Bauman: «Sarà guerra per le risorse»

Il sociologo a Lettera43.it sugli effetti della crisi.

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27 Settembre 2012

da Leeds

Negli occhi ha il guizzo di un ragazzino sveglio e intelligente e l'acume disincantato di chi ha attraversato molte generazioni, conosce bene il lato cinico dell'uomo, ma non ha perso neanche la fede nel suo lato più nobile.
'Umano' si dice dell'uomo quando prova dolore e istintiva partecipazione per le miserie altrui, tende la mano all'altro nella difficoltà e spera di arrivare insieme a un traguardo comune. E in fondo Zygmunt Bauman, uomo solido che ha teorizzato la società liquida, è stato accolto senza riserve nelle campagne dello Yorkshire inglese dopo essere sfuggito, da ebreo polacco, prima all'occupazione nazista, poi all'antisemitismo strisciante del regime comunista.
Dall'inizio degli Anni 70 non si è mai mosso dalla sua cattedra all'università di Leeds. «A wonderful city», dice con entusiasmo mai spento, mentre si siede di scatto sulla poltrona in pelle del suo studio, accendendosi con gusto la pipa.
FEDE NEL SOCIALISMO LIBERALE. A 87 anni, il sociologo che ha descritto le metamorfosi del capitalismo e l'esplodere della società dei consumi gira il mondo senza sosta per lezioni e conferenze. Ma le sue radici sono lì, nella culla del socialismo liberale, nel quale non ha mai smesso di credere.
La sua casa in collina - molto british - è grande e accogliente, piena di libri ma senza grandi comfort. Gli oggetti sembrano essere stati piazzati sui mobili per restarci a lungo.
Per gli ospiti, Bauman prepara con cura un caffè e un'abbondante colazione. «Si faccia un giro in questa splendida cittadina, prima di ripartire. Goda delle sue arti, respiri la sua cultura. Qua è tanto meglio che a Londra», suggerisce, prima di parlare dei travagli del mondo.
LE DUE VIE PER USCIRE DALLA CRISI. Sulla crisi attuale, l'uomo che ha vissuto molto vede nero. Ma, da sociologo, è molto lineare e lascia la porta aperta. «Ci sono due possibilità», spiega a Lettera43.it. «O, come è già successo nella storia, l'umanità cambia rotta e, per sopravvivere, imbocca una strada alternativa alla crescita» oppure, se l'homo consumens non accetterà, con sacrificio, di tornare indietro, «la natura prenderà il sopravvento e sarà la guerra di tutti contro tutti per la redistribuzione delle risorse».
In entrambi i casi, il processo sarà «doloroso», soprattutto nei Paesi occidentali, dove «lo stato sociale è in via di demolizione». Per Bauman, «non è più una questione di destra o di sinistra», ma di lotta per la sopravvivenza.
Le insidie non mancano, a partire dal capitalismo al tramonto, che «riserva sempre sorprese imprevedibili», e dall'impotenza della politica che, se non riacquisterà il potere di agire, non potrà traghettare i Paesi verso modelli più sostenibili.

