L'INTERVISTA

Latouche: «Italia, serve la bancarotta»

Per il guru della decrescita, il debito non sarà mai ripagato: meglio ripartire da zero. Su Berlusconi: «È pazzo».

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17 Luglio 2012

da Parigi

A sinistra c'è il cafè Le metro, a destra il Ronsard. Uno di fronte all'altro, con la stessa veranda affacciata sul viale e lo spazio interno percorso dalla luce dei paralumi e dai riflessi degli specchi. In mezzo scorre Boulevard Saint Germain: 30 metri di asfalto antracite, bollente e polveroso, la colonna vertebrale della rive gauche parigina.
«Una volta, i giornalisti li ricevevo dall'altra parte: il proprietario del caffè abita al primo piano, proprio sotto il mio appartamento, peccato che mia moglie ci abbia litigato». Il teorico della decrescita, Serge Latouche, si presenta al tavolino del Ronsard con un affare di condominio e la fatica di attraversare la strada.
A dispetto delle lunghe gambe e dello sguardo da marinaio, l'economista 72enne sembra desideroso di restringere il mondo. Anche quello che lo circonda, fatto di caffé dove si dibatte di politica e flilosofia, da cui sono passati sia Adam Smith sia Karl Marx.
LA NECESSITÀ DI UNA DECRESCITA. Latouche ha cominciato a parlare di globalizzazione quando la parola non era nemmeno nei dizionari, ma da poco era stato pubblicato il rapporto dell'associazione non governativa Club di Roma sui limiti dello sviluppo e la fine del petrolio.
Ha riletto i liberali classici e il padre del comunismo e ne ha concluso che né il capitalismo concorrenziale teorizzato dai primi, né l'economicismo statalista dei marxisti sarebbero stati capaci di dar vita a una società in equilibrio con l'ecosistema.
Entrambi, anzi, avrebbero portato al collasso. Così ha messo in discussione il concetto di sviluppo come progresso, teorizzando la necessità di un dopo-sviluppo, della decrescita: l'uscita dal dominio dell'economia e una rifondazione culturale, fondata sulla limitazione dei bisogni.
CONTROCULTURA GLOBALE. Le sue idee si sono diffuse attraverso il mondo globalizzato, diventando la critica radicale del nostro tempo, la controcultura del mondialismo.
Oggi che è docente di Scienze economiche all'Università di Parigi Sud, i giornali squadernati sul bancone del locale sembrano dargli ragione: parlano di rifiuti nucleari e licenziamenti, di nazioni indebitate e speculazione internazionale.
«Sappiamo già che l'attuale sistema crollerà tra il 2030 e il 2070», spiega a Lettera43.it, «il vero esercizio di fantascienza è prevedere che cosa succederà tra cinque anni».

DOMANDA. Lei ha un'idea?
RISPOSTA.
L'Europa nata nel Dopoguerra farà la fine del Sacro romano impero di Carlo Magno che cercò di restaurare un regno crollato, durò per 50 anni e fu travolto dai barbari.
D. Che cosa c'entra l'impero romano?
Crollò alla fine del V secolo, ma non morì: continuò a sopravvivere per centinaia di anni con Carlo Magno, l'impero d'Oriente e poi quello germanico. Un declino proseguito nel tempo, con disastri in successione. Come succederà a noi.
D. È la fine della globalizzazione?
R. Io la considero una crisi di civiltà, della civiltà occidentale. Solo che, visto che l'Occidente è mondializzato, si tratta di crisi globale. Ecologica, culturale e sociale insieme.
D. Più di un crollo finanziario...
R. Se vogliamo andare oltre è la crisi dell'Antropocene: l'era in cui l'uomo ha cominciato a modificare e perturbare l'ecosistema.
D. E il sogno degli Stati Uniti europei?
R. È un'illusione. Perché è solo un prodotto della globalizzazione: non hanno costruito un'Unione, ma un mercato liberista.
D. Che fine farà il Vecchio continente?
R. L'Europa è schiacciata tra due movimenti. Uno politico e centrifugo che si è sviluppato anche in Italia con la stessa Padania. E uno economico e centripeto, la globalizzazione.
D. Per ora l'economia batte la politica...
R
. Sì, il movimento centripeto ha il sopravvento. Ma è anche quello che nel lungo periodo andrà a crollare. Non può funzionare senza il petrolio e il blocco delle risorse materiali. Alla fine, con tutta probabilità l'Europa si dividerà in macro regioni autonome.
D. Come ci arriveremo?
R. La barca affonda e andremo giù tutti insieme. Ma non è detto che questo avverrà senza violenza e dolore.
D. Parla del conflitto sociale in Grecia e Spagna?
R. Ecco, putroppo siamo già dentro il capitalismo catastrofico. È solo l'inizio del processo, ma vediamo già gli effetti del mix di austerità e crescita voluto dai leader europei.
D. È comunque meglio della sola austerità...
R. Crede che l'imperativo della crescita funzioni? Basta guardare alla Francia: questo governo socialista vuole allo stesso tempo la prosperità e l'austerità. Ma non riuscirà a ottenere la crescita. O, se avverrà, sarà per pochi. Mentre l'austerità è sicura per molti.
D. Perché?
R. Perché non hanno scelta.
D. In che senso?
R. Sono chiusi dentro questo paradigma del produttivismo, del Prodotto interno lordo (Pil). È per questo che la decrescita è una rivoluzione. Perché prima di tutto è un cambiamento di paradigma.
D. Facile dirlo. Ma lei che cosa farebbe se fosse il premier italiano? 
R.
L'Italia dovrebbe andare in bancarotta.

