Auschwitz, la Polonia non ha più paura

Il campo veniva chiuso 70 anni fa. Tra i polacchi la Shoah è sempre stata tabù. Ora i cittadini stanno riscoprendo il passato. E le proprie radici multiculturali.

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25 Gennaio 2015

Il 27 gennaio 1945, i soldati dell'Armata Rossa entrarono nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau trovando ad attenderli circa 8 mila persone in condizioni igienico-sanitarie spaventose.
Altri 80 mila ex prigionieri erano stati trascinati dai tedeschi in fuga verso i lager della Germania 10 giorni prima. Molti di loro non sopravvissero a quella marcia della morte a tappe forzate descritta dallo scrittore Elie Wiesel nel romanzo autobiografico La notte.
AUSCHWITZ VIDE LA LUCE NEL 1940. Aperto nel 1940 dai tedeschi come campo di concentramento e divenuto in seguito anche campo di sterminio, Auschwitz-Birkenau resta oggi il luogo simbolo del martirio di milioni di ebrei, ma anche di zingari, omosessuali, prigionieri politici e di guerra.
Ed è proprio il giorno della liberazione di Auschwitz che dal 2005 per iniziativa dell'Onu è divenuta la Giornata della Memoria, celebrata in tutto il mondo per ricordare la fine dell'Olocausto. Una data di cui questo martedì 27 gennaio ricorre il 70esimo anniversario. Un anniversario particolarmente sentito in Polonia, sul cui territorio occupato dai nazisti fu costruito non solo Auschwitz-Birkenau, ma anche altri campi di sterminio come Belzec, Chełmno, Treblinka e Majdanek.
PUTIN DISERTA LA VISITA NEL CAMPO. Proprio ad Auschwitz il 27 gennaio sono attesi numerosi capi di Stato internazionali. Non Vladimir Putin, rappresentato da Sergei Ivanov, l'uomo a capo del suo staff. Un'assenza significativa quella del presidente russo vista l'importanza dell'evento.
Un Putin offeso inoltre dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri di Varsavia, Grzegorz Schetyna, che mercoledì 21 gennaio ai microfoni della radio nazionale polacca ha affermato che furono soldati ucraini e non russi a liberare Auschwitz.

Oświęcim, 40 mila abitanti e una ferita ancora aperta

L'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz.

(© Ansa) L'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz.

Auschwitz è il nome tedesco di Oświęcim, sonnolenta cittadina di 40 mila abitanti a circa 60 chilometri da Cracovia e Katowice.
Chi oggi arriva qui in treno è accolto da un cartellone che dà il benvenuto nella miasto pokoju, la città della pace. Ogni giugno Oświęcim ospita inoltre il Life Festival, una rassegna musicale che nel 2014 ha visto esibirsi anche Eric Clapton. Tuttavia chi visita il campo di Auschwitz-Birkenau non passa quasi mai dal centro di Oświęcim, né ha voglia di assistere a concerti o di dormire nelle vicinanze.
La maggior parte dei turisti arriva da Cracovia con un tour organizzato e vi rientra in giornata, oppure - conclusa la visita - non vede l'ora di allontanarsi da un luogo dal passato così traumatico.
A Oświęcim succede poco. Quindici anni fa suscitò scalpore l'apertura di una discoteca in un'ex conceria di Auschwitz, ma il locale notturno venne chiuso dalle autorità polacche nel giro di pochi mesi. Nel dicembre 2009, invece, tre neonazisti rubarono la tristemente nota scritta in ferro battuto 'Arbeit Macht Frei' (il lavoro rende liberi) all'ingresso del campo, poi ritrovata.
I TESTIMONI OCULARI SCARSEGGIANO. Oggi molti giovani di Oświęcim non intendono parlare affatto di Auschwitz, mentre fra gli anziani del luogo i testimoni oculari scarseggiano e spesso non ricordano o preferiscono non ricordare gli eventi di sette decenni orsono. Con qualche eccezione.
«Tutti sedevano nelle loro case in silenzio, le finestre chiuse il più ermeticamente possibile», racconta Bogumila, un'anziana residente di Oświęcim, intervistata da Wiktor Szary, reporter dell'agenzia Reuters. «Certo che le persone sapevano cosa stava accadendo nel campo di Auschwitz-Birkenau, tuttavia la maggior parte non fece nulla perché era terrorizzata», dice la signora che era appena una bambina all'epoca dei fatti. «Ogni tanto con mia mamma camminavamo in direzione del campo di concentramento e notavamo un disgustoso bagliore all'orizzonte».
EWA, LA MADRE LIBERATA PER SOLDI. Ewa, invece, ha 72 anni ed è oggi una delle pochissime persone di origine ebraica che vivono a due passi dal campo di Auschwitz. Il padre era un polacco cattolico mentre la madre era ebrea e rimase nel campo di concentramento per tre mesi.
A farla uscire fu uno degli abitanti di lingua tedesca residenti nell'area durante la guerra che si fece pagare profumatamente dal padre di Ewa per nascondere la donna in un carretto carico di fagioli. «Non so quante persone quell'uomo abbia mandato a morire nei campi, ma so che ha aiutato mia madre», racconta Ewa. «Certo, che l'abbia fatto per soldi è duro da accettare, ma all'epoca bisognava spesso pagare per essere salvati. So di famiglie qui a Oświęcim che oggi sono benestanti grazie ai soldi che hanno fatto in questo modo 70 anni fa».