DOMANDA. Eppure i politici propongono la via dell'austerity, per tagliare sprechi e sperperi della società dei consumi.
RISPOSTA. È una soluzione a breve termine, che di certo riduce la crescita e tiene molte persone disoccupate.
D. Come fa allora a risolvere la crisi?
R.
Probabilmente, anche i rimedi a breve termine sarebbero dovuti essere diversi. Io, da sociologo, posso esprimermi solo in una prospettiva a lungo termine.
D. Per ora, cosa è arrivato a concludere?
R.
Primo, che la crisi era ampiamente prevedibile. Siamo vissuti per oltre 30 anni al di sopra delle nostre possibilità, spendendo soldi non guadagnati. Il collasso del credito era inevitabile.
D. Colpa del ceto medio vorace, che, con il boom economico, voleva accaparrarsi tutti i nuovi comfort?
R.
Certo che no. Le masse sono state convinte a vivere a credito. Sugli interessi dei loro prestiti, le banche hanno incamerato grandi utili. Le persone sono state indottrinate, è stato fatto loro il lavaggio del cervello.
D. Un sistema sofisticato.
R.
Miracoli del capitalismo. Il punto, però, è che adesso ci troviamo in questa situazione. In tutto il mondo, non solo nell'Occidente più sviluppato, ma anche nelle Tigri asiatiche, in Brasile...
D. L'Europa non è messa peggio dei Paesi in via di sviluppo?
R.
Questo sì. In Europa e negli Usa la contrazione è maggiore. E in Gran Bretagna, per esempio, si è abusato delle carte di credito più che in Italia, ma il trend è lo stesso.
D. C'è chi parla già di ripresa, grazie alle manovre di austerity.
R.
Di questo mezzo secolo di abbondanza pagheranno lo scotto non solo le attuali nuove generazioni. Ma i loro figli e i loro nipoti.
D. In cosa ha sbagliato la società liquida?
R.
Intanto nel non considerare che c'è un limite naturale al credito. Che quello che si ottiene senza sacrificio oggi, si pagherà necessariamente domani.
D. E poi?
R.
Poi c'è un secondo aspetto che abbiamo ignorato: la sostenibilità del pianeta. Stiamo già consumando il 50% in più di quanto la Terra possa offrire.
D. Ma, con la crisi inarrestabile, i consumi si stanno contraendo.
R.
Globalmente, la fame di risorse continua a crescere. Tra 50 anni avremo bisogno di cinque pianeti, per soddisfare i nostri bisogni. È una certezza.
D. Ed è una certezza che la Terra sarà distrutta.
R.
Credevamo che la sola via per essere felici in queste e nelle prossime vite fosse consumare il più possibile. Invece questo sistema sta distruggendo il pianeta e le nostre esistenze individuali.
D. Come se ne esce?
R.
Per uscirne, dovremmo necessariamente rivedere i nostri stili di vita. Mettere in discussione tutto quello che siamo stati abituati a pensare o a credere, rinunciando a molti comfort.
D. Sarà dura.
R.
Chi, come le nuove generazioni, non ha mai provato una vita frugale dovrà imparare da zero un modello alternativo. Chi, come me, ha vissuto per 40 anni senza frigorifero, dovrà riabituarsi a minori comodità.
D. Sta dicendo di rassegnarci ad andare in peggio?
R. Non in peggio, a cambiare mentalità. Per millenni, le generazioni hanno vissuto senza televisione e non stavano necessariamente peggio. Di certo, sarà difficile disabituarsi ai comfort. Sarà - se accadrà - un processo lungo e doloroso.

La sconfitta della politica. O una società nuova o la guerra per le risorse

L'università di Leeds, nello Yorkshire.

L'università di Leeds, nello Yorkshire.