«Il debito italiano? Non sarà mai ripagato»

D. Che cosa intende?
R. Pensi al debito.
D. Secondo l'Fmi quello italiano è quasi al 140% del Pil.
R. Appunto: non sarà ripagato, lo sanno tutti. Ne è consapevole anche Mario Monti. Il problema, per l'attuale classe dirigente, non è ripagare il debito. Ma è fingere di poter continuare il gioco: cioè ottenere prestiti e rilanciare un'economia che è solo speculativa.
D. Quali sono le prime cinque misure che adotterebbe al posto di Monti?
R. Innanzitutto, cancellerei il debito. Parlo come teorico, so che ci sono cose che Monti non potrebbe fare comunque, neppure se fosse di sinistra o un decrescente. Ma sto parlando di bancarotta dello Stato.
D. La bancarotta è la soluzione?
R. È più che altro la condizione per trovare le soluzioni.
D. In che senso?
R. Non porta necessariamente alla soluzione, anzi in un primo momento le cose possono peggiorare. Ma non c'è altro modo, perché non esiste via d'uscita dentro la gabbia di ferro del sistema attuale.
L'Italia non sarebbe la prima né l'ultima. Tutti quelli che l'hanno fatto si sono sentiti meglio, da Carlo V all'Argentina.
D. Ma l'Argentina non era dentro una moneta unica.
R. Questo significherebbe uscire dall'euro, ovviamente, dentro non si può fare niente. Per questo dico che parlo come teorico: nemmeno i greci hanno avuto il coraggio di abbandonare l'Unione.
D. Siamo al terzo punto allora: uscire dall'euro, cancellare il debito e poi?
R. Rilocalizzare l'attività. C'è tutto un sistema di piccole imprese, di saper fare diffuso, che è stato distrutto dalla concorrenza globale.
D. Sì, ma come si fa?
R. Devo usare una parola che in Italia fa sempre paura: serve una politica risolutamente protezionista.
D. Su questo, il dibattito è annoso...
R. Esiste un cattivo protezionismo, è vero. Ma c'è anche un cattivissimo libero scambio. Mentre esiste un buon protezionismo, ma non un buon libero scambio.
D. Perché no?
R. Perché la concorrenza leale sempre invocata non esiste. E non esisterà mai. Semplicemente perché tutti i Paesi sono diversi. Come si può competere con la Cina? È una barzelletta.
D. Parla come se facesse parte della Lega Nord.
R.
Lo so, lo so. E anche come uno del Front National. Sa perché ha successo l'estrema destra?
D. Me lo dica lei...
R. Perché non tutto quel che dicono è stupido. C'è una parte insopportabile, ma se sono popolari - e lo saranno sempre di più - è perché hanno capito alcune cose, hanno ragione. È questo che fa paura.
D. Quindi qual è la ricetta della decrescita?
R. Il protezionismo ci permette di non essere competitivi per forza. Se lo siamo in alcuni settori, bene. Ma possiamo anche sviluppare produzioni non concorrenziali. Stimoliamo la concorrenza all'interno, ma con Paesi che hanno altri sistemi sociali, altre norme ambientali, altri livelli salariali, questo non è possibile. D'altra parte, è stata l'eccessiva specializzazione a renderci così fragili.
D. Siamo alla quarta misura, quindi.
R. La tragedia attuale, per me, è soprattutto la disoccupazione.
D. E come pensa di risolverla?
R. Lavorando meno, ma lavorando tutti.
D. Una formula già sentita...
R. Sì, ma ci dicevano anche che la concorrenza attuale ci avrebbe fatto lavorare di più per guadagnare di più, come ha dichiarato quello sciagurato di Nicolas Sarkozy. E invece ci fa lavorare di più e guadagnare sempre meno: questo è sotto gli occhi di tutti.
D. Ma è una questione di denaro?
R. No, si tratta di vivere. Dobbiamo ritrovare il tempo per dedicarci al resto, alla vita. Questa è un'utopia, ma l'utopia concreta della decrescita: superare il lavoro.

«La decrescita: ripartire dalla terra, eliminando le attività nocive»

