Renzi in Africa: affari e rifugiati al centro del viaggio

Tappa ad Accra e in Senegal dopo la visita in Nigeria. È a caccia di contratti del petrolio e commesse di Stato. Ma il vero fine è chiedere aiuti sul fronte profughi.

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02 Febbraio 2016

Il premier Renzi incontra il presidente nigeriano Buhari.

(© Ansa) Il premier Renzi incontra il presidente nigeriano Buhari.

Una densa due giorni tra Nigeria, Ghana e Senegal.
Il premier Matteo Renzi è alla terza campagna d'Africa dalla scalata a Palazzo Chigi, ogni anno un tour tra le economia emergenti africane che marciano verso lo sviluppo, terre da dove anche i cosiddetti migranti economici intravedono le possibilità di benessere dell’Europa e partono verso Lampedusa.
UNA MISSIONE ALL’ANNO. Nel 2014 fece un coast to coast dal ricco Angola al Mozambico, attraverso il Congo denso di risorse. Nel 2015 visitò Kenya ed Etiopia, l'ex colonia italiana sede dell'Unione africana.
Per il 2016 Renzi ha scelto la Nigeria dilaniata dal terrorismo ma generosa di petrolio, il Ghana promosso a tigre africana dalla scoperta dei giacimenti offshore, il Senegal, l'ex colonia francese dove la democrazia è possibile e l’industria è al decollo.
Anche stavolta Renzi è partito con una nutrita delegazione di 15 grandi aziende italiane. La mission è firmare contratti e cementare relazioni nel settore dell'energia e delle infrastrutture.
ORO NERO IN CAMBIO DI AIUTI. Il premier ha parlato di destinazioni «strategiche» e non nasconde che l'obiettivo è intensificare i rapporti con il cuore del continente nero, oltre il Sahara, per «raddoppiare gli investimenti»: affari in petrolio e altre commodities in cambio di cooperazione e finanziamenti allo sviluppo, per tamponare, in prospettiva, anche l'emergenza migranti.
Con le autorità nigeriane, il capo della Polizia Alessandro Pansa ha subito firmato un memorandum per il contrasto del traffico di esseri umani. 

Il petrolio e le turbolenze della grande Nigeria

L'arrivo del presidente del Consiglio Matteo Renzi all'aeroporto di Accra.

(© Ansa) L'arrivo del presidente del Consiglio Matteo Renzi all'aeroporto di Accra.

La Nigeria fa gola anche agli Stati Uniti ed è il terreno di semina maggiore.
Senza il focolaio di terrorismo al Nord che sconfina e si espande anche in Ciad, Camerun e Libia, il gigante che più è cresciuto in Africa nell'ultimo quinquennio (almeno +60% di Pil) avrebbe la spinta per combattere la corruzione endemica interna che blocca le redistribuzione delle ricchezze tra i quasi 180 milioni di abitanti.
Ma i miliardi dei proventi del petrolio sono regolarmente dilapidati dalle ruberie della classe dirigente, e quel che è peggio è che le turbolenze dei Boko Haram affiliati all'Isis distolgono molte forze alla lotta alla corruzione e alla stabilizzazione del Paese tentata dal governo democraticamente eletto nel 2015.
PRIMO A COLLOQUIO CON BUHARI. Il premier italiano è stato il primo leader occidentale a farsi ricevere dal neo presidente nigeriano Muhammadu Buhari - musulmano, ex dittatore, fatto ricandidare da Stati Uniti e Gran Bretagna - all'indomani del massacro dei bambini arsi vivi dai Boko Haram a Maiduguri, capitale dello Stato settentrionale di Borno: 86 civili morti, anche diversi bambini, nei roghi nei villaggi.
A Nord-Est di Maiduguri, il bacino del Lago Ciad tra Nigeria, Ciad e Niger (quarta riserva di acqua dolce dell'Africa) è un crocevia di miliziani e armamenti anche verso la Libia e la Repubblica centrafricana, che invano i contingenti degli Stati dell'area hanno tentato di sradicare con interventi militari.
Ma Renzi atterra ad Abuja con Confindustria e l’Eni anche a ridosso dell’attacco all'oleodotto della sussidiaria Agip del Cane a sei zampe nel Delta del Niger, nel Sud del Paese.
IL GREGGIO DEL DELTA DEL NIGER. Recentemente sono state colpite diverse pipeline e infrastrutture petrolifere, con «enormi perdite di greggio», ma sono gocce in un mare di oro nero non ancora ben quantificato, per i continui alti e bassi della Nigeria, membro dell’Opec e tra i primi 15 esportatori al mondo, soprattutto verso l’Europa dopo la frenata degli Usa, primi clienti fino al boom casalingo dello shale gas.
Multinazionali straniere come l’anglo-olandese Shell sono, stando ai report di Amnesty International, le maggiori devastatrici del territorio nigeriano. 