D. Perché dubita che accadrà, se ritiene possibile l'esistenza di società alternative?
R.
Essere possibile non è essere scontato. Qualcuno dovrà necessariamente guidare questo percorso. La grande domanda è capire quale forza sarà in grado di farlo.
D. La politica non è in grado?
R. I governi sono chiaramente incapaci di farlo. Vengono eletti per quattro, cinque anni. Il loro obiettivo è restare in carica. Per riuscirci, dicono alla gente quello che vuole sentirsi dire nel momento.
D. Eppure la crisi dura da cinque anni.
R.
E infatti la politica è impotente, non sa che pesci prendere. Ormai la gente, per frustrazione, vota chi non era al governo al momento del collasso. Non è più una questione di destra o di sinistra.
D. In Italia, Mario Monti non è stato neanche eletto.
R. Ma la gente lo avrebbe votato egualmente, per reazione contro il premier precedente. In Spagna, il socialista José Luis Zapatero cadde travolto dalla crisi, ma sarebbe accaduto lo stesso al conservatore Mariano Rajoy. E se in Francia, due anni fa, ci fosse stato monsieur François Hollande, ora Nicolas Sarkozy sarebbe in carica.
D. Non è un quadro troppo sconfortante?
R.
Ormai la gente ha la certezza che qualsiasi governo non serva a niente. I cittadini hanno perso fiducia nell'élite al comando. E, se vuole la mia personale opinione, penso che abbiano ragione.
D. Perché?
R. Da un po' ormai vado dicendo che i politici non hanno più in mano gli strumenti per governare.
D. In che senso?
R. Al momento, siamo in una fase di divorzio tra politica e potere. Il potere è la capacità di fare determinate cose, la politica è la capacità di decidere quali cose devono essere fatte per il Paese. Se 50 anni fa politica e potere erano nelle mani dei governi, oggi il potere è stato globalizzato. Ma la politica no, è nazionale. O, al limite, internazionale.
D. Può fare un esempio concreto?
R. Prima i politici decidevano cosa fare e, contemporaneamente, avevano il potere di agire nel campo delle finanze e dell'economia nazionali. Oggi possono pensare a cosa fare, ma agire è ormai un potere fluttuante nella no man's land globale. Le aree locali non hanno più influenza.
D. Stati e gruppi di Stati sono quindi succubi dei cosiddetti 'poteri forti'.
R. La situazione è terribile. E fino a che non cesserà questo scollamento, nessuna soluzione a lungo termine potrà essere trovata. Questa è la mia profonda convinzione.
D. Prima parlava di rivedere gli stili di vita, costruire un modello di società alternativo.
R.
Non si tratta solo di eliminare i surplus consumistici. Ma di reimparare - o imparare da zero - a essere felici stando nella comunità, coltivare relazioni di vicinato, cooperare.
D. Non le sembra un progetto utopistico?
R.
Utopistico? Perché mai (ride). È chiaro che tu, io, tutti noi insieme, dovremo discutere seriamente per cambiare i nostri orizzonti, smettendo di spendere nei negozi. Ma, in passato, per la maggior parte della storia dell'umanità, gli uomini trovavano soddisfazione, per esempio, nel creare e nello svolgere lavori ben fatti. I sociologi lo chiamano istinto dell'uomo-artigiano.
D. E se non ci riusciremo, se non ci sarà la volontà di tornare artigiani?
R.
Allora - è la seconda possibilità - la vita sarà ancora più dura. La natura minaccerà la nostra esistenza. E, se anche non soccomberemo, ci saranno guerre sanguinose.
D. Guerre per le risorse?
R. Sì, come ha ipotizzato Harald Welzer in Climate wars, a differenza del 1900, le guerre non saranno ideologiche, ma molto materiali. Ci potrebbero essere grosse guerre per la redistribuzione.
D. Sopravvivenza e distruzione, entrambi gli scenari sono possibili.
R. Come sociologo non sono in grado di dire quale prevarrà. Personalmente, non credo tanto nella prima possibilità.

La fine dello stato sociale e la smitizzazione del '68

La finanza creativa spaventa Wall Street.

La finanza creativa spaventa Wall Street.