D. Sì, ma come?
R. Partendo dalla riconversione ecologica. Tornando a un'agricoltura contadina, senza pesticidi e concimi chimici. In questo modo, la produttività per l'uomo sarà più bassa, ma si creeranno milioni di posti di lavoro nel settore agricolo. E questa è la quinta misura.
D. Basta l'agricoltura?
R. Dobbiamo affrontare la fine degli idrocarburi, sviluppare le energie rinnovabili e rinconvertire le attività parassitarie che danneggiano l'ambiente.
D. Per esempio?
R. Le fabbriche di automobili, che oggi sono in crisi.
D. Peugeot ha annunciato 8 mila licenziamenti...
R. Bisognava aspettarselo da anni. Si sa che l'industria dell'auto non ha futuro: con lo stesso know how potrebbero essere trasformati in stabilimenti che producono sistemi di cogenerazione.
D. Parla di una globale ristrutturazione del mercato del lavoro?
R. La quota di occupati in agricoltura potrebbe arrivare al 10%. Ci sono industrie nocive come l'automobile, il nucleare, la grande distribuzione che vanno ripensate. E c'è la necessità di una rinconversione energetica. In Germania, con le energie rinnovabili hanno creato decine di migliaia di posti di lavoro.
D. Ma sono dati contestati...
R. Il dibattito è aperto: si dice che chiudere le centrali nucleari francesi cancellerà 30 mila posti di lavoro ma, allo stesso tempo, prima bisogna smantellare. E nessuno lo sa fare. Quanti posti di lavoro si potrebbero creare allora?
D. E la grande distribuzione?
R. Sicuramente ha effetti distruttivi per l'ambiente e alimenta un alto tasso di spreco alimentare, pari a circa il 40% della produzione.
D. E allora?
R. Cancellarla significa essere pronti a ripensare tutto il sistema della città e soprattutto delle periferie.
D. Come?
R. La gente ha bisogno di piccoli negozi. Di fare la spesa più spesso, con più tempo a disposizione. Quando si comincia a cambiare un anello, come in una catena cambia tutto.
D. E i trasporti?
R. Dobbiamo pensare che il 99% dell'umanità ha passato la propria vita senza allontanarsi più di 30 chilometri dal proprio luogo di nascita. Quelli che si sono spostati di più, cioè noi, sono solo l'1%. Anche questo è un fenomeno molto recente e la maggioranza delle persone non ne soffrirà, poi ci saranno sempre i grandi viaggiatori alla Marco Polo.
D. Ne è certo?
R. È stata la pubblicità a creare il turismo di massa. In ogni modo, con la fine del petrolio, non ci sarà il traffico aereo di oggi, i trasporti costeranno sempre di più, andranno meno veloce. Muoversi sarà sempre più difficile.
D. E a livello fiscale?
R. Bisognerebbe introdurre una tassazione diretta e progressiva. Che può arrivare anche al 100%, se i redditi superano un certo livello. E poi una tassazione sul sovraconsumo dei beni comuni. A partire dall'acqua.

«Bisogna limitare i bisogni per soddisfarli davvero»

D. Quindi meno lavoro e più agricoltura. Per ottenere cosa?
R.
Un mondo di abbondanza frugale.
D. Cioè?
R. Una società capace di non creare bisogni inutili, ma di soddisfarli. E per soddisfarli, bisogna limitarli.
D. Le sembra possibile, quando gli operai cinesi si suicidano per un iPad?
R. In una società sana non esiste questa forma di patologia dell'insoddisfazione. Ci può essere una forma di seduzione, ma non un'insoddisfazione permanente. Questo fenomeno è esacerbato dalla pubblicità.
D. Cioè?
R. Ci convince che siamo insoddisfatti di ciò che abbiamo, per farci desiderare ciò che non abbiamo.
D. Vorrebbe spazzare via il marketing?
R. Una delle prime misure della società della decrescita riguarda la pubblicità: non si tratta di cancellarla - perché non siamo terroristi - ma di tassarla fortemente, questo sì.
D. Con che motivazione?
R. È lo strumento di una gigantesca manipolazione, il veicolo della colonizzazione dell'immaginario.
D. E la finanza che rappresenta il 10% del Pil britannico?
R. Penso che questa crollerà da sola. Sarebbe già successo se questi sciagurati di governi non avessero salvato le banche.
D. Che cosa intende?
R. È colossale quello che è stato fatto per le banche negli Usa: secondo l'Ocse, 11.400 miliardi di dollari di fondi pubblici sono stati destinati agli istituti di credito.
D. Se facciamo crollare le banche si affossa il sistema...
R. Sì, meglio così. Abbiamo bisogno che il sistema crolli.
D. E i cittadini?
R. Dobbiamo pensare a come riorganizzare il funzionamento della società. Ma bisogna ricordarsi che questo sistema così come lo conosciamo è piuttosto recente.
D. Quanto?
R. Non ha più di 30-40 anni, prima era un sistema capitalista, ma non funzionava su queste basi finanziarie.
D. Che misure bisognerebbe adottare?
R. Il primo passo, prima di rimettere in discussione l'intero sistema bancario, è cancellare il mercato dei futures: pura speculazione. Un economista francese, Friederic Lordon, ha anche proposto di chiudere le Borse. E non sarebbe un'idea stupida.
D. Che cosa succede alle società che ci lavorano? E ai dipendenti?
R. La situazione attuale è talmente tragica che possiamo affrontare con serenità anche un cambiamento difficile.
D. Nella società della decrescita circola denaro?
R. La moneta è un bene comune che favorisce lo scambio tra i cittadini. Ma se è un bene comune non deve essere privatizzata. Le banche sono degli enti privati. E allora dico sempre che noi vogliamo riappropriarci della moneta.
D. Come?
R. Magari partendo dai sistemi di scambio locali che utilizzano monete regionali. Come ha funzionato per due o tre anni in Argentina, dopo il crollo del peso.
D. E chi governa il commercio?
R. Diciamo che sarà necessario trovare un coordinamento tra le varie autonomie.
D. Ma nel suo modello ogni regione fa da sé?
R. Ogni Paese deve trovare la sua strada. Una volta che siamo riusciti a uscire dal mondo del pensiero unico, dell'homo oeconomicus, a una sola dimensione, allora ritroviamo la diversità. Ogni cultura ha il suo modo di concepire e realizzare la felicità.
D. Esistono già esperienze in questa direzione?
R.
In Sud America sono sulla strada giusta. In Ecuador e Bolivia, ispirandosi alla cultura india, hanno inserito nella Costituzione il principio del bien vivìr: del buon vivere. Ma, con la crisi, la decrescita ha avuto un successo incredibile anche in Giappone
D. Come mai?
R. I giapponesi stanno riscoprendo i valori del buddismo zen che si basa sul principio di autolimitazione. E sono convinto che la stessa cosa potrebbe succedere in Cina nei prossimi anni, anche attraverso il confucianesimo.
D. La Cina però è anche la più grande fabbrica del mondo...
R. Lì la crisi è già arrivata. La situazione cinese è bifronte: 200 milioni di abitanti hanno un livello di vita quasi occidentale e altri 700 milioni sono stati proletarizzati. Cacciati dalla terra, si accumulano nelle periferie delle metropoli, dove c'è un tasso di suicidi altissimo.
D. Ma l'economia continua comunque a crescere.
R. Anche il ministro dell'Ambiente cinese ha riconosciuto che se si dovesse sottrarre dal Pil di Pechino la quota di distruzione dell'ambiente questo calerebbe del 12%.

