposta per ora non c'è, perché non c'è strategia di lungo periodo.
«Bruxelles avrebbe potuto almeno annunciare l'istituzione di un meccanismo di solidarietà, per cui gli Stati con riserve sono tenuti ad andare in soccorso ai Paesi in emergenza, come è successo durante altre crisi. O avrebbe potuto portare a termine il piano per rendere le infrastrutture del gas reverse flow, cioè per trasformarle in una rete multipolare, in cui il gas non viaggia in una sola direzione. Ma non ha fatto nemmeno questo». 
RISCHIO DI SPACCATURA INTERNA. Il risultato è che lo spread nelle scelte strategiche tra i Paesi dell'Unione filorussi e quelli filo americani, cioè tra Germania e Gran Bretagna, è destinato ad aumentare. 

3. L'intesa riduce il consumo di carbone di 50 mln di tonnellate

  • Xi Jinping e Vladimir Putin (Gettyimages).

In compenso gli ambientalisti avrebbero dovuto plaudere all'intesa tra Vladimir Putin e Xi Jinping. La partnership infatti si inserisce nella strategia cinese per la riduzione dell'inquinamento. Se si considerano le emissioni globali e non quelle procapite, la Cina è già oggi il Paese che inquina di più al mondo, al punto da costringere la politica a occuparsi seriamente del problema.
In alcune province gli impianti industriali superano di 10 volte i limiti di emissioni consentiti. E nel 2013 il Partito comunista ha varato un piano di riduzione degli inquinanti da 275 miliardi. 
MENO 50 MILIONI DI TONNELLATE DI CARBONE. Secondo Informazione economica quotidiana, il giornale economico ufficiale di Pechino, nel 2013 la quota di produzione energetica delle centrali a carbone è scesa al 65,7% e dovrebbe calare ancora al 65% nel 2014. Il gas russo dovrebbe contribuire alla transizione.
Secondo l'economista, i 38 miliardi di metri cubi di gas forniti da Mosca equivalgono a tagliare circa 50, 60 milioni di tonnellate di carbone. «L'accordo appena firmato sul gas», conclude l'esperto, «vale da solo più di tutta la politica climatica europea».  

4. Unione europea più debole nei negoziati con gli Usa

Il patto tra Pechino e Mosca è destinato a influenzare anche i rapporti tra Stati Uniti e Unione europea. Per gli analisti il G7 di maggio avrebbe dovuto chiarire le intenzioni delgli alleati atlantici. «Avrebbero potuto presentare un'intesa di massima per le forniture di gas liquefatto da Washington a Bruxelles», spiega Clò, «anche solo per far capire di essere pronti a reagire. E invece il documento finale comprendeva solo qualche principio generico: un meeting fallimentare».
LA PARTITA TRA USA E UE. Ma se il gas non dovesse più arrivare da Mosca, è plausibile pensare a rifornimenti dagli Usa?
La partita potrebbe inserirsi nel trattato di libero scambio in negoziazione tra Usa e Ue. L'Unione però è destinata a presentarsi in una posizione di debolezza di fronte agli americani, costretta a scommettere sullo shale gas che sta riempiendo le tasche delle imprese a stelle e strisce e a trattare con una potenza liberista a parole e radicalmente protezionista nei fatti.
Ma potrebbe andare anche peggio. «Considerando i numeri», aggiunge Clò, «gli Stati Uniti hanno poco interesse a guardare all'Europa». Il mercato più remunerativo, infatti, è quello asiatico. Già oggi in Giappone, grande alleato americano e primo nemico di Pechino, «il gas viene venduto tra i 16 e i 20 dollari a mmbtu (unità di misura utilizzata nel mercato del gas naturale pari a 28,32 metri cubi) rispetto a una media attorno ai 10 dollari del mercato europeo».

5. Il progetto Southstream potrebbe bloccarsi

  • Xi Jinping e Vladimir Putin (Gettyimages).