L'Eldorado del Ghana e l'industria nascente del Senegal

Un mercato a Dakar, in Senegal.

(© Getty) Un mercato a Dakar, in Senegal.

Anche il Ghana, pieno di oro, diamanti, cacao, rame e si è scoperto anche di petrolio, ha un Pil che nell'ultimo decennio si è gonfiato del 75% .
L'economia cresce di pari passo con la produzione e la vendita di greggio, anche se il crollo dei prezzi sta avendo - come in tutti gli Stati dipendenti dall'olio nero - ripercussioni tali da far chiedere in Nigeria a Buhari un prestito urgente alla Banca mondiale di 3 miliardi e mezzo di dollari.
Tutta la costa occidentale dal Ghana al Benin e alla Nigeria è considerata molto interessante dalle compagnie per l'esplorazione di nuovi giacimenti di idrocarburi, al pari della Corno d’Africa, dove sono in corso saggi in Somalia ed Etiopia e si vogliono anche riaprire le relazioni (Italia in testa, attraverso il fiorentino ai vertici dell'Eni ed ex capo della Farnesina, Lapo Pistelli) con il regime eritreo di Isaias Afewerki.
In Ghana sono forti texani e britannici, ma anche l’Eni ha firmato accordi per progetti con il governo.
PIL IN CRESCITA. La scorsa estate Renzi ha ricevuto a Palazzo Chigi il presidente ghanese John Dramani Mahama, negoziando il lotto di un collegamento ferroviario e l’apertura di una sede Ice (Istituto per il Commercio estero) nella capitale Accra. A dicembre l’ex sottosegretario allo Sviluppo economico Carlo Calenda (ora ambasciatore italiano all'Ue) è andato poi in avanscoperta in Ghana.
Ora Renzi arriva con al seguito i quadri di Enel e Trevi, aggiudicataria dell'appalto alla diga irachena di Mosul, Anas international, Italferr, Technimont e Telecom, gli italo-americani di General electric-Nuovo Pignone e gli assicuratori di Sace, Cassa depositi e prestiti e altri i grand commis a caccia di maxi-appalti in infrastrutture.
Nel Senegal locomotiva della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (Ecowas) l'Italia punta invece sulle partnership nell'industria, nell'energia e nelle telecomunicazioni: con un Pil in marcia di oltre il +5% e l'economia, per la Banca mondiale, più diversificata dell'Africa anche nel settore dei servizi, sta nascendo un ceto medio da rifornire.
UNO SGUARDO AL G7. La coscienza che esiste una vita migliore spinge tanti senegalesi con un po’ di risparmi a tentare di emigrare in Europa: i viaggi in Africa di Renzi mirano anche a contrastare il flusso dei cosiddetti migranti economici.
L’«aiutiamoli a casa loro» di cui si dovrebbe occupare l'Agenzia per la cooperazione e lo sviluppo, istituita dalla legge 125/2014 ma in realtà non ancora operativa, che Renzi, dopo i tagli della spending review e nella morsa dell’emergenza migranti, vorrebbe far tornare a crescere.
L'Italia è sede del prossimo G7 e vuole fare bella figura all'Onu per aggiudicarsi un posto da membro non permanente al Consiglio di sicurezza, al prossimo giro di poltrone.

 

Twitter @BarbaraCiolli

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