«La democrazia è un'utopia: il bene comune è più importante»

D. Come immagina la transizione?
R. Può avvenire spontaneamente, dolcemente. Ma anche in un modo violento.
D. Lei sogna la democrazia diretta?
R. Se si deve prendere la parola sul serio, ha senso solo la democrazia diretta. Ma direi che su questo punto, recentemente, le mie idee sono cambiate.
D. In che direzione?
R. Prima immaginavo un'organizzazione piramidale con alla base piccole democrazie locali e delegati al livello superiore.
D. E ora?
R. Oggi penso che la democrazia sia un'utopia che ha senso come direzione. Ma la cosa importante è che il potere, quale che sia, porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato.
D. Si spieghi meglio.
R. Norberto Bobbio si chiedeva quale è la differenza tra un buono e un cattivo governo. Il primo lavora per il bene comune. Il secondo lo fa per se stesso. Questa è la vera differenza.
D. Va bene, ma come si ottiene un buon governo?
R. Con un contropotere forte. Un sistema è democratico - non è la democrazia, attenzione, ma è democratico - quando il popolo ha la possibilità di fare pressione sul governo, qualunque esso sia, in modo da far pesare le proprie esigenze e idee.
D. Ma non sta rinnegando la democrazia?
R. L'ideale sarebbe naturalmente l'autogoverno del popolo, ma questo è un sogno che forse non arriverà mai.
D. Non pensa alla presa del potere?
R. Gandhi l'aveva spiegato a proposito del suo Paese: «Al limite gli inglesi possono restare a governare, ma allora devono fare una politica che corrisponde alla volontà dell'India. Meglio avere degli inglesi piuttosto che degli indiani corrotti». Mi sembrano parole di saggezza.
D. Sa che Silvio Berlusconi vuole tornare in politica?
R. Ah, lo so, ma lui è pazzo.

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bimbonet 23/nov/2012 | 20:18

Parole sante ma inutili.
Serge Latouche somiglia a Sean Connery ma non sta certamente recitando un film, descrive senza mezzi termini la realtà e ipotizza un cambiamento drastico ma necessario, prima di perire nella “gabbia di ferro” in cui siamo rinchiusi. Sintetizzando, la soluzione sta nella cancellazione degli anni che hanno segnato l’arrivo della globalizzazione mentre in Europa si assisteva ad un’unione favorevole ad uno Stato a scapito di altri. La sua analisi sul passato è condivisibile al 100%, per il futuro se ne potrebbe parlare, qualora fosse utile farlo, il guaio è che tutto avverrà secondo la linea guida tracciata a priori, dove l’umanità può solo partecipare, godere o soffrire. La situazione italiana dovrebbe essere ben chiara, la linea Monti distrugge per mantenere uno status quo che fa comodo non certo al popolo: ci sono i dati economici che parlano chiaro, ovviamente non tenuti in considerazione perché il mondo da tenere in vita, ad oltranza, è quello finanziario. Si dirà allora, perché buona parte della politica e della società civile la pensa diversamente, cioè sposa la linea del governo? Si può rispondere chiamando in causa la storia recente: prima del Fascismo e del Nazismo c’erano senz’altro i motivi e gli avvisi per evitarli, non fu fatto nulla, allora e non sarà fatto nulla oggi, non per niente la sacerdotessa Cassandra sarà ricordata in eterno.

feltrin 20/lug/2012 | 13:31

Ignoranza e imbecillità sono caratteristiche collegabili fra loro nelle quali il numero ed il peso delle cazzate in ingresso, nonche i loro promotori, sono note e prevedibili.
Queste caratteristiche comuni a tutti i sinistri, ci permettono di calcolare l'esatto grado di degenerazione del nostro paese, come la storia ci ha ampiamente dimostrato.
Figuriamoci oggi, dove uno come Grillo è dato addirittura al 25%.

