Dario Fo: giornalisti, tornate a indignarvi

Servilismo. Distorsioni. Claque. Dario Fo discute con L43 di dignità: della politica e di chi la racconta. «Il Paese del tirare a campare». Chi si salva? «Grillo e i suoi». 

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08 Febbraio 2016

Lo trovi immerso nelle tele, un po’ curvo ma ancora imponente, con gli occhi stanchi attaccati all’ultimo dipinto e i pennelli appoggiati su uno sgabello nel centro del salone.
La stanza potrebbe sembrare una vecchia galleria d’arte se non fosse per il disordine con cui cavalletti e quadri sono ammonticchiati qui e là, scaricati dopo l’ultima pièce e accumulati, spettacolo dopo spettacolo, in decenni di produzione frenetica (guarda la gallery).
Da qualche tempo i ritmi sono più blandi, ma le abitudini non cambiano.
Dario Fo invita a sedersi vicino a lui; le mani tremano nell’indicare la sedia ma riprendono sicurezza vicino alla tela: il tratto è netto, preciso. Compierà 90 anni il 24 marzo e ogni giorno trascorre ore tra le sue opere. Accoglie i visitatori spiegando: «Mentre dipingo, il mio cervello si scinde in due: posso parlare di qualsiasi cosa».
L’IMPEGNO DI UNA VITA. Siamo venuti a trovarlo dopo l’uscita del suo ultimo romanzo, Razza di zingaro (Chiarelettere), la vicenda realmente accaduta del pugile tedesco Johann Trollman, campione di etnia zingara degli Anni 30 finito ammazzato in un lager nazista, dopo essersi rifiutato di far vincere il kapò con cui era stato costretto a sfidarsi.
Una storia di dignità, impegno e dolore, raccontata in quel modo lieve con cui Fo ha vinto un premio Nobel per la Letteratura, oltre ad aver plasmato il teatro italiano. Ma è l’impegno, più che la levità, a prevalere.
LA POLITICA COME FARO. Parlare con Fo di cultura e attualità, di passioni e di storia, è un po’ come salire sul ring col pugile del suo romanzo: si finisce trascinati.
E, banale ammetterlo, guida lui. Uno ha in mente la traccia, ma l’altro sa benissimo di cosa ha voglia di discorrere.
«Io non lo so perché l’Italia è l’unico Paese in cui si è sempre detto che gli zingari sono ladri senza capirne la cultura, la gioia di vivere, la capacità. Da noi dicevano che rubavano i bambini, ma figuriamoci», esordisce. «D’altra parte, distruggere l’altro è il solo modo che qui si conosce. C’è sempre bisogno di nemici da annientare e di fesserie da dire, altro che la dignità di Trollman».
 

  • Dario Fo mentre dipinge nel suo studio (foto Gea Scancarello).
     

