Bonifacio, storia di un narcoboss da Ibiza a Miami

I furti a 8 anni. La svolta col traffico di coca e Mdma. Gli affari da Ibiza a Miami. Poi la cella. L'ex boss della droga Bonifacio: «A Saviano spiego io due cose».

di

|

14 Dicembre 2015

Bonifacio con Sabina Begam, Alessandro Haber, Harvey Keitel

Bonifacio con Sabina Begam, Alessandro Haber, Harvey Keitel

Dalla Napoli degli Anni 70, quando da scugnizzo fregava i turisti stranieri che s’imbarcavano per Capri, alle prime feste di Ibiza negli Anni 80 con i personaggi del mondo dello spettacolo italiano e internazionale.
Dalla prima volta in carcere per traffico di ecstasy durante gli anni di Tangentopoli e delle stragi di Mafia, fino ai cartelli colombiani che importavano cocaina dal Sud America.
Nel mezzo una storia che lo ha segnato per sempre, facendogli scegliere la strada della malavita. A Milano da ragazzino viene trovato insieme con tre amici a rubare dei pezzi di un’automobile. I carabinieri li inseguono e sparano una raffica di mitra: un suo amico di 14 anni muore ammazzato. Conserva ancora l’articolo dell'Unità del 1975.
«SAVIANO? GLI SPIEGO IO DUE COSE...». La storia di Rino Gennaro Bonifacio è la storia della malavita in Italia degli ultimi 30 anni vista attraverso gli occhi di un ex narcotrafficante di cocaina che dagli Anni 90 a oggi ha scontato più di due decenni di carcere.
Ma è anche la storia di come sono cambiate le mode, la movida e i fine settimana degli italiani. Parlare con quest’uomo di quasi 50 anni permette di arrivare alle radici del mercato delle droghe nel nostro Paese, di quando le prime pastiglie di ecstasy e la cocaina invasero le notti della riviera romagnola. E di come da allora non se ne sono mai andate.
Anzi, il business a confronto di quell’epoca, si è ingrandito. «Roberto Saviano invece di scrivere i libri sulle carte della procura dovrebbe confrontarsi con me, gliele spiego io due cose che non sa…», dice Bonifacio a Lettera43.it.
«NON MI PENTO DI NULLA». Sembra incredibile, ma anche dopo tutti gli anni passati in carcere, per di più in regime di 41bis, Bonifacio non è per nulla pentito di quello che ha fatto. Dice di conoscerli ma di non appartenere ai clan della camorra, alle cosche della ‘ndrangheta o alla mafia. «Io non mi faccio comandare da nessuno», dice. E soprattutto: «Non mi pento di nulla», tiene subito a precisare, anche perché sul suo “presunto pentimento del passato” ha avuto pure un battibecco con La Zanzara di Giuseppe Cruciani.
Ne è nata un’interrogazione parlamentare per affidare la scorta al conduttore radiofonico. Durante una puntata con Stefania Pezzopane - senatrice del Pd che ha scritto la prefazione del suo libro Malabellavita uscito due anni fa e giunto alla terza edizione – c’è stata un’allusione al pentimento del boss sul suo passato.
«Non rinnego nulla», spiega. «Ho chiesto a Cruciani via mail, con gentilezza, di rettificare: tra la gente di strada alcune frasi possono essere fraintese. Mi hanno accusato di minacce, mai fatte. Sono disposto a parlare a La Zanzara, basta che mi chiamino. La mia pena l’ho scontata, ora sono un uomo libero».
«NACQUE TUTTO DA UNA SPARATORIA». In questi anni Bonifacio ha concesso un’intervista al Giornale, a Stefano Lorenzetto. «All’epoca si pagò persino il caffè di tasca sua, si faceva dei problemi che glielo pagassi io, non voleva che avessimo legami di alcun tipo», ricorda, raccontando la fatica che fanno i carcerati a rifarsi una vita. «Lo Stato non ti aiuta. Ora voglio andare a vivere a Ibiza con la mia società di autonoleggio. Almeno si pagano meno tasse che in Italia».
Negli anni d’oro ha conosciuto tutti. I nomi li ha fatti nel suo libro. C’è persino il figlio di John Gotti. «C’era una ragazza che faceva la scema con me in un locale. Due guardie del corpo mi dicono di lasciarla stare io li mando a quel paese. Poi arriva questo nanerottolo che mi dice “tu non sai chi sono io”. E io gli rispondo: ‘Chi Batman?’. Si mette a ridere e facciamo amicizia».
Ferrari, Harley Davidson, modelle, una vita da sogno che ora non c’è più. Adesso Alessandro Maiorano, la bestia nera del premier Matteo Renzi, vuole dargli una mano. Lo stima, dice che «ha più dignità di tanti altri in questo Paese».
Trovarlo non è stato facile. Alla fine, in un bar di via Washington a Milano, di fronte a un caffè e una spremuta d’arancia («Portami prima la spremuta poi il caffè», ordina al cameriere), racconta la sua storia, incominciando dal giorno in cui lo arrestarono. «Nacque tutto da una sparatoria a Milano. Alcuni pesci piccoli si fecero intercettare, poi arrivarono a me».