D. Oltre ai consumi che le masse non possono più permettersi, la crisi globale sta distruggendo lo stato sociale.
R.
Tutti i governi lo stanno smantellando, socialdemocratici e di centrodestra. Come per i premier eletti, la scomparsa dello stato sociale non è né di destra, né di sinistra. Del resto, non lo fu neanche sua creazione.
D. Da cosa nacque lo stato sociale?
R.
L'idea che la comunità venisse incontro nei momenti di difficoltà si concretizzò, in modo particolare, dopo la terribile esperienza della Seconda guerra mondiale.
D. Tutti ne uscirono a pezzi.
R. Al di là della destra e della sinistra, si arrivò alla conclusione di aver tutti bisogno dell'aiuto reciproco. I lavoratori, ma anche i capi. L'uno dipendeva mutualmente dall'altro.
D. Perché mai il padrone, the boss, dipendeva dagli operai?
R.
Allora il capitalismo aveva ancora bisogno di lavoratori locali. Era interesse del boss tenere la sua potenziale forza lavoro in buone condizioni. Buona salute, buona istruzione, buona forma. Magari anche una buona auto per andare al lavoro!
D. Ma a pagare il welfare era lo Stato.
R.
A maggior ragione c'era bisogno del welfare. Con questo meccanismo, i capitalisti abbattevano anche il prezzo per avere forza-lavoro attraente. La comunità pagava loro buona parte dei costi.
D. Invece oggi?
R.
Oggi le aziende non hanno più bisogno di lavoratori locali. Con la globalizzazione fanno arrivare manovalanza dall'Asia e dall'Africa. Oppure traslocano in Bangladesh.
D. L'industria è davvero finita in Europa?
R.
Togliamoci dalla testa che ritorni. I disoccupati europei non sono più neanche potenziali lavoratori. La classe operaia - e più in generale la classe lavoratrice dipendente - sta scomparendo molto velocemente. Come nel 1900 accadde con i contadini.
D. Cosa resta nel continente?
R.
Lo vediamo dai danni fatti. Da decenni i profitti non si fanno più dall'incrocio tra capitale e lavoro. Ma dall'incrocio tra prodotti e clienti. Occorreva tenere buoni i consumatori.
D. Come il welfare, anche le conquiste del 1968 sono polverizzate dalla crisi.
R.
Da un punto di vista sociologico, rivalutato a posteriori, il movimento del '68 coincise con l'entrata dei cittadini nella società dei consumi. Fu questa la sua conseguenza più duratura.
D. Non le considera conquiste?
R.
Il '68 fu una rivoluzione culturale, non c'è dubbio. E di certo, gli studenti che scendevano in strada volevano tutto, tranne che sdoganare la società dei consumi.
D. Ma?
R. Ma, volenti o nolenti, la conseguenza fu quella. Dall'austerità del dopoguerra emerse una nuova generazione che voleva godersi la vita, semplicemente.
D. È un paradosso.
R.
Eppure è così. I sessantottini erano consumatori di mercato, pronti a cogliere le occasioni che si presentavano. Volevano divertirsi. Vestirsi alla moda. Crearsi identità diverse dalle precedenti. Essere liberi di provare piaceri temporanei. Alla lunga, anche gli iPhone sono una conseguenza del '68.
D. Anche l'amore liquido è una conseguenza del '68.
R.
Gli appuntamenti su Internet, gli incontri di una notte («one night stand»)... Tutto è una conseguenza. È facile: ti diverti, poi premi il bottone delete, cancella. E tutto sparisce.
D. Nell'attimo, però, la soddisfazione è maggiore. Si conoscono più partner, si accumulano esperienze di vita.
R.
Sì, ma il punto è che, nel tempo, ciò che dà soddisfazione è innanzitutto collezionare esperienze su esperienze. Una volta ottenuto l'oggetto del desiderio lo si getta via, per ottenerne subito un altro.
D. Il mio iPhone, però, non è l'ultimo modello. E l'ho preso pure usato.
R.
Stia tranquilla che, presto, anche lei lo getterà nel sacco della spazzatura, per averne uno nuovo.

L'etica commercializzata e la vitalità del capitalismo

Iphone 5 e iPad.

Iphone 5 e iPad.

