Privatizzazioni, il piano del governo Renzi

Resta il nodo Fs e Sace. E ora arriva l'ipotesi multi-utility.

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11 Agosto 2014

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

Privatizzare, privatizzare e privatizzare. Cambiano i governi, ma l'obiettivo no. Che a Palazzo Chigi sieda Monti, Letta o Renzi, la via da imboccare resta la stessa: vendere, quotare, dismettere. Per fare cassa e abbattere il debito pubblico.
L'ultimo inquilino di via XX Settembre, il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan ha promesso a Bruxelles dismissioni per un valore pari allo 0,7% del Prodotto interno lordo (Pil) per ogni anno, da oggi al 2018. L'operazione vale 11 miliardi di euro e una riduzione del debito di 2,5 punti di Pil.
DISMISSIONI MAI PARTITE. Il programma però sta andando a rilento. La vendita di quote di Cdp Reti (gas e elettricità) a State Grid Corporation of China ha portato profitto.
Ma Fincantieri, quotata il 3 luglio, non ha raccolto i capitali sperati. Poste ha rinviato le cessioni al 2015. La partita sulla Rai rischia di portare a nuovi conflitti di interesse. E la privatizzazione di Ferrovie per ora è su un binario morto. Solo il board Eni ha teso la mano all'esecutivo, annunciando di essere pronto ad aumentare la sua fetta di quotazione sul mercato di ben 2 miliardi.
E mentre il governo pensa anche a un intervento sulle società dei servizi pubblici locali, all'agenzia del Demanio le dismissioni di immobili non sono mai partite. «Le stiamo aspettando anche noi», dicono con disappunto a Lettera43.it. 
Ecco a uno a uno i nodi della partita su cui il governo si gioca il bilancio e una eventuale manovra. 

  • Le slide presentate da Fabrizio Pagani, capo della segreteria del ministero dell'Economia.

