Repubblica-Stampa, per i grandi giornali non è una notizia

Le principali testate si mostrano reticenti sulla fusione Itedi–Espresso. E abdicano al loro ruolo.

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04 Marzo 2016

Sta per nascere il Mondazzoli della stampa, 22% delle copie tirate ogni mattina, e tutti ne parlano tranne i veri interessati: i grandi giornali.
Corriere della Sera, Repubblica e La Stampa hanno sempre passato al microscopio e stigmatizzato le concentrazioni di potere. Che fossero in politica e nella finanza.
Qualche volta certe operazioni sono state bloccate sul nascere. In altre le polemiche sono evaporate, poggiate com’erano su preconcetti e verità di comodo.
Ma faceva parte del dibattito, del gioco democratico di ogni Paese.
DOMANDE SENZA RISPOSTA. Quali sono i rischi per la libertà di stampa? Come si trasformeranno i principali quotidiani italiani? L’operazione poggia su basi finanziarie solide? L’Antitrust, non avrà nulla da dire? E i giornalisti, quanti ne resteranno a casa?
A tutte queste domande, lecite, hanno provato a rispondere quotidiani come il Fatto, il Foglio, il Giornale o Libero. E si sono lette analisi ancora più interessanti sui tanti siti internet del panorama italiano, cresciuti all’ombra dei grandi gruppi.
Giuliano Ferrara ha sancito la fine dei poteri forti. Giorgio Meletti invece ha segnalato invece la fine di quel gioco giornalistico (fatto attraverso l’uso improprio dei quotidiani) tutto vendette della grande finanza, che però ha reso sapide le testate più importanti.
Alessandro Sallusti ha stigmatizzato il silenzio della stessa intellighenzia che si era mobilitata per lo strapotere di Mondazzoli.
Mentre Giampaolo Pansa ha salutato l’unico antidoto contro l’appiattimento e l’omologazione: la vanità dei direttori di mettere una notizia in più dei loro concorrenti.
GRANDI GIORNALI, GRANDI TABÙ. Questi argomenti sono tabù su Corriere, Repubblica o La Stampa. In nome di un perbenismo di facciata – non c’è cosa più volgare che raccontare le proprie beghe ai lettori – hanno abdicato al loro ruolo: informare.
Hanno finito per dimostrare la loro incapacità di raccontare la realtà. Hanno ammesso la loro resa.
E pensare che il Corriere uscito dall'occupazione della P2 raccontò la rinascita dalle sue pagine. Vittorio Feltri, arrivato alla guida del Giornale, non censurò i commenti malevoli dei collaboratori storici di Indro Montalelli, che annunciavano di volere seguire il fondatore. Ma quelli erano tempi nei quali giornali contavano e vendevano copia.
Oggi, quella che un tempo era la stampa borghese, ha derubricato la vicenda a una questione finanziaria: chi si prende le quote del Corriere, che gli Elkann vendono a prezzi di saldo? Eppure la fusione Itedi–Espresso spinge il sistema editoriale verso una forte razionalizzazione non solo economica.
NUOVI EQUILIBRI. Dopo Agnelli e De Benedetti si 'sposeranno' il Corriere e il Sole; Caltagirone unirà alle testate del Sud, del Centro e del Nordest i pezzi mancanti (il Giornale a Milano o il gruppo Class?), Telecom con la banda larga avrà la forza di monopolizzare i contenuti televisivi. È una questione politica, va ben oltre i salotti forti.
Su Corriere, Repubblica e La Stampa si è letto in questi giorni davvero poco di interessante. Fortuna che però nelle pieghe del giornalismo di maniera, qualche cosa deve essere sfuggito alla religione del pensiero unico.
Francesco Merlo, intervistando su Repubblica il “tedesco” Giuseppe Vita, finisce per fargli dire che l’Italia è in ritardo sul modello dell’editore unico. Francesco Manacorda, anche sforzandosi con toni eccessivamente diplomatici, ha ammesso sulla Stampa che dietro quest’operazione c’è soltanto una logica difensiva: crescere e anticipare i concorrenti nel tentativo di diventare il braccio editoriale di Apple o di Google. Le notizie vengono dopo.

 

Twitter @FrrrrrPacifico

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