robinson 7 20/lug/2012 | 12:46

Astrologia, meteorologia ed economi a sono discipline analoghe nelle quali il numero ed il peso delle variabili in ingresso, nonché ' le lloro interazioni, sono ignote o imprevedibili.
Queste discipline anti scientifiche non sono in grado di prevedere nulla come la storia ha sempre dimostrato, per i grandi economisti.
Figuriamoci oggi dove tutti parlano di economia orecchiata

bigdima 18/lug/2012 | 12:32

a feltrin
zio benito è quello di 80 anni fa? se è lui allora sei un boss x la frase concordo con te su quello che hai detto ma chi è il pensatore intelligente e profetico?

omissam 18/lug/2012 | 09:51

borse e azioni
l'idea di chiudere le borse e finirla con le società per azioni sarebbe il primo grande passo...permetterebbe di finire con le multinazionali che consumano territorio e persone dove gli costa meno per poi lasciare rovine e disagio non appena trovano un altro stato con meno regole e maggior povertà...
permetterebbe di lasciar prosperare quelle piccole e medie aziende radicate nel territorio, con bilanci in positivo, che vengono prima acquisite e poi smantellate dai grandi gruppo...
30 anni fa la finanza valeva circa l'80% dell'economia reale...oggi vale 5 volte l'economia reale. poi si capisce perchè non ci sono soldi per salari, sanità, per pagare le imprese...

Diogenetico 18/lug/2012 | 09:10

Più Pil per tutti
sono i bisogni dell' uomo ad essere"finiti", per questo la società industriale è destinata a collassare sui suoi stessi principi di crescita "infinita".

nickdurban 18/lug/2012 | 08:36

Italia, serve la bancarotta»
sono da sempre un appasionato di storia ,cio che leggo in questi gg e qualcosa di mostruoso ieri il WSJ e il FT auspicavano il ritorno delle citta stato ora questo latouche ,secondo me noi popoli italiani siamo senza saperlo tra i piu grandi del mondo questo tutto il mondo lo sa tranne noi che x colpa del nostro ego non siamo mai riusciti a ragionare con la testa ma siamo sempre stati tutti contro tutti, basti pensare che ai tempi delle repubbliche genova e venezia invece di unirsi e governare il mondo si facevano la guerra x poche isole del mediterraneo e colombo dovette elemosinare 3 barchette alla spagna regalando loro un impero mai visto ,di riflesso il portogallo che allora aveva una popolazione scarsa e la francia olanda senza parlare dell'ingliterra,oggi nel mondo invece della lingua inglese si doveva parlare l'italiano ora questi guru dell'economia vogliono che noi ci dividiamo in citta stato regioni del nord grazie all'egoismo di quei politici corotti della lega che hanno seminato odio,cosi ci possono tenere al guinzaglio senza che diamo loro problemi perche quando vogliamo e quelle poche volte che siamo stati uniti abbiamo sempre dimostrato a loro che non ferma nessuno ,x questo ci temono,il nord diventerebbe il sud dell'europa centrale con la possibilita di far fare al nord cio che loro hanno fatto al sud dopo l'unita d'italia,perche la storia oggi dice che ai tempi dei borboni il sud non era messo tanto male anzi il contrario ci hanno tolto tutto soldi fabbriche iniziative ,tutto x favorire un piemonte pieno di debiti e ora la storia si ripete,l'unita d'italia fu compiuta grazie alla gran bretagna che cercava delle basi x il nascente canale di suez ora piu o meno e la stessa cosa la g.bretagna e gli USA sanno che la loro supremazia e vicina e cercano in tutti i modi di restare a galla e conoscendo le nostre debolezze fanno di tutto x dividerci ,e noi ci stiamo ricascando

feltrin 17/lug/2012 | 20:46

FINALMENTE UN PENSATORE INTELLIGENTE E PROFETICO MA.....
....visti i commenti a questo articolo possiamo dedurre che il popolo Italiano è talmente ritardato da meritarsi il governo e i politici attuali.

"per un mondo + pulito torna in vita zio Benito"

conconi 17/lug/2012 | 17:22

@Jecko666 17/lug/2012 | 14:32 DUE UTOPIE UN'INICO PIANETA
VA DA SE CHE NON VOLEVO ESSERE OFFENSIVO.
MI SCUSO SE LO SONO SEMBRATO.
PERO' CONVERRA' CHE ANCHE NEL MOLTO CHE HA LETTO, IMMAGINO DI TESI AVVERSA AI TERORICI DELLA "ACRESCITA" O DECRISCITA POSSIBILE VI E' UNA UTOPIA LATENTE E NON DICHIARATA:." QUELLA DELLA CRESCITA INFINITA'" :I CUI RISULTATI ABBIAMO SOTTO GLI OCCHI . SAPENDO ANCHE CHE "QUESTO PIANETA" IL NOSTRO E' "FINITO" E NON E' POSSIBILE ALLUNGARE UNA MANO PER PROCURARCENE UN'ALTRO.

ynoisone 17/lug/2012 | 17:05

@ bigdima Caro bigdima, le tue prediche me le puoi risparmiare, le crociate, la persecuzione di 300mila eretici, Belzebù e l'inferno, il Vaticano e le bacarotte dei padri della chiesa parlano chiaro...