Privatizzazioni previste nel 2014: mancano 7 miliardi

L'agenda delle privatizzazioni è stata già messa nera su bianco e presentata ai grandi investitori internazionali e ai fondi sovrani stranieri.
Per il 2014, secondo un documento di Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministero dell'Economia, il governo ha messo in conto di privatizzare quote di Fincantieri, Cdp Reti, Enav, Eni, Poste Italiane, Rai Way e Ferrovie dello Stato.
Finora le operazioni portate a termine sono due. Ed entrambe al centro di polemiche.
QUOTAZIONE DELUDENTE PER FINCANTIERI. La quotazione in Borsa di Fincantieri è stata avviata il 3 luglio con risultati alquanto deludenti.
Il prezzo dell'azione è stato fissato al minimo. Fintecna, la controllata di Cassa depositi e prestiti che detiene il 99% della società di cantieristica, ha valutato l'operazione non conveniente. E quindi la quotazione è avvenuta unicamente tramite aumento di capitale e iniezione di nuova liquidità.
Risultato: il numero di titoli offerto sul mercato si è ridotto di quasi la metà. E il governo ha incassato 350 milioni al posto dei 600 previsti.
INCASSO MAGGIORE CON CDP RETI. Partita ben più redditizia è stata quella della vendita delle quote di Cdp Reti.la controllata di Cassa depositi e prestiti che detiene il 30% della quotata Snam (reti del gas) e alla quale dovrebbe essere trasferito anche anche il 29,8% di Terna (reti elettriche).
Il governo calcolava un incasso di 1,7 miliardi di euro dalla cessione del 49% della società. E invece con l'accordo siglato il 31 luglio con i cinesi cinesi di State Grid International Development Limited (Sgid), controllata dal colosso pubblico State Grid Corporation of China, ha venduto una quota inferiore il 35%, a un prezzo maggiore: 2,1 miliardi.
L'operazione, però, è stata criticata da chi teme che l'entrata dei cinesi nei board che controllano le infrastrutture strategiche sia un rischio. Ma il presidente di Cdp Bassanini ha replicato secco: «Col 51% manteniamo il controllo e non svendiamo». Un' ulteriore quota del 14% dovrebbe essere ceduto a investitori istituzionali italiani, tra fondazioni bancarie, fondi pensione e casse di previdenza.
ENAV, NULLA ALL'ORIZZONTE. Da programma, figurava poi la privatizzazione di Enav: non pervenuta. La società ha fatto ottimi risultati nel 2013 con un utile superiore ai 50 milioni di euro. A maggio, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che stabiliva le condizioni per la dismissione di poste e dell'Ente per l'aviazione civile. Lo Stato è pronto a cedere una quota vicino al 49%, arrivando a incassare fino a 1 miliardo di euro. La deadline per l'operazione è prevista per novembre. Ma finora non si è tenuta nemmeno l'assemblea per la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione. Figuriamoci la quotazione.
POSTE, PRIVATIZZAZIONE RINVIATA. A Poste italiane, invece, è stato proprio il nuovo board, guidato da Francesco Caio, a rinviare la dismissione all'anno che verrà. La quotazione del 40% della società varrebbe ben 5 miliardi di euro. Ma dopo la tranvata di Fincantieri e già caricata dell'affare Alitalia- Eithad, Poste vuole arrivare sul mercato con le spalle e soprattutto i bilanci, abbastanza solidi da attrarre gli investitori.
RAI WAY E LA GUERRA SINDACALE. Raiway, invece, la società che detiene la rete di trasmissione Rai, dovrebbe essere quotata entro l'anno. La Conso attende il prospetto informativo per sbarcare in Borsa. La Rai conta di incassare tra i 250 e i 400 milioni con una cessione tra il 25 e il 40%. Ma alla televisione pubblica servono 150 milioni solo per compensare la diminuzione degli incassi del canone. Inoltre è difficile che l'operazione vada in porto senza scossoni. Il 6 agosto, infatti, il Sole 24 Ore ha riferito dell'interesse di Ei towers, la società controllata tramite Elettronica industriale dal gruppo Mediaset. E l'Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, già critico nei confronti della dismissione, ha alzato gli scudi: «Sarebbe un inno ai conflitti di interesse». Usigrai ha chiesto alla direzione generale di chiarire e ha minacciato di rivolgersi all'Authority per la concorrenza.
ENI AUMENTA L'IMPEGNO DI 2 MLD. Le sole soddisfazioni per i conti dell'esecutivo sembrano venire dai big Enel e Eni. La dismissione di quote dei due colossi energetici di Stato doveva essere il piano B, ma sembra essere diventato il piano A.
La dismissione di quote di Eni era già prevista sul triennio 2014-2017, ma è destinata ad aumentare. Quella di Enel era in agenda per il 2015 ma potrebbe essere anticipata per riparare ai mancati incassi.
Per il 2014 il piano iniziale prevedeva la dismissione del 4% di Eni, per un incasso di circa 3 miliardi di euro.
Ma il 31 luglio il Cane a sei zampe è venuto in soccorso al governo con un comunicato che annunciava la volontà di «incrementare il programma di dismissioni di 2 miliardi di euro» nei prossimi tre anni,  «portandolo complessivamente a 11 miliardi, di cui 6 nel biennio 2014-2015». Nello stesso comunicato la società guidata da Claudio Descalzi definiva la controllata Saipem un business «non strategico», confermando l'intenzione alla privatizzazione.
RIPARARE CON LA QUOTAZIONE DI ENEL. Anche la cessione di Enel è un boccone prelibato, anche se teoricamente era prevista nel 2015. La vendita del 6% della società vale circa 2,5 miliardi di euro. Il problema però si fa politico, perché per ottenere un tale guadagno, il governo potrebbe scendere, forse già entro la fine dell'anno, sotto la quota del 30%. Il controllo decisionale potrebbe ancora essere tutelato, ma le polemiche sono garantite. E intanto, anche contando il maggiore impegno di Eni, a guardare il programma del 2014 mancano all'appello circa 7 miliardi.

Nessuna dismissione nel 2014, nel 2013 solo un passaggio di mano

 

