La Corte dei conti come Juncker: stesse critiche a Renzi

Parla Raffale Squitieri, ma sembra di ascoltare Jean Claude Juncker: su flessibilità, conti pubblici e spending review boccia il governo.

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18 Febbraio 2016

Parla Raffale Squitieri, ma sembra di ascoltare Jean Claude Juncker.
Troppa flessibilità nei conti pubblici che rallentano la riduzione del deficit e del debito pubblico. Fallimento nel portare avanti una spending review, che non ha aggredito finora le vere centrali di spesa. Risorse non sufficienti sul capitolo lavoro e su quello investimenti, perché è così che si rafforza la ripresa, non certo e non solo intervenendo sulla leva fiscale.
RINCARATE LE CRITICHE DELL'UE. Nella relazione con il quale ha aperto l’anno giudiziario, il presidente della Corte dei conti ha ricalcato le critiche espresse dall’Unione europea in più occasioni negli ultimi mesi. Anche perché, per mandato, la magistratura contabile deve guardare alla sostenibilità finanziaria.
Soprattutto le parole di Squitieri vengono pronunciate nello stesso giorno in cui Matteo Renzi, a Bruxelles, deve frenare il tentativo tedesco di alzare il rendimento dei titoli di Stato dei Paesi più poveri (come l’Italia) e di inserire un tetto all’acquisto di debito sovrano per le banche (altra misura che potrebbe colpire il Belpaese).
Per il premier italiano diventa sempre più difficile fare riconoscere ai partner le ragioni dell’Italia.
L'OCSE DUBBIOSA SULLA CRESCITA ITALIANA. L'Ocse, confermando i timori della Commissione, ha espresso forti dubbi sulla crescita italiana. Infatti l’organismo di Parigi ha rivisto al ribasso le  stime sul Pil italiano per il 2016, portandolo da +1,4 a +1 per cento. Ma per certi aspetti ancora più imbarazzo a livello europeo lo creano le parole di Squitieri.
Con poche parole il presidente della Corte dei conti ha avvalorato una delle principali critiche di Juncker all’Italia («Ha già avuto tutta la flessibilità possibile») e vanificato i sogni di Roma di ottenere anche nel 2017 la possibilità di rallentare sul pareggio di bilancio. «I margini di flessibilità acquisiti in sede europea», dice l’alto magistrato, «sono interamente utilizzati nella manovra di finanza pubblica per il 2016».
Risultati? Pochi, se non che «in tal modo si mantiene il profilo discendente del deficit nei conti pubblici che, tuttavia, assume una cadenza più rallentata», anche perché l’Italia, fuori dalla recessione, continua a vivere, in «un quadro ad alto contenuto di incertezza che si è accentuato in queste ultime settimane per il timore del ripetersi di scenari, che sembravano superati, di forti tensioni sui mercati».
Ma che cosa avrebbe dovuto fare il governo per rimettere in sesto il Paese? Anche su questo versante Squitieri rilancia una critica spesso ripetuta all’Italia dalla Commissione europea: il fallimento della spending review. Su questo versante il giudizio della Corte dei conti è più articolato: Bruxelles dice che non c'è stata, la magistratura contabile sostiene che è stata fatta male. Molto male. Tanto da bollarla come «parziale insuccesso».
PER LA CDC NESSUN SPRECO TAGLIATO. Secondo Squitieri non ci si è mossi sul versante «dell’efficienza e della razionalizzazione». Lo dimostra il fatto che non c’è nemmeno «conoscenza delle diverse categorie di spesa». Infatti ci si è mossi soltanto con «operazioni assai meno mirate di contrazione, se non di soppressione, di prestazioni rese alla collettività». Tradotto, si sono tagliati i servizi (come è avvenuto nel campo dell’assistenza, dell’istruzione o del trasporto pubblico locale) e non gli sprechi.
Se non si cambia registro sarà difficile trovare margini per i nuovi tagli nei prossimi anni. Ma le ricette della Corte dei conti non finiscono qui. «Pur nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica», Squitieri appoggia il tentativo di Renzi e di Padoan di farsi autorizzare più investimenti, ma chiarisce che si devono «recuperare adeguati livelli di intervento pubblico nel campo» per superare il gap infrastrutturale. Governo promosso nel merito, ma non nel metodo. Invece un’altra bocciatura arriva sul versante del lavoro. La Corte chiede maggiore impulso su questo capitolo a un governo, che invece ha dimezzato gli incentivi per la stabilizzazione dei contratti.

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