L'Italia, secondo i dati pubblicati dal dipartimento Energia del ministero dello Sviluppo economico risalenti al 2011, dipende per circa il 33% dalle importazioni dall'Algeria, per il 28% dalla Russia, per circa il 9% dal Qatar e per il 15% da altri Paesi Ue.
IL NODO NORDAFRICANO. La crisi economica ha fatto calare i nostri consumi. «L'Eni ha dimezzato le forniture in arrivo dall'Algeria», ha fatto notare Clò. E il 23 maggio ha ricontrattato anche i prezzi con Gazprom. Ma il nostro fabbisogno potrebbe crescere in futuro. E i progetti infrastrutturali sono in stallo.
Nel 2014 doveva vedere la luce il gasdotto Galsi: 850 chilometri di tubi per portare il metano dell'Algeria (ed eventualmente di altri Paesi africani, come la Nigeria) da Algeri alla Sardegna, con un progetto cofinanziato dalla Commissione europea e partecipato, come soci di minoranza, anche dalle società italiane Edison, Enel, Hera.
Il temporaneo calo della domanda e i ricorsi contro la maxi opera hanno però indotto la capofila algerina Sonatrach a rinviare i lavori a data da definirsi. Mentre nel 2013, per la prima volta dall'indipendenza dell'Algeria, la Francia ha perso il primato dell'interscambio commerciale con il Paese, a favore, neanche dirlo, della Cina. 
LA PIPELINE DEL SUD. Sul fronte orientale, poi, Mosca potrebbe accantonare il progetto del Southstream, frutto di una partnership tra Eni e Gazprom e nato con la benedizione dell'ex primo ministro italiano Silvio Berlusconi, del turco Recep Tayyp Erdogan, del leader russo Vladimir Putin e dell'ex numero uno di Eni Paolo Scaroni. Lo stesso Scaroni sentito alla Camera dei deputati il 21 marzo ne ha messo in dubbio la realizzazione. Ora che ha siglato l'intesa con Pechino, Mosca potrebbe accontentarsi del Nordstream che porta il gas alla Germania di Angela Merkel.

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Canoi 23/mag/2014 | 12 :51

L43, per rispetto dei suoi lettori, deve riposizionarsi su Ucraina. Agli scriventi non era sfuggita la questione energetica quando, fino una settimana fa, si scriveva di quel che succedeva in quel Paese. I lettori di questo giornale hanno avuto regolare e corretta informazione ma non dagli articoli "ufficiali" così smaccatamente presi da veline di qualche ufficio della Segreteria di Stato americana ma, appunto, dagli scriventi. Se vi hanno pagato bene vi capiamo. A così breve tempo vediamo confermata l'insulsaggine della nostra politica, ambasciatori e quant'altro compresi, e dei replicanti temo a basso costo.

Bobbis 23/mag/2014 | 11 :36

Secondo il Prodi
Nei fondali dell'Adriatco ci sarebbe un mare di petrolio e/o gas. Ammesso che sia vero, come mai nessun giornale ha dato a questa strabiliante notizia l'enfasi che merita? Perché ritengono il Prodi persona poco affidabile o per altri motivi?

new zealand 23/mag/2014 | 10 :46

Altro che No Euro. Noi siamo già fuori dall'Euro
Grandi potenze sorgono, la vecchia europa, o meglio l'UE annaspa. Probabilmente per spiccare il volo deve tagliare i rami secchi, eliminare le palle al piede:grecia, italia e spagna. Poi il nucleo centroeuropeo, ben coeso intorno alla Germania, che non dimentichiamo è ricca di carbone, tornerà molto competitivo.
La Gran Bretagna non ha proprio problemi, con tutto il petrolio del Mare del Nord (con la Norvegia, la GB produce il 6% del petrolio mondiale, e ne esporta molto) e i giacimenti di carbone di cui dispone.
E noi........ non credo nemmeno potremo resistere come Italia unita.

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