 

  • L'articolo del Corriere su Bonifacio. Nel riquadro, il suo libro Malabellavita.

 

DOMANDA. Era il 21 giugno del 2000 quando uscirono i primi articoli sulla maxi operazione.
RISPOSTA. Ma il mio arresto avvenne prima, i pezzi di Corriere della Sera e Repubblica uscirono dopo perché l’indagine della Dda era ancora in corso. Avevamo il Goa (Gruppo Operativo Antidroga) alle calcagna…
D. Sono stati bravi a prendervi.
R. Non lo dico per darmi delle arie, ma sono i migliori in Italia. Fecero entrare il carico dalla Colombia nel porto di Livorno. Volevano la partita più grossa, c’erano mille chili su quella nave.
D. Dove stava la cocaina?
R. Il “materiale” era dentro dei cubi di marmo che venivano confezionati a Bogotà. Era un’azienda di marmo che aveva costruito pure il tribunale. Poi in Italia, a Modena, con la tecnica del carotaggio li avremmo recuperati.
D. Cosa andò storto?
R. Quando arrivammo a Modena c’era un via vai strano di automobili. A un appuntamento alcuni non si presentarono, ripartimmo verso Milano e a Melegnano a un certo punto mi trovai di fronte 50 auto della polizia con gli elicotteri che mi sorvolavano la testa. Ci fermarono, mi arrestarono. Il nostro contatto di Modena iniziò collaborare. Trovarono due quintali di cocaina, ma poi venne fuori il resto: otto quintali. Mi sequestrarono 20 miliardi di vecchie lire…
D. Perché non fare altro nella vita?
R. Io volevo guadagnare di più.
D. Però si rischia anche di più.
R. Certo, il rischio è più alto, ma io ho sempre rubato da piccolo, quando nasci e hai fame non c’è molto da fare, quella è la strada…
D. Come ha iniziato?
R. Da scugnizzo, quando avevo otto anni, andavamo nei porti dove s’imbarcavano i turisti tedeschi e inglesi per Capri e Ischia. Noi giocavamo con l’astuzia. Li intrattenevamo facendogli buttare qualche moneta in acqua, poi ci buttavamo e andavamo a riprenderla. Loro si appassionavano vedendo questi ragazzini che si buttavano nelle acque scure del porto.
D. E intanto…
R. Noi stavamo sott’acqua più tempo possibile e nel frattempo gli altri amici gli ripulivano le automobili. Macchine fotografiche e soldi, canotti….lì ho capito la vita.
D. Solo da questo?
R. Al porto sempre da piccoli stavamo con i contrabbandieri di sigarette. Ci portavano nelle barche con loro. Qualche cassa la scaricavamo noi, la polizia non ci veniva a prendere…
D. E dopo Napoli?
R. Con la mia famiglia negli Anni 80 ci trasferimmo a Milano, a Rozzano. Qui incominciai a conoscere il giro della malavita milanese. Ho iniziato a fare le macchine sin da piccolo, a volte i carabinieri vedevano passare auto senza conducente: ero io che da piccolino già mi mettevo alla guida.
D. Anni 80, è la Milano da bere.
R. Facevamo qualche lavoro forzato. Rubavamo i giubbotti Moncler soprattutto. Ho incominciato così.
D. Non ha mai lavorato?
R. Lavoravo come pony express. E girando ho incominciato a conoscere alcune agenzie di moda. Entravo in contatto con questi mondi e mi facevo un po’ di amici. Sono gli anni delle discoteche, delle prime mode, dei locali. Il primo centro di abbronzatura in Italia nasce a Milano, il Rino Beauty Center, me la tiravo e raccontavo che era mio.
D. Poi i locali.
R. La discoteca Divina per noi era la numero uno. Poi l’Amnesia, il Prima Donna… Conoscevamo tutti, la gente ci stimava, ci volevano alle feste.
D. Vi volevano alle feste?
R. Aprii un’agenzia di moda, portavo le ragazze immagine. E il vip, all’epoca, prima di tirarsela era un uomo. Ora sono cambiati. Ho conosciuto Hector, un artigiano argentino che importava gli stivali Camperos dall’Argentina. Iniziai a venderli, poi entravamo nelle case delle signore per bene… i soldi giravano.
D. E la Riviera Romagnola?
R. A Riccione iniziava a prendere piede un’altra tendenza, quella degli strip maschili. Anche lì mi misi al lavoro, presi cinque ragazzi carini e iniziai gli spettacoli. Ma il botto arrivò dopo…
D. Quando?
R. Nel 1987 andai a Ibiza, qui conobbi un americano, mi parlò dell’ecstasy. Era un antidepressivo, legale, l’Mdma la prendevano i reduci del Vietnam: curavano gli incubi della guerra con queste pastiglie. Presi la palla al balzo.
D. Ovvero?