DOMANDA. Cosa è successo in Italia al concetto di dignità, com’è cambiato nel tempo?
RISPOSTA.
È successo che la gente si è addormentata. Anzi, nemmeno. È stata drogata: imbesuita, come si dice a Milano. Come se ti facessero un’iniezione per farti uscire dalla consapevolezza dei problemi, per instupidirti. E poi ti tempestano, dicono: «Va tutto bene, abbiamo ancora una dignità».
D. Loro, chi? Di chi stiamo parlando?
R. C’è questo toscano che fa i numeri, che va a insultare gli stranieri per dimostrare la propria grinta, per dire che difende la sua gente. E invece lo fa solo per il potere…
D. Parla di Renzi immagino. Però non è una novità, e non lo fa mica solo lui…
R. Ma come no? Non si faceva così una volta, non era così palese e banale, non scherziamo…
D. E come si faceva una volta?
R. La grande lezione l’hanno data i democristiani. La censura, l’impossessarsi, il dirigere, il distruggere. Per esempio si sono impossessati subito della televisione. Ora si ripetono le lezioni. Sa cosa dice Johann Trollman, il mio pugile?
D. Cosa?
R. «Io non amo andare contro l’altro, non lo voglio abbattere o distruggere». Dice invece: «Io voglio solo dare spettacolo, e voglio coinvolgere gli altri». Un po’ come nel teatro, non c’è bisogno di nemici, ma solo di antagonisti. È il gioco delle parti, e si misura sull’agilità, sull’abilità. Ci vuole bravura, talento. Invece ci sono quelli che tirano a campare.
D. L’Italia è malata di tirare a campare?
R. Una battuta fondamentale, in uno dei miei spettacoli, era Ma chi te lo fa fare di stare zitto e di cantare? [canticchia, ndr] pensavo fosse paradossale, invece... Oggi le persone non reagiscono: racconti una cosa orrenda e loro non reagiscono.
D. Esiste un effetto assuefazione, legato anche al bombardamento mediatico.
R. La pubblicità io ho smesso di farla perché serviva a indurre la gente a non valutare le qualità, bensì soltanto le convenienze. Mi hanno offerto milioni, che allora erano miliardi, e sono sempre stato felice di aver detto no. 
D. Appunto. La dignità dipende da scelte personale, non da chi “ti droga”.
R. Ma no. Il fatto è che si è creata una situazione dell’arrangiati, datti da fare, fatti furbo. Se la logica è 'sìì scaltro, frega quelli che incontri', allora questo diventa il modello. E a quel punto…
D. A quel punto?
R. Ci sono alcuni che lavorano insieme, che dimostrano una nuova apertura mentale, che lottano come i pazzi, e invece sono quelli che si lasciano irretire. Irretire: lo sente che bel suono onomatopeico? Dice già tutto.
D. Chi sono quelli che lottano come i pazzi?
R. Io, per esempio. Da sempre. Da quando ho scoperto che la cultura è collettiva, da quando ho capito il valore dell’arte o che nel 500 esistevano persone che litigavano per come girano le stelle. O Franca: lei era una che vedeva la televisione, sentiva di una famiglia in difficoltà e subito cercava di scoprire qualcosa di più, partiva, andava là e cercava di fare qualcosa.
D. Voi avete attraversato epoche, sempre in prima linea. Ma non si può vivere solo di Dario Fo e di Franca Rame. Della loro lotta e “assistenza”.
R. Intendiamoci, io facevo una battuta su di noi, per carità. Ma diciamo piuttosto il contrario, che non si può vivere sempre fregandosene, pensando solo per sé, per i proprio figli e parenti, per ottenere una casa d’affitto più bella attraverso il partito, leccando i culi, arrangiandosi.
D. Se la gente è imbesuita, addormentata, cosa ci vuole per farla svegliare? Un politico, degli artisti, la democrazia del web?
R. Stiamo parlando di dignità. Basta dirsi: io non voglio vivere come un leccapiedi. I romani si dividevano tra quelli che lottavano per il potere e quelli che tutti i giorni facevano la questua, che vivevano della carità altrui. Ma la carità è fatta di adulazione, della clacque, di canti per blandire il personaggio che ci aiuta, per incensare la sua generosità.
D. La politica è fatta di questo, ma ci sono responsabilità singole.