new zealand 17/lug/2012 | 16:17

riflettere sullo sviluppo
certo oggi riflettere sullo sviluppo è importante, perchè ormai molte forme di sviluppo non portano alcun beneficio alle popolazioni locali. Anzi, 60 anni fa le macchine hanno sostituito l'operaio, oggi i computer sostituiscono l'impiegato. E noi che facciamo? Poi gli imprenditori assumono solo bassa manovalanza, dalle serre ai call center, spesso straniera e temporanea. Vero che i giovani non sempre hanno voglia di sporcarsi le mani, ma è anche vero che non è che oggi impari a fare l'artigiano lavorando. Oggi nella maggioranza delle ditte lavori a cottimo per tot mesi, pochi soldi, e poi a casa! altro che il vecio che insegnava al bocia il mestiere!! Cento ettari di serre piene di pachistani o indiani sottopagati aumentano il PIL, ma fanno più danni che altro (tranne forse al padrone). Insomma, molte cose vanno riviste nel profondo, inutile negarlo.

bigdima 17/lug/2012 | 15:49

a ynoisone
se tu ragionassi un pochino un dio che non fa altro che predicare non può avere ucciso migliardi di persone
se sono morte in guerre è colpa dell'uomo che HA SCELTO di fare ciò quindi il mio dio che è anche il tuo non c'entra proprio un bel niente e chi uccide in nome di dio non ha fatto certo una bella fine ne di qua nè nell'aldilà

e poi se proprio proprio dobbiamo salvarci la scelta migliore è uscire dall'euro e poi dichiarare bancarotta

Jecko666 17/lug/2012 | 14:47

Professore non vuol dire niente
@ynoisone: anzitutto essere professori non significa niente, anche L. Napoleoni è professoressa, eppure ne spara una peggio dell'altra (tipo usciamo dall'euro tutti insieme allegramente e altre idiozie simili). Secondo, io parlo con cognizione di causa e analizzando il problema, non scrivendo semplicemente "ha ragione" o "ha torto", oppure solo scrivendo "è ignorante". Io argomento le mie tesi. Aspetto che gli altri facciano lo stesso. Grazie e saluti.

new zealand 17/lug/2012 | 14:40

sig. Latouche, forse..
la sua teoria pare non considerare che sono molto pochi gli esseri umani con valide capacità di autolimitazione, e ta questi nessuno fa politica ad alti livelli!! Anzi storicamente è facile dimostrare l'infinita avidità delle classi dirigenti, fin dai tempi di Re salomone, 100 mogli e 1000 concubine!!
Ma d'altronde nemmeno Marx aveva considerato che la vita comunitaria è molto difficile per l'essere umano già nei piccoli gruppi. figuriamoci per nazioni intere!!
Alla base di questi errori c'è la bufala del libero arbitrio: l'essere umano è quello che è e, salvo eccezioni, non può essere altro!!

ynoisone 17/lug/2012 | 14:36

Capitalisti e religiosi fanatici
Con rammarico leggo i commenti lasciati da alcuni utenti. Leggo di ignoranza e utopie nei confronti di Latouche, inanzitutto mi preme dire che L. è sempre un prof. universitario riconosciuto e quindi ignorante non è, e in quanto alla utopia, beh mi viene da dire che i grandi cambiamenti sono avvenuti proprio per le utopie dei singoli individui che hanno cambiato la storia in megio o in peggio. Per quanto concerne il capitalismo ormai mi sembra palese che il modello sia fallito, e qui mi fermo. La religione? @ bigdima, io credo in me e alle persone che mi circondano, il tuo Dio ha fatto più morti in 2mila anni che tutte le pandemie e catastrofi naturali. Per Amare e rispettare non abbiamo bisogno di un Dio.
Saluti a tutti e viva la diversità

Jecko666 17/lug/2012 | 14:32

Letto eccome, ma è tempo buttato
@Concone: caschi male, l'ho letto eccome. E per tua informazione ho letto anche mooolto altro :)

conconi 17/lug/2012 | 14:22

@Jecko666 17/lug/2012 | 13:44
NONOSTANTE HAI SCRITTO UN POST COSì LUNGO, HO LA NETTA IMPRESSIONE CHE NON HAI MAI LETTO UN LIìBRO LI SERGE LATOUCHE

Ciran 17/lug/2012 | 13:51

Abbondanza frugale e l'economia di Paperino
Ma che teoria del piffero!
Il mercato non ci presta + denero, bene secondo Serge, basta dire "porto via il pallone e non gioco più!".
Cioè basta ripudiare il debito, uscire dall'euro e fare una iper-svalutazione condita da protezionismo Argentino poi come cigliegina "lavoriamo tutti ma meno".
Bravo Latouche! Esempio di populismo inverosimile, verboso, dannoso...

