Apri/chiudi Tab
Le top 10 news di oggi chiudi
Le inchieste di Lettera43 chiudi
Le grandi interviste di Lettera43 chiudi
L43 - Local L’informazione dalla tua città Invia
TUTTO ITALIA EUROPA AFRICA ASIA NORD-AMERICA SUD-AMERICA OCEANIA Login | Registrati |  Domenica, 19 Maggio 2013- 13.33

Economia 

Mario Margiocco

L'ANTEAMERICANO

Usa, la mancata ripresa non è colpa dell'Europa

Perché i problemi economici di Washington sono la conseguenza di indecisione e incertezza americana.

di Mario Margiocco

editoriale

Le nazioni hanno più interessi che amici e un rapido sguardo a quanto viene pubblicato oggi sulla crisi dell’euro e sulla crisi finanziaria americana lo conferma chiaramente. Cronache, opinioni, inchieste, paper accademici e interventi ex cathedra spesso lasciano fin troppo trapelare l’orientamento dell’autore.
Un sottile compiacimento europeo di fronte alla lunga crisi e alle evidenti difficoltà del sistema americano, per ora narcotizzate dalla campagna elettorale. E squilli di trombe da giorno del giudizio sulla stampa di lingua inglese, per annunciare la fine dell’euro. Irreversibile. Inevitabile. Impetuosa.
I britannici si distinguono in questo, più ancora degli americani. E le loro necrologie anticipate trovano larga eco anche in America.
IL LAMENTO DELL'UE VERSO GLI USA. Un buon giornalista inglese di lungo corso, Ambrose Evans-Pritchard, scrive da tempo cose terribili sull’Europa e sull’euro per il Daily Telegraph, che è come noto il giornale dell’ala più nazionalista e anti-Europa del conservatorismo britannico.
Gli articoli di Evans-Pritchard, che ha una rispettabile carriera alle spalle ed è persona amabile fuorché quando parla di Europa, sono ampiamente diffusi da blog e rassegne stampa online negli Stati Uniti.
In uno degli ultimi interventi, il giornalista attacca i lamentosi europei che accusano ingiustamente gli Stati Uniti per i guai del Vecchio Continente. Esattamente come facevano 80 anni fa, dice Evans-Pritchard, quando gli Usa già si erano brillantemente ripresi sotto la guida di Franklin Delano Roosevelt e l’Europa si dibatteva invece ancora nelle spire di un impossibile gold standard così come oggi agonizza sotto il giogo di un impossibile D mark standard, cioè l’euro.
LA RIPRESA È ARRIVATA CON LA GUERRA. L’uso della storia è quantomeno disinvolto, per incominciare. Non ci fu nessuna ripresa americana prima della Seconda Guerra mondiale. I dati statistici in gran parte ricostruiti a posteriori, Robert J. Gordon della Northwestern University insegna, dicono che il primo vero scatto dell’economia americana dopo il 1929 si è registrato a giugno del 1940. E non ci fu nessuna grande spesa in deficit.
Roosevelt non è stato il primo practitioner delle politiche keynesiane, con grande cruccio dello stesso Keynes.
NEW DEAL COSTATO 500 MLD DI DOLLARI. Ogni tanto anche in Italia qualche economista cita questa falsa interpretazione e contrabbanda il New Deal come il primo grande esempio di spesa anticiclica in deficit.
Roosevelt era troppo fiscalmente prudente. Fu attivissimo come iniziative, ma attento alla spesa, forse sbagliando per eccesso di prudenza. Tutto il New Deal costò circa 500 miliardi in dollari del 2008, ben poco rispetto, per esempio, a quanto messo in campo da George Bush junior e da Barack Obama per rispondere al 2007-08.
I REDDITI SONO TORNATI AGLI ANNI 90. Evans-Pritchard dice anche che la crisi del Club Med è stata ed è «molto peggio» della crisi immobiliare americana, «ora del tutto corretta». Quest’ultimo punto è assolutamente falso.
Primo, non si è ancora visto il fondo della caduta dei valori immobiliari, che se recupereranno il trend storico hanno ancora qualche scivolata da fare.
Secondo, mentre è vero che il debito sovrano italiano e il debito immobiliare spagnolo mettono a dura prova la credibilità di questi Paesi sui mercati, cosa che non accade con gli Stati Uniti, è anche vero che la crisi è costata alla famiglia mediana americana (quella a metà esatta della scala della ricchezza) il 38% dei suoi averi tra il 2007 e il 2010 secondo l’ultima indagine della Federal reserve, la Survey of consumer finances. E non si vede all’orizzonte nessuna seria possibilità di risalita da una palude che ha riportato ricchezza e redditi delle famiglie americane ai livelli dei primi Anni 90. Quasi 20 anni indietro.
NEGLI USA IL DEBITO È PIÙ ALTO. Per fortuna non esistono solo gli Evans-Pritchard. Uno dei migliori economisti bancari americani, Ethan Harris di Bank of America, dice da tempo cose più equilibrate e sagge.
Non ha creduto a inizio anno a un 2012 miracoloso per gli Stati Uniti, e ha avuto ragione. Ricorda che il debito dell’area euro è assai inferiore a quello degli Usa, con la 'piccola' differenza, aggiunge, che non si tratta come ben sappiamo nell’Europa della signora Merkel di un debito centralizzato, ma di tanti debiti nazionali.
Spiega inoltre che l’incertezza e l’indecisione americana sulle questioni del bilancio è dinamite. E attribuisce assai più a questo che ai contraccolpi dall’Europa le difficoltà del sistema americano.

Lunedì, 25 Giugno 2012


Content on this page requires a newer version of Adobe Flash Player.

Get Adobe Flash player

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi ed accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

L’informazione dalla tua città
Invia
Guida Fisco
Notizie e approfondimenti sulla Fiscalità Italiana.
La Guida Online su Fisco e Tasse in Italia!
Le TV tematiche di L43