Bosnia Erzegovina, lo spettro del terrorismo islamico

La diffusione del radicalismo. E i soldi sporchi dei Paesi arabi. Sale la tensione nell'ex Jugoslavia dopo gli arresti della cellula dell'Isis. Il viaggio di L43. Video.

di Nicole Di Giulio e Antonella Spinelli

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25 Marzo 2015

da Sarajevo

 

La mappa della Bosnia Erzegovina (clicca per ingrandire).

La mappa della Bosnia Erzegovina (clicca per ingrandire).

Le ferite della guerra sono ancora incise negli sguardi delle persone, negli edifici della capitale, Sarajevo, e dei piccoli villaggi sparsi per il Paese.
In Bosnia Erzegovina la convivenza - che per secoli ha caratterizzato quella terra - tra cristianesimo, ebraismo e islam fu macchiata drammaticamente negli Anni 90 da uno dei conflitti più violenti della storia contemporanea. 
Gli accordi di Dayton, siglati nel 1995, misero fine alle ostilità dividendo il Paese in due entità, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Srpska, a maggioranza serba. Ma il nuovo assetto politico ha solo congelato le divisioni etniche e religiose tra popolazioni che prima erano abituate a vivere nella stessa terra, inizialmente sotto l’Impero Ottomano, poi sotto quello Austro-Ungarico e infine sotto la lunga egemonia comunista durante il ‘900. E che ora, soprattutto vicino al confine con la Serbia, si guardano con crescente diffidenza.
IL 40% DELLA POPOLAZIONE È MUSULMANA. L’islam, professato da circa il 40% della popolazione, affonda le proprie radici nel Paese nella conquista dell’attuale Bosnia Erzegovina da parte dell’Impero Ottomano. E la tradizione di convivenza viene proprio dalle istituzioni di Costantinopoli, prime tra tutte il sistema delle millet, secondo il quale a cristiani ed ebrei era riconosciuto lo status di comunità protette che avevano diritto a mantenere le proprie leggi che non coincidevano con la sharia islamica.
Con la guerra degli Anni 90 questo islam “autoctono” è entrato in contatto con quello proveniente da altri Paesi musulmani, che ha portato tradizioni diverse e una lettura del Corano improntata a un maggior dogmatismo.
IL 'CONTAGIO' CON I COMBATTENTI STRANIERI. «Fino al 1996 non avevo mai visto questi uomini, con queste barbe così lunghe», spiega a Lettera43.it Dubravko Ĉampara, procuratore di Sarajevo che si occupa di terrorismo, «per me era strano».
Questi uomini «dalla barba lunga» venivano dal Nord Africa e dal Medio Oriente, ma anche dalla Cecenia, ed erano per la maggior parte veterani della guerra in Afghanistan. Arrivarono per aiutare i fratelli bosniaci musulmani a frenare l’avanzata serba. 
LA DIFFUSIONE DEL WAHHÅBISMO. Nel dopoguerra molti di loro riuscirono a sfuggire alla legge sul rimpatrio dei combattenti stranieri prevista dagli accordi di Dayton, ottenendo la cittadinanza bosniaca e sposando donne locali, insediandosi così sul territorio, soprattutto al centro del Paese.
Il wahhâbismo, movimento sorto in Arabia Saudita negli Anni 20 del secolo scorso, entrò così in Bosnia Erzegovina.
Insieme con il wahhâbismo, arrivò anche la salafiyyah, corrente nata in Indonesia all’inizio dell’800 e poi diffusasi in tutto il Medio Oriente, che predica il ritorno all’originaria purezza delle fonti giuridiche e in generale una lettura rigorista del Corano.

I finanziamenti dei Paesi arabi: denaro sporco via Austria

L'arresto del predicatore Bilal Bosnic.

L'arresto del predicatore Bilal Bosnic.

«Negli anni successivi al conflitto», spiega Denis Hadzovic, segretario generale del Centro per gli studi strategici della Bosnia Erzegovina, «il radicalismo islamico crebbe. I finanziamenti illeciti che partivano da diversi Paesi musulmani andarono così a ingrossare la rete del terrorismo islamico in Bosnia».
Questa crescita del radicalismo islamico, secondo alcuni osservatori, è stata favorita anche dalla condiscendenza di Mustafa Ceric, gran muftì di Sarajevo sino al 2012, e da Alia Iztbegovic, ex presidente bosniaco, che avviò le relazioni con diversi Stati musulmani.
L'ARRESTO DI 16 JIHADISTI. «Gli investimenti dei Paesi musulmani, arabi e non, in Bosnia Erzegovina restano comunque bassi», continua Hadzovic, «se comparati con quelli di Paesi europei come l’Austria, la Germania e anche l’Italia». Nessuno Stato arabo infatti compare nella lista dei 20 che maggiormente investono Bosnia, solo la Turchia (che non è un Paese arabo) si trova al 12esimo posto. Ma questo non basta a lasciare i cittadini tranquilli: «Gran parte del denaro, frutto spesso di riciclaggio, arriva proprio dall’Austria», aggiunge Hadzovic.
Nel settembre del 2014 la Sipa, (State investigation and protection agency) ha dato il via all’operazione “Damasco” che ha portato all’arresto di 16 jihadisti tra cui Bilal Bosnic, predicatore radicale di fama internazionale.
LE INDAGINI SU BOSNIC IL PREDICATORE. In base a quanto dichiarato da fonti autorevoli, gli arrestati sono sospettati di aver reclutato, organizzato e finanziato il trasferimento di jihadisti verso la Siria e l’Iraq per combattere nelle file di gruppi terroristi quali l’Isis. Durante le perquisizioni sono state trovate armi, munizioni, attrezzature militari, tessere sim, computer e altre apparecchiature informatiche.
Figura ambigua, Bosnic è noto per aver fatto sermoni che incitano alla jihad anche in Italia dove è stato più volte segnalato tra Como, Pordenone, Cremona, Bergamo, Roma e Siena.
Questa operazione ha messo in luce l’esistenza di una rete terroristica radicata sul territorio bosniaco. Adesso tocca alla magistratura chiarire se vi sia un reale nesso tra i sermoni di Bosnic e le partenze di cittadini bosniaci verso Siria e Iraq.
A conferma dello spettro jihadista è stato l'arresto, da parte della polizia italiana, di una cellula di estremisti islamici i attiva nei Balcani e nel nostro Paese.
LO SPETTRO DEL TERRORISMO SU TUZLA. L’aria che si respira a Sarajevo, tuttavia, è quella di una città che non teme il terrorismo. I musulmani, che rappresentano l’85% della popolazione, non portano rancore nei confronti dei serbi per quanto accaduto negli Anni 90.
Donne e ragazze musulmane escono la sera, bevono alcol e fumano senza problemi. «Mi sembra difficile», spiega un giornalista di origini serbe, «che qui a Sarajevo attecchisca il radicalismo islamico».
Diverso il discorso nel resto del Paese, in città come Tuzla o Srebrenica, più vicine al confine con la Serbia e rimaste traumatizzate dalla guerra. Qui si il clima tra musulmani e serbi resta teso. E nelle aree circostanti si dice che sorgano alcuni campi di addestramento per jihadisti. «Solo propaganda», taglia corto Damir, un ragazzo che lavora per una importante organizzazione non governativa a Tuzla. Ma la paura resta. E le ferite, non ancora rimarginate, potrebbero presto tornare a sanguinare.

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L'arresto del predicatore Bilal Bosnic.

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