The New Republic in vendita: dove va il giornalismo Usa

La testata americana è in crisi. Colpa di uno stile vecchio stampo e di costi alti. Il futuro? Business light e approccio social. Come BuzzFeed, Mic e Vox. L'analisi.

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13 Gennaio 2016

Una serie di copertine di The New Republic del 2015.

Una serie di copertine di The New Republic del 2015.

Chris Hughes, il giovane e ricchissimo proprietario di The New Republic, ha messo in vendita il celebre magazine americano, assai prestigioso ma in crisi da molto tempo, che aveva comprato nel 2012.
INVESTITI 20 MILIONI. «Dopo averci investito tempo, energia e più di 20 milioni di dollari, sono giunto alla conclusione che è il momento che The New Republic abbia una nuova proprietà», ha scritto in una lettera mandata ai dipendenti e postata su Medium, il social network.
DOPPIA LETTURA. A seconda di come la si vuole vedere, è la storia di un magnate che si è stancato di un giocattolo costoso perché non gli serve più politicamente, oppure la parabola di un modello giornalistico che ha smesso di funzionare.
Probabilmente è entrambe le cose.
 

Il cofondatore di Facebook che voleva rimodellare la rivista di sinistra

Chris Hughes è diventato proprietario di The New Republic nel 2012.

Chris Hughes è diventato proprietario di The New Republic nel 2012.

Classe 1983, Hughes aveva contribuito a fondare Facebook insieme con Mark Zuckerberg e altri loro coinquilini mentre studiavano ad Harvard (da lì, appunto, vengono i suoi soldi), ma nel 2007 aveva lasciato il social network per dedicarsi alla politica e ai party della buona società.
SOSTENITORE DEM. Omosessuale, sposato con l'attivista Sean Eldridge, è un grande sostenitore dei diritti civili e del Partito democratico.
Nel 2012 aveva acquistato The New Republic, testata storica della sinistra americana che stava attraversando un periodo di difficoltà economiche, con l'idea di rilanciarla.
Poco dopo suo marito iniziava la sua campagna per le elezioni del 2014: candidato per i democratici alla Camera dei rappresentanti del Congresso, ha perso contro il repubblicano Chris Gibson.
GESTIONE TORMENTATA. Gli anni di Hughes a The New Republic sono stati molto tormentati.
Fin dall'inizio il suo arrivo era stato guardato con sospetto da molti redattori: nota soprattutto per le sue analisi politiche e i suoi dibattiti culturali, la rivista ha una tradizione centenaria di giornalismo d'élite, e in quell'ambiente Hughes, che non aveva esperienza nella carta stampata, sembrava un marziano, se non un parvenu.
ESODO DI GIORNALISTI. Alla fine del 2014, poche settimane dopo la mancata elezione del marito, il proprietario tentò di rimodellare Tnr in una “media company verticalmente integrata”: insomma di trasformarla in qualcosa di completamente diverso, provocando l'esodo di due dozzine tra le firme più prestigiose.

Prima spiegazione: il magazine serviva a Huges per meri fini politici

Chris Hughes assieme al marito Sean Eldridge.

Chris Hughes assieme al marito Sean Eldridge.

Un possibile modo di interpretare la vicenda è questo: Hughes ha acquistato una delle testate più prestigiose del giornalismo liberal americano, che però non riusciva a fare tornare i conti, e ha cominciato a pompare denaro con l'obiettivo di sostenere la carriera politica del suo compagno.
MEGLIO RINNOVARLO. Quando questi ha perso le elezioni, però, il proprietario di The New Republic non aveva più interesse a dissanguarsi per risollevare le sorti della rivista: dunque, dal suo punto di vista, tanto valeva trasformarla in qualcosa di più moderno ed economicamente sostenibile.
Un media pensato per l'era di internet e dei social network, anche a costo di snaturarlo.
Alla fine però questa strategia non ha pagato e il magnate ha deciso di gettare la spugna: che diventi un problema di qualcun altro.
THE ATLANTIC CE L'HA FATTA. Hughes voleva insomma tentare un'operazione simile a quella già fatta un altro miliardario, David Bradley, con un altro storico magazine risorto dalle sue ceneri grazie a un restyling tutto improntato al web: The Atlantic.
Con la differenza che Bradley ci è riuscito, Hughes no. E si è stufato.
C'è però da dire che prima di riuscire a trasformare The Atlantic in qualcosa di economicamente sostenibile Bradley ha dovuto investire molto più di quattro anni e 20 milioni, e che è riuscito a ammodernare la testata senza snaturarla del tutto.

Seconda interpretazione: Tnr semplicemente non era salvabile

Il sito internet di New Republic.

Il sito internet di New Republic.

La storia però può essere letta anche da un angolo diverso.
The New Republic, forse, semplicemente non era salvabile.
Appartiene cioè a un genere giornalistico in crisi: le riviste politiche che si rivolgono a un pubblico (relativamente) ridotto e costano (relativamente) tanto.
TROPPO POCO 'MILITANTE'. Tra queste, quelle più in crisi sono quelle meno “militanti”, come Tnr, che faticano a farsi strada in Rete, dove il dibattito politico è sempre più polarizzato, come notava Ezra Klein, il direttore di Vox, noto sito liberal.
«Può The New Republic trovare un modello di business sostenibile?», si chiedeva Hughes nella sua lettera d'addio.
BUZZFEED ESEMPIO VIRTUOSO. Tra gli esempi positivi di testate che hanno trovato il modo di fare tornare i conti online citava una serie di siti di seconda generazione come BuzzFeed, Mic, lo stesso Vox e alcune grandi testate che sono riuscite ad adattarsi bene ai nuovi equilibri, come il New York Times e The Atlantic.
Negli ultimi anni alcuni siti di nuova generazione - più veloci e con un modello di business infinitamente più leggero - hanno cominciato a fare una concorrenza sempre più seria alle vecchie grandi testate.
SORPASSO SUI VECCHI BRAND. Il risultato è che, monetariamente, valgono di più: Vice ha superato il New York Times, BuzzFeed ha superato l'Economist, Vox ha superato il Washington Post, come si può vedere dalla tabella pubblicata dal sito Quartz.
(Vice, tecnicamente, è un discorso a parte perché è in circolazione da decenni, ma su internet ha trovato una veste completamente nuova).


Due modi per stare a galla: abbassare i costi o diventare un big

Il sito di Buzzfeed.

(© Getty Images) Il sito di Buzzfeed.

La lettera di Hughes dunque sembrava dire che ci sono due modi di restare a galla: o si fanno cose a basso costo, e con un approccio pensato appositamente per i social network (come BuzzFeed, Mic e Vox) o si riesce a diventare talmente grandi da potersi permettere di continuare a spendere denaro perché di fatto si ha una posizione dominante (come il New York Times, appunto, ma anche il Guardian, si potrebbe aggiungere).
MA TNR È A METÀ DEL GUADO. Il problema è che Tnr non è né l'una né l'altra cosa: la sua immagine è troppo legata a un giornalismo di qualità vecchio stampo, che costa denaro, da potere essere trasformata in qualcosa che somiglia a BuzzFeed; ma non può nemmeno aspirare a diventare il New York Times.
Del resto sul web, almeno così dicono alcuni, vale la formula the winner takes it all: c'è posto solo per un paio di colossi.
E gli altri devono accontentarsi, sfruttandoli al meglio, dei margini del mercato.


Twitter @annamomi

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