D. Si prende, si usa e si scarta. Eppure, 20 anni fa, lei guardava all'etica post-moderna come a un salto di qualità. La società liquida non era tutta da buttare.
R.
Avevo, ahimè, sottovalutato l'ingegnosità del marketing capitalista. Pensavo che, dopo secoli di società solida, dove la moralità si identificava con il conformismo, fosse finita l'etica dell'obbedienza ai codici prestabiliti e iniziasse l'epoca dell'agire morale individuale. Un agire autentico e libero, dettato dalla responsabilità delle proprie scelte.
D. Perché non è andata così?
R.
Nell'era dei consumi, anche l'etica e la moralità sono state commercializzate. In un'epoca dove sei rintracciabile ovunque e, pena il licenziamento, devi fare gli straordinari per il tuo capo, ti senti molto in colpa, per non essere un partner presente, un buon padre o una buona madre.
D. E allora?
R. Allora arrivano in soccorso i negozi. Con i regali cerchi di compensare i bisogni della tua famiglia. Come un prozac, sedano il tuo inappagato impulso morale.
D. Ma non risolvono i problemi.
R. Affatto. Scambiando i regali come tranquillanti, non sentirai mai che le relazioni umane vanno in pezzi. Togliendo il dolore, non cercherai più la guarigione e diventerai patologico.
D. Parla della situazione attuale?
R.
Riducendo gli scrupoli morali ed evitando di affrontare i problemi, siamo arrivati dove siamo arrivati.
D. Eppure lei ha vissuto tempi peggiori: la guerra, i regimi, la discriminazione. È davvero così doloroso vivere oggi? E domani sarà davvero così difficile?
R.
È sbagliato pensare alla società liquida, come a una società leggera e superficiale. Non ha senso comparare i livelli di felicità di epoche e generazioni diverse.
D. Perché?
R.
Perché si confrontano astrazioni diverse. Per sentire la mancanza di qualcosa, devi prima provarne l'esperienza. Si può dire che ogni tempo abbia le proprie gioie e le proprie afflizioni. Ma non che oggi un giovane rimasto senza Facebook soffra meno che a vivere nel Medioevo.
D. Qual è lo scoglio più duro della crisi attuale?
R. La deprivazione. Quattro anni fa non sarebbe stato neanche immaginabile perdere la capacità di comprare una casa, di chiedere prestiti...
D. ... Persino non potersi permettere un'auto.
R.
Eppure sarà così. Tornare allo stile di vita «happy & lucky» (felice e fortunato) del '68, o anche solo di un anno fa, sarà impossibile.
D. Se per l'etica era stato fiducioso, adesso lo è meno.
R.
Se è per questo, come tanti ero stato anche troppo ottimista sul capitalismo.
D. Con il crollo dei consumi morirà il capitalismo?
R.
Chissà. In passato molti hanno profetizzato la sua fine. Invece, visto che non siamo profeti, quando stava per morire il capitalismo è sempre risorto.
D. Come ha fatto?
R.
Trovando strade inedite e sorprendenti, per fare profitti.
D. Anche il capitalismo è liquido?
R. Quanto meno flessibile e dotato di grande inventiva. È riuscito a trasformare la gente che aveva abitudine a risparmiare, in gente che spende denaro senza riserve. Un miracolo.
D. Ora anche il business del credito però sembra arrivato al capolinea.
R. Il capitalismo è in seria difficoltà e sembra assai improbabile che possa sopravvivere. L'ultima sua metamorfosi è grigia. Ormai il Prodotto interno lordo si regge su un'economia illusoria e intangibile, disconnessa dai problemi genuini della gente, che fa profitti solo spostando moneta.
D. Business virtuale.
R. Business per pochi. I soldi si muovono dalle tasche di un grande azionista verso le tasche di un altro grande azionista. Capace però di fare miracoli.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

claudialessandra 05/ott/2012 | 15 :06

Un'intervista che è un Manifesto
Bisognerebbe diffondere il più possibile pensieri come quelli di Bauman. Anche se non sono una sociologa e neanche un intellettuale, ma una semplice marinaia, a certe conclusioni sono arrivata anch'io e non solo per motivi economici. Cinque anni fa ho venduto l'automobile e mi sono sentita subito meglio, più leggera. Così ho continuato: ho tolto sky e non ho l'antenna in casa, ma sono più informata di tanti che hanno la possibilità di seguire i telegiornali (che a mio avviso hanno l'unica funzione di disinformare e sedare la gente). La televisione la ho anch'io (vecchia di 6 anni), ma solo per vedere i film. La spesa ho cominciato a farla nei mercati rionali, anche per riuscire a mangiare e a far mangiare qualcosa di sano a mio figlio. Si spende meno e ci si nutre meglio. Cerco di spendere solo per cose utili nel lungo periodo e quando mi capita di comprare l'inutile, non mi sento gratificata come molti, ma stupida e irrispettosa verso la mia schiena che per racimolare quei pochi soldi che guadagno si "spezza" sui ponti delle barche sulle quali lavoro. Il fatto che tutto in questo mondo abbia un prezzo mi urta ferocemente e trovo molto più prezioso quando scambio con qualcuno cose che rispettivamente non usiamo ma che all'altro possono tornare utili. Il baratto non è un'utopia, si è sempre fatto. Da marinaia so anche aggiustare molte cose e lo faccio con tutto quello dove le mie conoscenze possono essere efficaci, altrimenti cerco qualcuno che lo possa fare al mio posto e ad un prezzo giusto. Arrivo a buttare solo quando non vedo il modo di aggiustare o riciclare. Tutto questo mi fa star bene con me stessa e mi ha reso una persona più soddisfatta, che era proprio quello che cercavo di diventare. Non è difficile, basta semplicemente farlo e poi smetti anche di andare in analisi (e qui mi riferisco alla frase di Bauman: "Scambiando i regali come tranquillanti, non sentirai mai che le relazioni umane vanno in pezzi. Togliendo il dolore, non cercherai più la guarigione e diventerai patologico")