Record di visitatori polacchi: 398 mila. I tedeschi? Solo 75 mila

Gli internati dei campi di sterminio vivevano in baracche chiamate Block.

(© GettyImages) Gli internati dei campi di sterminio vivevano in baracche chiamate Block.

L'anno passato 1 milione e 534 mila persone hanno visitato il museo e il centro della memoria di Auschwitz-Birkenau. Una partecipazione record che testimonia come, a 70 anni di distanza dalla liberazione del campo, la volontà di non dimenticare quanto vi è accaduto sia ancora viva.
Un'esigenza tanto più attuale in Polonia a dispetto della crescita delle formazioni di estrema destra e di una recrudescenza dell'antisemitismo fra i giovanissimi.
Basti ricordare che nel 2014 più di un visitatore su quattro (398 mila) dell'ex campo di concentramento e sterminio è stato un cittadino polacco. Al contrario, le presenze tedesche sono state appena 75 mila, inferiori anche alle 84 mila italiane.
LA STORIA DI OSKAR DIVENTA UN FILM. La grande affluenza polacca fra i visitatori di Auschwitz non è una coincidenza. Dopotutto è la Polonia a contare il maggior numero di persone il cui nome è presente nell'elenco dei 'Giusti tra le nazioni' presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme. Dell'elenco dei Giusti fanno parte uomini e donne che hanno contribuito a salvare ebrei durante la Shoah.
Alcuni di essi sono nomi noti al grande pubblico, come l'industriale Oskar Schindler alla cui vicenda Steven Spielberg dedicò il celebre film. Altri sono cittadini comuni, impiegati, contadini, medici, professori, sacerdoti.
LA MACCHIA DEL POGROM DI KIELCE. Eppure è servito tempo perché l'opinione pubblica polacca si interessasse da vicino alla tetra pagina dell'Olocausto. Per decenni infatti, nella Polonia socialista, del tema si è scritto e parlato fra le righe e sottovoce.
Pur condannando gli orrori compiuti dalle forze di occupazione nazista, le autorità della Repubblica popolare non intendevano scindere le vittime polacche da quelle ebree. E soprattutto non intendevano ricordare che i polacchi stessi furono responsabili di alcuni episodi di antisemitismo verificatisi a guerra già conclusa, come il pogrom di Kielce: avvenuto nel luglio '46, vide l'uccisione di 42 ebrei sopravvissuti alle violenze del conflitto.

I libri oltre il silenzio: da Nalkowska e Krall

Il binario che introduceva i treni carichi di deportati al campo di sterminio di Auschwitz.

(© GettyImages) Il binario che introduceva i treni carichi di deportati al campo di sterminio di Auschwitz.

Le restrizioni imposte dalle autorità socialiste sul tema dell'Olocausto non impedirono la pubblicazione di racconti, reportage o memorie su quel periodo.
Oggi le opere di autori come Zofia Nałkowska (I ragazzi di Oświecim, 1946), il reduce di Auschwitz Tadeusz Borowski (Da questa parte per il gas, 1948) e la giornalista Hanna Krall (Difendendo la fiamma, 1976) sono spesso incluse nelle letture scolastiche obbligatorie.
I MEDIA CONTRO L'ANTISEMITISMO. Dal 1989 in poi anche stampa e televisione hanno giocato un ruolo importante nell'affrontare il tema della Shoah.
«I media polacchi parlano spesso di antisemitismo e quasi sempre lo condannano» ricorda Michał Biłewicz, sociologo dell'Università di Varsavia, aggiungendo come rispetto agli Anni 90 «oggi l'antisemitismo è assai meno visibile e qualsiasi discorso politico antisemita rivolto agli ebrei è condannato dall'opinione pubblica, al contrario di quanto ancora accade per le tirate anti gay o anti rom».
E che integrazione e lotta all'antisemitismo siano temi popolari nella Polonia contemporanea lo dimostra anche l'esistenza di diversi programmi di ricerca finanziati dallo Stato, come quello presso il Centro di Ricerca sul Pregiudizio dell'ateneo di Varsavia.
IL PAESE RISCOPRE IL PROPRIO PASSATO. Resta il fatto che nella Polonia odierna i musei dedicati alla Shoah o al delicato rapporto esistito per secoli fra polacchi cattolici e polacchi di fede ebraica si contano sulle dita di una mano.
A colmare parzialmente questa lacuna ha da poco provveduto il modernissimo Museo degli ebrei polacchi (Polin) di Varsavia: la mostra permanente è stata inaugurata il 28 ottobre 2014 e in programma c'è un vasto calendario di iniziative a partire dal 27 gennaio. E negli ultimi anni fra Varsavia e Cracovia si sono moltiplicati eventi culturali, mostre fotografiche, esibizioni e festival di letteratura yiddish o musica klezmer.
Segno tangibile di come, a 70 anni dalla liberazione di Auschwitz, la Polonia abbia riscoperto il proprio passato multiculturale. Cresciuto anche su radici ebraiche.  

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