R. Era legale, decisi di importarla in Italia. Fui uno dei primi, me lo dirà poi la polizia quando mi beccò.
D. Come la faceva entrare in Italia?
R. La importavo dall’Olanda, all’epoca era lecita. Era la pillola della felicità. A Riccione avevamo lanciato insieme con Gianni Andreatta la discoteca Diabolika, lui era proprietario del Grand Hotel. Io arrivavo da Ibiza e gli dissi: «Sull’Isola c’è lo Space, perché non lo portiamo qui?».
D. Poi però qualcosa andò storto.
R. Iniziarono a girare pastiglie tagliate con metanfetamina, ci furono i primi allarmi, i collassi, i sequestri, l’ecstasy diventò una sostanza illegale al pari della cocaina.
D. Ma lei non si fermò.
R. Ho continuato per un po’, poi mi hanno beccato e me l’hanno fatta pagare tutta. Cinque anni nel carcere di Padova e San Vittore.
D. Cosa ricorda?
R. Anni difficili, le stragi di Mafia, Tangentopoli. Mi misero al 41bis perché ero accusato di reato associativo.
D. Camorristi e mafiosi ne ha conosciuti, immagino.
R. Sono sempre stato un solitario, anche se mi hanno sempre accusato di essere un capo clan della Camorra. Certo, se tu lavori per me e se sei associato a un clan io che ci devo fare. Mi hanno sempre legato alla camorra e alla ‘ndrangheta, ma mi sono sempre fatto i fatti miei. Non ho mai voluto dipendere da nessuno.
D. Dopo il carcere?
R. Cinque anni li ho scontati, poi andai a Ibiza quasi un anno. Aprii un’agenzia di sicurezza, gestivo tutti i locali di Ibiza, conoscevo Riccardo Urgell del Pacha o Martin il proprietario dell’Amnesia. Scortavamo i vip, da Linda Evangelista a Maradona, da Harvey Keitel a Elle Macpherson. Portavamo in giro gli sceicchi. Comprai una grande villa a San Jose, facevamo le feste. Lì conosco tutti. I miei vicini di casa erano gli Onassis, Teo Teocoli, Eros Ramazzotti... Conobbi Danilo Mazzetti, amico intimo di Robert De Niro.
D. A Ibiza filò tutto liscio?
R. Anche lì mi capitò un mezzo incidente. Litigai con un tedesco che raccontò ai giornali che ero un mafioso e che gli avevo sparato addosso. Il Diario di Ibiza titolò a tutta pagina: «La Mafia controlla l’isola anche con le armi”. Fantasie del tedesco.
D. Sicuro?
R. Il tedesco poi ha ritrattato e non ci sono stati problemi.
D. Come arrivò al cartello di Cali di Medellin?
R. Iniziai a vendere i Cigarette, i motoscafi, le Harley Davidson del mare. Li andavo a comprare a Miami e li portavo a Ibiza. Lì conobbi la nipote di Escobar, capii come funzionava il giro, che c’era spazio per importare in Italia.
D. E poi la sparatoria a Milano.
R. Così sono arrivati a me.
D. Cosa ricorda del carcere?
R. Nel 2006 risposi all’appello di una madre di Firenze che chiedeva un trapianto di midollo osseo per salvare suo figlio. In carcere non me l’hanno concesso. Il figlio morì, poi lei mi scrisse che ero stato l’unico a risponderle.
D. Ora è tornato a Ibiza?
R. Ibiza è come Dubai, la Sardegna è stata sconvolta dal governo di Mario Monti. Adesso vanno tutti alle Baleari.
D. Sogni nel cassetto?
R. Che qualche produttore legga la mia storia tratta dal romanzo e ne faccia una trasposizione cinematografica... Ho parlato anche con Garrone che però adesso ha cambiato genere. Ho conosciuto Renato Vallanzasca in carcere, abbiamo fatto una scommessa su chi dei due avesse avuto più successo con un film sulla propria vita. Al momento ha vinto lui, anche perché all’esterno poteva contare su persone del mondo dello spettacolo.
D. E poi?
R. C’è soprattutto il figlio, che non ho visto nascere e che sto vedendo crescere. La maggior parte dei figli dei carcerati poi segue le orme del padre. Io gli sto dietro, voglio che studi come io ho potuto fare solo in carcere, diplomandomi e iscrivendomi a Giurisprudenza. Non mi sono laureato, spero ci riesca lui.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Papa Francesco non vuole incontrare l'ex narcoboss SANTA SEDE
Papa Francesco non vuole incontrare l'ex narcoboss

Rino Bonifacio voleva portare al Santo padre i documenti su una missionaria italiana in Cina. L'udienza era già stata fissata. Ma il Vaticano ha detto no. Troppa pubblicità sulla stampa?

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
prev
next