willer 29/set/2012 | 15 :57

Diciamoci semplicemente che la festa è finita,è durata dalla fine della seconda guerra mondiale fino all'undici settembre 2002 poi è cambiata la storia,immagino che l'umanita' sia arrivata al suo massimo splendore da ora in avanti sara' una decadenza continua,teniamo presente che alle porte dell'europa ci sono miliardi di persone dall'Asia e dall'Africa che premono che vogliono un posto al sole, perchè come capito' all'impero di Roma che fu invasa dai barbari cosi' succedera' anche a noi è si ripetera' il ciclo.

Vera 1 28/set/2012 | 00 :43

Bell'articolo, complimenti a Barbara!
Anche se alla fine ci si sente con un pò d'angoscia
ma questo è dovuto al fatto che il bravo sociologo ha toccato i tasti della cruda realtà senza veli,
io aggiungerei umilmente il mio pensiero ...
che l'umanità quando si avvicina a dei grossi problemi ..costretta cerca di trovare nuovi equilibri, ed non è
un elemento da trascurare la cultura che mai è stata così alta e diffusa
insomma in tutta la storia dell'umanità, mai come oggi comunichiamo facilmente con tutte le nazioni
ed abbiamo in comune gli stessi principi fondamentali ( diritti umani ) io vedo il bicchiere mezzo pieno

conconi 27/set/2012 | 16 :46

Noi 99% loro 1%
E' la propensione di qualsiasi individuo all'arricchimento ed al possesso che lungo i secoli ha creato un sistema economico che chiamiamo "capitalismo", che con tutto il rispetto verso tanti, ha sempre trovato il modo di modificarsi e sopravvivere a spese dell'altra parte dell'umanità, ed a dispetto di quanti ne prevedevano la fine imminente. Per dirla con le parole di un noto economista, Giorgio Ruffolo, il capitalismo ha i secoli contati. In questo momento può sembrare che sia in difficoltà ma uno dei più grasso esponenti della finanza internazionale, l'americano Warren Buffet, ha sintetizato l'attuale situazione(lotta tra finanza mondiale ed il resto dell'umanità) con queste parole: > .

adolazz 27/set/2012 | 16 :02

La classe dominate vuole scelte di breve periodo
Nella cuccagna del consumismo la classe dominante ha voluto far entrare i Paesi che finora erano esclusi. Con il nome di globalizzazione, ai Paesi "esclusi" sono state offerte delle condizione impensabili negli altri Paesi: licenza di inquinare, di sfruttare una manodopera con salari bassi e senza diritti sindacali, di tenere un cambio valutario artificiale, ecc. Evidente che i posti di lavoro vanno nei Paesi emergenti. Nei Paesi "evoluti" cresce e crescerà solamente il settore terziario in maniera abnorme tanto che il denaro virtuale prodotto dalla finanza è ormai dieci volte il valore del PIL mondiale. Faremo la fine dell'isola di Pasqua molto prima che i sette miliardi della popolazione mondiale possa sedersi alla tavola del consumismo. La classe dominante ignora completamente quanto Malthus ha predetto!

Martello 27/set/2012 | 15 :24

errata corrige
.... fatta da chi non deve difendere....