Jecko666 17/lug/2012 | 13:44

Latouche è ridicolo e ignorante
Errori storici a parte (come commenta il primo utente), bisogna dire che Latouche non perde occasioni per rendersi ridicolo. Contare gli sfondoni economici in quest'articolo è inutile perché sono troppi, basti un discorso d'insieme, e scusatemi se sarò prolisso ma credo sia necessario.
Allora, per quanto apparentemente ciò che dica Latouche appaia condivisibile, a uno sguardo più attento saltano subito all'occhio le contraddizioni di fondo. Questo movimento reazionario (il Movimento per la Decrescita Felice di Latouche e Pallante) ha il sogno, anzi, l'utopia, di potersi scavare una nicchia al di fuori del Capitalismo, di poter produrre e consumare in maniera autonoma o al massimo in cooperative di stampo ottocentesco (dunque tornando agli albori del Capitalismo) restando al di fuori delle logiche di mercato, cancellando così un secolo e oltre di storia economica, dimenticando totalmente il concetto di "concorrenza" che regola il libero mercato e dunque ormai l'intero pianeta Terra e i cui effetti i salariati italiani ed europei in generale stanno sentendo sulla loro pelle da ormai diversi anni (vedi la Spagna e la Grecia, tanto per non andare troppo lontano). Per il MDF la soluzione a tutto sarebbe tornare alle cooperative agricole, al poco denaro, alla produzione autonoma, come se il Capitalismo odierno, anche quello finanziario, non fosse sorto proprio da lì. Come se tutto non fosse una naturale conseguenza. Ma questo sarebbe il minimo. Il peggio è che il MDF porta avanti le sue tesi senza mai inquadrare correttamente la globalizzazione (rifiutandola tout court appunto assumendo un atteggiamento autarchico), e tutti i tratti fondamentali di questo sistema economico. Come vediamo, infatti, la loro critica si ferma alla sfera della distribuzione, giudica la qualità della merce (come se esistessero merci buone e merci cattive in assoluto), la loro provenienza e l'impatto sull'ambiente. Punta il dito sul consumismo, sull'eccesso di consumo di merci "inutili" e superflue, ma non si azzarda neanche a mettere in discussione la sfera della produzione, ossia non punta mai il dito verso il rapporto conflittuale tra capitale e lavoro. Come abbiamo visto, per il MDF tale conflitto, semmai, sarebbe risolto appunto con un ritorno agli albori del Capitalismo, consumando poco e bene, non inquinando, eliminando le merci inutili, specialmente quelle prodotte dalle mefistofeliche multinazionali tipo McDonalds, Apple e Nike. E' qui il punto cruciale dove crolla tutto il fragile castello pseudorivoluzionario del MDF: il frigorifero, il cellulare, il computer, portare otto giorni i bambini al mare, sono cose utili? Farsi la doccia e cambiarsi tutti i giorni è uno spreco insalubre? Bere l’acqua in bottiglia perché quella che esce dal rubinetto sa di merda, nonostante il cloro e le analisi fatte alla fonte e non al consumo, è utile o no? Se poi diciamo che è meglio imbottigliare in vetro piuttosto che in plastica siamo quasi tutti d’accordo, ma allora basta una noticina sul prossimo decreto milleproroghe, non serve fare la rivoluzione, nemmeno quella delle "coscienze". Ecco svelato dunque il trucco degli illusionisti del MDF: questo movimento critica (timidamente e contraddittoriamente) il sistema di accumulazione del capitale, cioè il capitalismo in sé, e propone un’alternativa futura basata sulla decrescita economica e sulla crescita umana, ma non dice in che modo combattere il sistema capitalistico nel presente in maniera socialmente efficace: in pratica non dice come si può passare praticamente dal capitalismo alla decrescita. Ma l'errore teorico è proprio nel concetto di "accumulazione" e di "sovrapproduzione" indicato dal MDF. Il capitalismo, teso verso l’accumulazione senza limiti, produrrebbe troppe merci che non riescono ad essere assorbite dal mercato. Secondo i teorici del MDF questa contraddizione si sarebbe risolta con la crescita dei consumi, che determina l’esaurimento delle risorse naturali che, in questo modo, diverrebbe la contraddizione fondamentale. Peccato che tale interpretazione si scontri con la realtà, visto che negli ultimi anni si sono prodotte crisi sempre più profonde fino a quella del 2008, che per intensità è stata paragonata a quella del ’29, nonostante il forte sostegno artificiale alla domanda, che ha prodotto un enorme debito privato delle famiglie in tutti i paesi capitalisticamente più avanzati. Il vero punto debole del meccanismo dell’accumulazione, infatti, non è la scarsità della domanda, ma il declino della redditività degli investimenti, che si manifesta nella tendenza alla caduta del saggio di profitto. La produzione capitalistica può anche estendersi quantitativamente quanto si vuole, nel tentativo di supplire a tale caduta, ma ciò non impedisce che ogni capitale aggiuntivo investito abbia un rendimento decrescente. In poche parole, la crisi non deriva da una sovrapproduzione (o sottoconsumo) di merci, ma da una sovrapproduzione di capitale.
Il MDF propone insomma la decrescita in un sistema che fa della crescita non solo il suo modello di riferimento, ma che ne è condizione indispensabile per la sua sopravvivenza. Non ci vuole molto a capire che sostenere questo significa sostenere una grossolana sciocchezza. Se poi queste ultime (le sciocchezze) producono reddito per chi le propugna, allora si possono intuire anche altre cose (come fa lo stesso Latouche coi suoi gadgets, libri e dvd che puntualmente lui reputa utilissimi). Nulla vieta, del resto, ai fautori del MDF di vivere asceticamente e in favore della loro decrescita personale (quindi non secondo i loro redditi), e niente ci impedisce individualmente di rifiutare, per quanto possibile, alcuni modelli di comportamento e di consumo che riteniamo sbagliati, evitando di comprare certe merci piuttosto che altre, aderendo ai GAS, non inquinando, avendo dunque un atteggiamento quanto più "umano" e ambientalista possibile. Molti già lo fanno. Bisogna però tener conto, parlando in generale, che i comportamenti sociali dipendono ben poco dalla "coscienza" e dalla volontà dei singoli individui. Chiediamoci infatti una cosa: chi decide l’utilità di una merce e soprattutto: cos’è una merce? Una merce non è solo un valore d’uso utile o inutile, ma diventa un "bene" solo in quanto è un valore di scambio. Solo lo scambio può provare che una merce è utile. Se una merce non è utile, non diventa nemmeno un valore di scambio. Perciò chi decide dell’utilità di una merce, di un "bene" come lo chiamano molti erroneamente, è il mercato e non la "coscienza umana". È il capitalismo e non possiamo farci niente. Non serve avere una laurea in sociologia o in antropologia per saperlo, basta chiedere a un bravo commesso del supermercato vicino casa. Intanto la decrescita forzata, chiamata austerity, imposta dai governi greci, spagnoli, portoghesi e italiani ai lavoratori dei rispettivi paesi, ha come effetto il cambiamento dei consumi: più pasta e nutella, meno carne e frutta e ortaggi. Meno pesce e più caffellatte. Più raro il dentista e molta attenzione al riscaldamento. Insomma, tutta gente che non cambia auto o arredamento una volta l’anno e che aderisce alla decrescita suo proprio malgrado.
Secondo i guru del MDF dovremmo insomma tornare all'agricoltura nel proprio giardino di casa (sempre se ne abbiamo uno, male che vada occupiamo qualche ettaro di proprietà altrui, che ci vuole?), imparando a vivere con poco, elogiando la frugalità. "Che diamine", ci sentiamo ripetere in continuazione, "consumiamo troppo!". E allora forza: sciopero dei consumi, inquiniamo poco, non compriamo quasi nulla che non sia DOC, o prodotto in proprio, oppure che non sia il minimo per farci campare. Certo. Come se la colpa fosse nostra. Come se la "domanda" fosse colpa nostra e l'offerta solo una conseguenza. Come se la domanda non fosse indotta dal bisogno di farci consumare sempre di più affinché i profitti siano sempre alti. E allora la soluzione per questi signori è smettere di comprare, o comunque tornare a uno stadio primitivo del capitalismo. E allora un operaio che vive con 1200-1400 euro al mese può vivere anche con 800-700, no? E il resto del denaro? Lo brucia? Lo ridà al padrone? Lo accumula? Lo spende diversamente? Il MDF invita ogni persona a rivendicare una aumento di benessere e non di reddito: siamo d’accordo, ma spiegatelo voi al borghesotto, all’industriale e al banchiere, che non deve perseguire il profitto. Immaginiamo lo scenario: noi a predicare che non serve aumentare il reddito perchè in realtà si può vivere bene e felici anche con pochi soldi, o addirittura senza; i capitalisti che non capiscono ("e che ci dovrei fare con tutti questi soldi?") e continuano con lo sfruttamento e la logica del profitto. Come convincere un banchiere ad abbandonare il fine del guadagno? Insomma, per noi lavoratori e precari l'elogio della frugalità, per i capitalisti tutto il "cucuzzaro". Se frugalità deve essere, allora, se decrescita deve essere, che sia per tutti, o per nessuno.

