Economia
RETROSCENA
Kohl e l'euro-trucco di Prodi
Spiegel: conti ritoccati per entrare nel Trattato.
di Pierluigi Mennitti
da Berlino
L'Italia non era pronta a entrare nell'euro e la sua ammissione fu una scelta politica e consapevole di Helmut Kohl. Il cancelliere sapeva di compiere un azzardo, accettando un Paese i cui conti pubblici erano stati messi in ordine grazie a trucchi contabili, ma motivi di politica interna e di prestigio internazionale lo convinsero a ignorare sia i moniti giunti dagli esperti finanziari dell'ambasciata tedesca a Roma sia i dubbi sollevati dal governo olandese.
LE RAGIONI DELLA CRISI DELL'EURO. Dopo la riunificazione tedesca, anche il secondo capolavoro del cancelliere dell'unità - la moneta unica europea - nacque sull'onda di interessi politici e trascurando i fondamentali economici. La debolezza dell'euro di oggi è anche figlia degli errori di valutazione compiuti negli Anni 90.
IL DOSSIER DELLO SPIEGEL. A svelare gli ultimi misteri sugli scambi diplomatici tra Roma e Bonn (allora la capitale tedesca non era ancora Berlino) e sulle decisioni prese all'interno dei palazzi della cancelleria è stato lo Spiegel, che ha richiesto, ottenuto e visionato centinaia di pagine di documenti del governo tedesco dal 1994 al 1998, tutti riguardanti l'introduzione dell'euro e lo spinoso capitolo dell'ammissione italiana.
Si tratta di rapporti scritti dall'ambasciata tedesca in Italia, di lettere e annotazioni interne al governo di Bonn e di documenti protocollari, a volte manoscritti, di riunioni e colloqui riservati fra gli stessi esponenti dell'esecutivo.
Helmut Kohl era al corrente della palude italiana
Da questa massa cartacea emerge come Helmut Kohl fosse perfettamente a conoscenza della volatilità dei conti pubblici italiani e della debolezza delle riforme strutturali messe in piedi dal governo Prodi-Ciampi.
I DILEMMI DEL CANCELLIERE. Ma il cancelliere si trovò di fronte a due dilemmi. Il primo, escludere uno dei Paesi fondatori della Comunità europea e promotore dell'Istituto monetario europeo che dal 1994 al 1998 operò come organismo precursore della Banca centrale europea. Il secondo, rischiare che l'intera operazione saltasse visto che nelle settimane decisive il governo francese fece sapere che un'eventuale esclusione di Roma avrebbe tenuto fuori anche Parigi.
CAMPAGNA ELETTORALE. Kohl aveva puntato sulla buona riuscita del progetto euro per affrontare poi, con la carta di un nuovo successo internazionale, la campagna elettorale che di lì a pochi mesi lo avrebbe visto contrapposto a Gerhard Schröder, lo sfidante socialdemocratico che già lanciava segnali di euroscetticismo.
«L'Italia non sarebbe riuscita a centrare il Trattato»
Ben prima della decisione finale del 1998, il governo tedesco aveva avanzato tutti i suoi dubbi sulla capacità dell'Italia di centrare i criteri di Maastricht previsti per l'ingresso nell'euro.
LA SOPRESA TEDESCA. In una nota, un funzionario della cancelleria riportava impressioni raccolte durante il vertice italo-tedesco del febbraio 1997 ed evidenziava «la grande sorpresa di tedeschi di fronte alla dichiarazione degli italiani che il loro deficit di bilancio fosse in realtà inferiore rispetto a quello stimato dal Fondo monetario internazionale e dall'Osce».
LA DEBOLEZZA DI ROMA. Altri documenti certificano che «gli esperti tedeschi fossero sicuri che, con un debito pubblico al 120% del Pil, l'Italia non avrebbe mai potuto soddisfare le condizioni previste dal trattato».
IL MAKE UP SUI CONTI. Molte delle misure di risparmio messe su carta da parte del governo di Roma erano pura cosmesi, si basavano su trucchi contabili o erano destinate a essere ammorbidite a causa del forte conflitto sociale: «Mentre Kohl continuava imperterrito nel suo progetto, sospinto da quella che chiamava la forza della storia, gli esperti finanziari continuavano a lanciare l'allarme sulla fragilità del bilancio italiano».
Il pressing di Prodi su Berlino
Ma furono anche altri due personaggi a convincere il cancelliere che la Germania poteva e doveva fidarsi: Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi. Nonostante lo scetticismo imperante fra i funzionari tedeschi, Helmut Kohl provava una naturale simpatia per il silenzioso professore di Bologna e per il suo ministro del Tesoro, che poteva contare sulla buona fama che lo circondava in Germania.
LA RIDUZIONE DEL DEBITO. «Senza Ciampi, l'Italia non sarebbe mai riuscita a entrare nell'euro», disse a quei tempi l'ex ministro del Tesoro di Bonn Theo Weigel. Il governo italiano varò misure specifiche per centrare l'obiettivo euro, ridusse il volume dei nuovi debiti e abbassò l'inflazione. Poi cercò, inutilmente, di forzare uno slittamento dei tempi di introduzione della moneta unica, per guadagnare ulteriormente tempo.
I TRUCCHI DI CIAMPI. Infine introdusse un'apposita tassa. «L'Italia riuscì a centrare formalmente i criteri di Maastricht», ha proseguito lo Spiegel, «favorita da una particolare combinazione di trucchi finanziari e condizioni generali favorevoli, come la caduta dei tassi per il rifinanziamento del debito. In più Ciampi si distinse come abile giocoliere finanziario, vendendo alla Banca centrale una parte delle riserve auree nazionali recuperando le tasse da questo guadagno. Il deficit di bilancio crollò di conseguenza».
Dopo aver centrato l'obiettivo, Roma «allentò la tensione»
Che si trattò di trucchi bancari è scritto nero su bianco sui numerosi rapporti successivi redatti dai funzionari tedeschi. E poche settimane dopo la certificazione dell'ingresso dell'Italia nell'euro (aprile 1998), l'ambasciatore tedesco a Roma Dieter Kastrup inviò a Bonn una missiva allarmata, nella quale veniva indicato che «il governo di Prodi, una volta raggiunto il suo scopo, aveva allentato la tensione di fronte a un Paese stressato e sfinito».
NEL 1998 L'AUMENTO DELLA SPESA. La pausa divenne normalità. Nell'ottobre 1998, Stephan Freiherr von Sterling, attaché finanziario all'ambasciata romana, informò di una «svolta della politica di bilancio del governo italiano verso una direzione sbagliata» e «dell'utilizzo delle entrate fiscali per nuove spese nel settore sociale, invece che nell'abbattimento del debito».
Una situazione osservata alla luce delle crescenti pressioni dell'estrema sinistra sulla maggioranza, che faceva accrescere i dubbi sulla capacità del Paese di mantenere fede al corso di consolidamento del debito pubblico promesso.
«La caduta di Prodi e l'ascesa di Massimo D'Alema peggiorò la situazione», ha concluso lo Spiegel, «allontanando di fatto l'Italia dalle politiche necessarie per restare dentro i criteri di Maastricht».
Lunedì, 07 Maggio 2012
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Martello 07/mag/2012 | 14:39
Grazie Ciampi, grazie Prodi
A quando la nomina anche di questi due galantuomini a supervisori per i sacrifici da imporre agli italiani per salvare la loro creatura?
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