«Lo Stato deve assicurare più fondi ai giornali»

Il sottosegretario all'Editoria Legnini sui finanziamenti.

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27 Maggio 2013

Di motivi per abolire il finanziamento pubblico ai giornali ce ne sarebbero piu d'uno: la crisi economica che impone un drastico ridimensionamento della spesa pubblica. Le numerose truffe editoriali scoperte dalla Guardia di finanza negli ultimi tempi (fino a oggi sono stati sequestrati 10 milioni di euro a società editrici accusate di aver creato pubblicazioni fantasma solo per ottenere i rimborsi). I cambiamenti introdotti nel mercato delle news dalla rivoluzione digitale, che rende obsoleti strumenti di sostegno pubblico all'editoria pensati quando il mondo dell'informazione viaggiava ancora solo sulle rotative. 
LEGNINI: «ERRORE TAGLIARE I CONTRIBUTI». Eppure per il nuovo sottosegretario con delega all'Editoria, Giovanni Legnini, «sarebbe un grave errore tagliare i contributi pubblici ai giornali». In tutta Europa, a cominciare dalla Germania, lo Stato sostiene in diversi modi l'industria editoriale. «Piuttosto», dice a Lettera43.it, «bisogna far applicare le leggi che ci sono per evitare frodi e promuovere l'innovazione digitale».
IL NODO DELL'EDITORIA 2.0. Sulle nuove imprese editoriali digitali, che non godono delle agevolazioni della carta stampata (per esempio l'Iva al 4%), Legnini non ha ancora deciso se intervenire o meno con nuove norme, anche perché la questione è di competenza di diversi ministeri, da quello dello Sviluppo economico a quello del Tesoro.

 


DOMANDA. Facciamo un po' di chiarezza sul fondo per l'editoria. Quanti soldi ci sono in cassa?
RISPOSTA. Per il 2013 sono stati stanziati 95 milioni di euro. Per il 2014 e il 2015 rispettivamente 53 milioni. E parliamo dei contributi diretti.
D. Nel decreto che ha sbloccato il pagamento alle imprese dei debiti della pubblica amministrazione, 17 milioni di euro sono stati pescati dal fondo per l'editoria 2015. Lei dice che verranno ripristinati. Con quali risorse?
R. I 17 milioni sono quelli che mi preoccupano meno. È vero che è stata una decisione improvvisa, non meditata, ma sarà attuata nel 2015, quindi abbiamo un po' di tempo per porvi rimedio con la legge di stabilità.
D. C'è chi vorrebbe che queste risorse venissero destinate ad altri settori produttivi. E chi invece le considera insufficienti a sorreggere un comparto in profonda crisi. Lei da che parte sta?
R. È evidente che dobbiamo integrare i 53 milioni previsti per il 2014 e il 2015 con la legge di stabilità, fino ad arrivare agli attuali 95 milioni. Ma spero di poter destinare al settore anche qualcosina in più, stante la drastica decurtazione delle risorse progressivamente effettuata nel corso degli anni.
D. Insomma di abolire il finanziamento pubblico ai giornali non se ne parla.
R. Sarebbe un grave errore. Esiste in tutta Europa, in diverse forme. L'editoria è un settore che va incentivato.
D. E sottoposto ai raggi X. Non si contano più i casi di pubblicazioni truffa messe in piedi solo per ottenere i rimborsi dello Stato.
R. Penso che il sistema di repressione degli illeciti che è stato messo in piedi negli ultimi mesi dal dipartimento dell'Editoria insieme con la Guardia di finanza funzioni. Tant'è che finora sono stati recuperati 10 milioni di euro smascherando le frodi. Ho intenzione di rendere ancora più efficienti se possibile i controlli e trasmettere un messaggio di rigore.
D. Ma è giusto che giornali di partito con una bassissima tiratura continuino a prendere soldi pubblici?
R. L'intervento normativo dello scorso anno, il decreto 63 del 2012, ha fatto fare passi avanti rilevanti sotto il profilo dei requisiti di ammissibilità ai rimborsi e di tracciabilità dei pagamenti. I criteri stabiliti dovranno rigorosamente essere rispettati. Chi sbaglia paga, restituisce, e va sotto processo. Dobbiamo attuare pienamente le disposizioni di legge.
D. Ha in cantiere anche nuove proposte di legge?
R. Prima di fare una nuova legge bisogna applicare quella che c'è. Poi inizieremo a lavorare anche a interventi normativi per incentivare l'innovazione nel settore dell'editoria.
D. Sulle start up editoriali digitali l'Italia è indietro di un decennio rispetto a Paesi come la Francia, in cui le testate web sono equiparate da tempo a quelle cartacee e usufruiscono dell'Iva agevolata e del credito d'imposta.
R. Il decreto 63 ha stabilito delle norme per incentivare il passaggio dalla carta al digitale. Mi rendo conto che non è sufficiente ma è un primo passo importante. Sulle imprese che lavorano solo sul digitale poi occorre condividere l'azione con il ministero dello Sviluppo economico che è competente sulle start-up.
D. Anche un intervento sull'Iva è materia di altri ministeri?
R. È una cosa che va decisa a livello europeo. In ogni caso bisogna pensare a una normazione complessiva che affronti molti temi, dall' innovazione all'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Per le imprese digitali poi c'è anche un altro problema.
D. Quale?
R. Occorre definire cosa è un giornale online. Terreno che si può prestare ad abusi anche maggiori rispetto a quelli scoperti nella carta stampata.
D. Su quali linee guida orienterà un eventuale intervento legislativo?
R. L'editoria è settore contemporaneamente in forte crisi e in forte evoluzione. Le due direttrici si devono ricongiungere. Bisogna superare le crisi favorendo l'innovazione.

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