Martello 27/set/2012 | 15 :19

Bauman, quanto buon senso nella sua analisi
E' una interessantissima analisi della situazione e di cio che ci aspetta in futuro, fatta con l'onesta' intellettuale di chi deve difendere particolari interessi o ideologie.
Purtroppo finche ci saranno gruppi di individui che con un cenno della mano possono spostare enormi capitali e decidere della vita stessa di intere comunità e contemporaneamente ci saranno popolazioni che non sono in grado di garantire la sopravvivenza ai propri figli neppure fino al secondo o terzo anno di eta, tutte le teorie per invertire la tendenza all'autodistruzione di questa società dei consumi sono e rimarranno inutili esercizi di dialettica.
La storia insegna che i veri cambiamenti sono sempre stati traumatici e cruenti

new zealand 27/set/2012 | 14 :54

Tre aspetti da approfondire
La carenza di fonti energetiche renderà di nuovo competitivo il lavoro manuale, risolvendo in parte la disoccupazione, e renderà inoltre improbabili le guerre,che oggi come oggi necessitano di enormi disponibilità energetiche ed economiche, mentre il numero di soldati è pressochè irrilevante.
Infine il consumismo è noto da sempre, vizio inguaribile delle classi ricche e potenti, dai faraoni ai monarchi del 700 e 800. Dovrà probabilmente tornare a essere cosa per pochi.
Segnalo che Beppe Grillo è da 20 anni che gira dicendo che non facciamo altro che sostituire “cose nuove con cose nuovissime”!!

Cefa79 27/set/2012 | 14 :28

Caspita!
L'ho letto e riletto. Mi ha fatto impressione. Non per me che sono abituato ai sacrifici ma per mio figlio di trent'anni. Di solito mi pace intervenire, come il prezzemolo. Ma.... Questa volta sono rimasto di stucco

perugino 27/set/2012 | 13 :59

condivido l'analisi
Lucidissimo nell’analisi. Concetti, pensieri, che da qualche tempo sento pronunciare da vecchi militanti politici. Solo che oggi bisognerebbe tornare ad una capacità riflessiva collettiva, evitando gli ideologismi del passato. Ci sarebbe bisogno di una classe politica dai pensieri lunghi. Ma siamo amministrati dai Fiorito, dalle Minetti, dai Cicchitto, dai Berlusconi e Bersani. Non sono tutti uguali, ma sono tutti senza idee. Sulle grandi questioni internazionali, bisognerebbe ripartire da Errico Mattei, da Olof palme, che parlavano di cooperazione tra nord e sud del mondo. Contestavano quella che al tempo era solo l’inizio di questo fenomeno chiamato globalizzazione. Non a caso uccisi entrambi, perché i loro pensieri disturbavano. Oggi purtroppo alla guida degli Stati abbiamo ometti che al massimo pensano a mettere insieme il pranzo con la cena. Sono stati i protagonisti di questo iper capitalismo, ora dinnanzi al suo fallimento, ripropongono le stesse ricette di trenata anni fa.
Casaioli Renato

conconi 27/set/2012 | 12 :10

Lucidissimo come in tutti i suoi libri!
Il capitalismo sopravviverà quale strumento dei più forti. Nelle parti del mondo che chiamiamo in via di sviluppo avrà sempre la stessa faccia dello sfruttamento degli esseri umani e del saccheggio delle risorse. Dalle nostre parti cambierà la sua forma in capacità di oppressione delle libertà democratiche e dei livelli eguaglianza degli esseri umani . L'uomo rimarrà sempre un animale predatore.

rramella 27/set/2012 | 11 :26

dobbiamo tornare ad investire in ricerca ed infrastrutture
tutto bello e poetico, peccato che il turbocapitalismo andrà avanti ancora per decenni in Asia e Sud America, mentre qui perdiamo non tanto il benessere quanto lavoro, tecnologia, competitività; la soluzione non è il declino felice (milioni di disoccupati sono un dramma epocale) ma la forte spinta agli investimenti: ricerca, infrastrutture.. pensate solo alle energie alternative, alle bio e nano tecnologie: sono in grado di farci fare una ennesima rivoluzione che permetta minor consumo del pianeta e la redistribuzione delle risorse

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