La sforbiciata sui tassi non ci salverà

Perché le misure valutarie sono inutili.

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07 Luglio 2012

Le notizie sono apparse sugli schermi dei provider di informazioni finanziarie una dopo l'altra.
Prima la Banca centrale europea ha tagliato il costo del denaro portandolo allo 0,75%, poi la Banca d'Inghilterra ha iniettato sul mercato 50 miliardi di sterline e, a sorpresa, anche la People's bank of China ha portato i tassi di interesse per i prestiti a un anno al 6% e quelli sui depositi al 3%.
DANIMARCA, TASSI IN NEGATIVO. Ma è stato quando la Banca di Danimarca ha annunciato che i suoi tassi di interesse passavano addirittura in territorio negativo, che si è iniziato a pensare che quella del 5 luglio fosse un'offensiva coordinata delle banche centrali, per aggredire la crisi e ridare fiato ai mercati.
Decisa, forse, dopo l'aggiornamento dell'indice sull'attività dei servizi e della manifattura di JpMorgan, che ha registrato il peggior risultato dal 2009.
UN CAMBIAMENTO EPOCALE. Un iperattivismo su scala globale che però ha lasciato freddi i mercati, dimostrando la gravità inedita della crisi.
«Le autorità monetarie si sono accorte che ha superato tutti i confini», ha spiegato a Lettera43.it, Alessio Fontani, docente di Economia dei mercati monetari finanziari alla Luiss Guido Carli di Roma. «Quello che è in corso è un cambiamento epocale».

DOMANDA. È stato un intervento coordinato?
RISPOSTA. Non penso, le notizie si sono succedute una dopo l'altra. Ma l'importante è che si sia capito che non ci sono aree protette.
D. Vuol dire che la crisi si riverserà sui Brics?
R. Sappiamo che l'impatto ci sarà. Quello che non sappiamo è il fattore scatenante.
D. Ha ipotesi?
R. Se mi dicono che il problema sarà il debito pubblico, non ci credo.
D. Quindi?
R.
Stando ad alcuni modelli le crisi nei Paesi non pienamente sviluppati si trasmettono quando si modificano i flussi della valuta estera. Il fattore scatenante potrebbe essere il tasso di cambio.
D. L'ennesima versione della crisi?
R. Sì, prima finanziaria, poi sovrana e questa volta valutaria.
D. E che scenario potrebbe delinearsi?
R. Penso a qualcosa di simile alla crisi asiatica del '97 e '98.
D. Cioé?
R. Paesi che hanno un modello di sviluppo export-led, fondato sugli investimenti delle multinazionali straniere in loco, dipendono troppo dai flussi di denaro straniero. Che potrebbero crollare.
D. Si riferisce alla Cina?
R. Alla Cina, all'India, anche alla Russia.
D. Sul Financial Times si parla dei timori di una bolla immobiliare cinese...
R. Che in alcune regioni della Cina, l'immobiliare sia esploso lo sappiamo da anni.
D. Non si salva nessuno?
R. Il Brasile che ha un buona domanda interna e il Sud America in generale, fatta eccezione per l'Argentina che paga ancora il salvataggio del 2002 .
D. Quindi il mondo guidato da Cindia è un miraggio?
R. No, non lo è. Ma i tempi non sono maturi. Chi pensava che la Cina potesse essere la locomotiva capace di trainare l'Occidente fuori dalla crisi si è sbagliato.
D. Ci aiuterà l'intervento della Bce?
R. No, è totalmente inefficace.
D. Pessimismo o eccessiva realtà?
R. Ci pensi. Non c'è mai stata nel mondo una tale disponibilità di moneta, eppure non si alza nemmeno l'inflazione. Di solito le manovre sui tassi di tipo espansivo portano a un aumento dei prezzi. E invece da cinque anni a questa parte, niente.
D. Hanno sbagliato i calcoli?
R. Sono cambiati rapporti di fondo tra le variabili macroeconomiche. Il mondo economico finanziario deve ancora ritrovare un equilibrio, ha bisogno di un dimagrimento.
D. In realtà se ne parla da un po'...
R. Vero. In effetti dopo la bolla della crisi finanziaria, la reazione è stata una generalizzata riduzione dell'indebitamento. In gergo lo chiamiamo deleverage.
D. Cosa ha comportato?
R. Che le banche hanno dovuto fare pulizia, diminuendo la leva finanziaria (cioè il capitale che immettono nel sistema rispetto a quello che posseggono) da 30 a circa 20-15.
D. Quindi?
R. Quindi è diminuito il credito circolante nel mondo. Questo ha portato stati nazionali, imprese e famiglie a ridurre il loro stock di debito, diminuendo investimenti e consumi.
D. Non è una normale reazione?
R. Sì ma dura ormai da 5 anni. Dopo lo scoppio della bolla sta cambiando un mondo.
D. Questi che vediamo sono i sintomi?
R. Sintomi? Direi che siamo già alla malattia. Solo che la curiamo troppo spesso con aspirine, piuttosto che con antibiotici.
D. Ma ha a che fare con il cambiamento di leadership?
R. Ha a che fare con la globalizzazione e la sostenibilità del sistema.
D. Un sistema che rischia di sfaldarsi...
R. Non stiamo parlando di classi dirigenti, ma di cambiamenti dal basso. Delle classi produttive, delle masse di imprenditori e impiegati dei Paesi emergenti, che cambiano i rapporti di forza economici.
D. Non ci sono risposte?
R. Sappiamo solo che la nuova parola d'ordine sarà frugalità.
D. E la ripresa?
R. La ripresa sarà molto lenta.
D. Quanto lenta?
R. A piacere.
D. È una battuta?
R. No. Non sappiamo cosa può succedere. Ci sono troppi fattori di rischio. Le prospettive, come ha ammesso anche Mario Draghi in conferenza stampa il 5 luglio, sono incerte.
D. Un 'ammissione di impotenza?
R. Draghi l'ha detto: è propabile che le iniziative delle banche centrali abbiano meno effetto di quanto ci potessimo aspettare.

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