IL MIRAGGIO DI PRIVATIZZARE FS. Per il 2015 il piano di Pagani prevede la privatizzazione del 40% di Ferrovie dello Stato. Un'operazione che sulla carta potrebbe valere moltissimo: la società è valutata da sola 36 miliardi. Ma il rischio è che tutto si riduca alla cessione di Grandi stazioni, la società che gestisce gli hub delle ferrovie e di cui lo Stato detiene oggi il 60% pari a circa 90 milioni di euro.
E le trattative anche su questo fronte sarebbero a rilento. Se il governo Renzi procedesse con la privatizzazione di Fs, riuscirebbe dove tutti gli altri hanno fallito.
DISMISSIONI IMMOBILIARI FLOP. Sta invece fallendo il piano di dismissioni degli immobili di Stato, messe in agenda per il 2015, ma in realtà già nel programma di Enrico Letta: nella legge di Stabilità il governo aveva previsto la vendita di proprietà statali per 500 milioni l'anno nel triennio 2014 - 2016.
Negli ultimi mesi, la stampa si è affannata a spulciare le aste del Demanio: due dall'inizio dell'anno e finora anche deludenti dal punto di vista degli incassi.
La verità però, spiegano dall'agenzia di via Barberini, è che quelle gare «fanno parte della nostra normale attività: non sono state un'iniziativa ad hoc del ministero delle Finanze». 
L'unica operazione, osservano, «è stata avviata e conclusa nel 2013 per un valore di 400 milioni», ma anche qui sarebbe meglio precisare. «Il ministero delle Finanze ha venduto a Cassa depositi e prestiti», raccontano da Roma: insomma la Cdp, società controllata dal Mef, avrebbe aiutato a sistemare i bilanci statali.
UN PATRIMONIO DI CIRCA 72 MLD. E sì che l'opportunità di fare cassa sarebbe ricca. Secondo quanto risulta ai tecnici del ministero dell'Economia, il patrimonio immobiliare di proprietà diretta dello Stato centrale ammonta a circa 72 miliardi. A Senza considerare i beni delle Regioni, delle Asl, delle università e gli oltre 200 miliardi in immobili di proprietà dei Comuni. Il mercato immobiliare però è in crisi. E ad ascoltare gli ultimi interventi di Mr Spending review Carlo Cottarelli, l'esecutivo potrebbe intraprendere altre strade.

La partita delle multi-ultility dei Comuni: da 8 mila società e un migliaio

Cottarelli ha già annunciato l'intenzione di ristrutturare l'intero comparto dei servizi pubblici locali, tagliando le società partecipate dagli enti locali dalle attuali 8 mila a solo un migliaio: si tratta di un'operazione di vasta scala che va a toccare servizi importanti per il cittadino, equilibri delicati a livello politico e che vale miliardi dal punto di vista finanziario. Un riordino è necessario. 
RISANAMENTO DEI BILANCI. Nel 2010 Corte dei conti ha trasmesso al parlamento una relazione sulle 5.860 società a partecipazione locale diffuse sul suolo italiano: di queste solo il 34,67% si occupa davvero di servizi pubblici locali. E ben 568 avevano collezionato bilanci sempre in rosso negli anni precedenti. L'idea quindi potrebbe essere appaiare il risanamento dei bilanci, con la quotazione.
Secondo Cottarelli, l'operazione potrebbe portare nelle casse dello Stato dai 2 ai 3 miliardi. Ma c'è anche la possibilità di andare oltre il riordino, prendendo la polpa buona delle multi-utility: le società che si occupano di servizi strategici come le forniture di energia, acqua o rifiuti, quelle che fanno insomma i servizi urbani di maggiore rilievo per la cittadinanza.
Nel cassetto del Mef, infatti, c'è l'opzione di scorporare il comparto di forniture da Eni e Enel, unirlo alle multi-utility e quotare il tutto. Del resto, un precedente di 'finanziarizzazione' c'è già: Fondo strategico italiano è già entrato in Hera, la più grossa multi-utility d'Italia, e sembra pronto a passarne le quote alla società alla nuova holding creata per attirare gli investimenti di fondi sovrani stranieri.
IL TESORETTO DI SACE. Ci sarebbe infine il tesoretto di Sace, società assicurativa delle imprese italiane all'estero. Stando ai piani del ministero di Padoan sarebbe preservata. La società detenuta al 100% da Cdp è un gioiellino di gestione e risultati: ha chiuso il bilancio del 2013 con un utile netto di 345 milioni di euro, con una crescita di 168 milioni rispetto al 2012. Ma chissà se il governo sarà davvero costretto a separarsene. O se preferirà mettere mano ad altri carrozzoni pubblici. I nomi, da Italia Lavoro a Invitalia, non mancano.

  • L'elenco delle società partecipate dal Ministero dell'Economia e delle finanze.

  • Elenco delle società indirettamente partecipate dal Mef.

 

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