Bobbis 17/lug/2012 | 11:38

Monsieur Latouche
mi sembra un utopista poco acculturato. Provi a istruirsi su cosa é significato per il mondo civilizzato la caduta dell'impero romano oppure, più banalmente, quali erano le aspettative di vita solo 100 anni fa. Infine, mi piacerebbe tanto sapere come vive monsieur Latouche.

bigdima 17/lug/2012 | 11:25

lasciate perdere
piuttosto che pensare a queste cose pensate a essere più religiosi,tornate a pensare alla religione e a credere in Dio,è l'unica cosa che conta se volete un mondo migliore costruitelo sulle basi della reliogone cristiana cattolica: Amore,Perdono Umiltà e Preghiere al Signore


non sperate che la politica cambi o che le cose vadano al meglio,la storia ha sempre insegnato che i politici penseranno sempre agli affari loro

antonioc 17/lug/2012 | 10:42

non male
ragazzi forse questo ha ragione,
senza forse,in questo modo avanti non si va.
se venisse una guerra che distrugge parecchio poi si ricostruirebbe forse,speriamo di NO.
il sistema che abbiamo in questo momento non si permette di andare avanti, il denaro va sempre verso la punta della piramide lasciando scoperta la base.
anche se quelli che sono sopra spendono non lo faranno mai abbastanza per muovere la macchina.
ci si deve accontentare visto che fino adesso siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità ,
lasciando alla miseria altri popoli,ora è giunto il nostro momento di fare la fame e ci lamentiamo, il dito dal fuoco bisognava toglierlo prima di scottarlo.
MEDITIAMO per un mondo migliore da lasciare ai nostri figli

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