R. Certo, ma quando hai dei governanti che a priori insegnano alla gente ad accettare le condizioni, ad applaudire, a colpire quelli che ti danno fastidio, e soprattutto accettano l’idea di avere un nemico e di doverlo abbattere…
D. Lei è un sostenitore dichiarato di Beppe Grillo. Pensa che lui non si comporti così?
R. Avrà anche lei sentito suoi discorsi.
D. L’ho sentito dire: «Stermineremo i partiti». E anche «uno vale uno», salvo poi epurare i dissidenti.
R. La realtà è che sono i politici a comportarsi con Grillo come uno da abbattere. E si capisce. Lui dice: «Non prendiamo soldi pubblici. Noi rifiutiamo la legge che stabilisce che siamo mantenuti dal popolo, come se il nostro fosse un lavoro e non una scelta civile, un mettersi a disposizione degli altri».
D. Anche Monti “si era messo a disposizione”.
R. Il politico, al contrario, dice: «Non faccio niente tutto il giorno, anzi aspetto di avere dei vantaggi da altri, e pretendo di essere pagato per questo». 
D. Quindi secondo lei Grillo è la rivoluzione copernicana della dignità.
R. Alcune diventano solo belle parole, ovvio. Ma certi ci credono. Conosco moltissimi ragazzi che lavorano gratis, si danno da fare, vanno dove ci sono i poveracci che non hanno da mangiare. Persone meravigliose. Soltanto che appena mettono la testa fuori, c’è qualcuno che dice: «Attenzione, questo è furbo».
D. Per esempio?
R. Avrà visto la bagarre sul problema della mafia a Quarto…
D. Certo.
R. Sa come è finita? Hanno dimostrato che nessuno dei 5 Stelle aveva preso soldi, nessuno aveva ceduto. Anche questa povera crista di sindaco, che deve pagare comunque perché non è stata veloce a denunciare, perché ha avuto paura di essere stangata fisicamente lei e la sua famiglia.
D. E il Movimento l’ha abbandonata.
R. Non l’hanno abbandonata. Io le cose le so da vicino. I giornalisti non le conoscono. Chi ha detto che l’hanno abbandonata sono quelli del Pd, i quali ogni giorno hanno uno dei loro che viene arrestato. Uno al giorno.
D. Parliamo di loro allora, quand’è che la questione morale ha smesso di andare di moda?
R. È successo che uno di loro è andato dal concorrente diretto e gli ha detto: «Caro Berlusconi, noi siamo all’antitesi, e se ci mettessimo insieme?».
D. Questa è storia recente.
R. Loro hanno fatto un contratto in cui ogni cosa era stabilita, con interessi reciproci: «Io ti salvo dalla galera, tu mi copri con la mia sinistra che mi rompe i coglioni».
D. Insomma, la questione morale è ormai un ricordo del passato.
R. Le cose sono peggiorate, il conflitto d’interessi è peggiorato, lo hanno lasciato lì a bagnomaria. Insomma, non c’è molto da essere felici. E la colpa è anche dei giornalisti.
D. E perché?
R. Perché non siete informati. Io ho il bel vizio di incazzarmi, di andare fino in fondo. Ora invece si cerca di far passare che la storia sia quella dei 5Stelle a Quarto, non quelli del Pd che finiscono in galera uno al giorno.
D. Raccontiamo le cose che succedono.
R. Oh, se solo si potesse dire che anche Grillo ruba, una cosa del genere sarebbe una meraviglia.
D. Se rubasse, lo scriveremmo. Oggi scriviamo di Quarto. E del Pd.
R. Parlate di Quarto e accettate un’idea, quella del «però non l’hanno aiutata», «però potevano rientrare in pista e non l’hanno fatto». Balle! Balle! I 5 Stelle hanno fatto una cosa che gli altri non fanno mai, l’hanno costretta ad andarsene.
D. Appunto.
R.
Pensi alla differenza col sindaco di Roma, a come l’hanno cacciato come un povero balubba, perché non serviva alla loro causa, perché criticava, perché rompeva i coglioni. Voi giornalisti dovreste imparare a indignarvi di più. Indignatevi, riscoprite la parola.
D. Lei si è indignato per quasi 90 anni, ormai. Faccia una pausa e mi dica cosa vede se pensa al mondo fra altri 90…
R. Già faccio fatico a pensare a questo di adesso.
D. Ha un auspicio, un sogno inespresso?
R. Spero che succeda presto che qualcuno si svegli, che dica basta. Ci vuole così poco. La dignità, appunto. Il piacere di dire: No, io non accetto, io non sono mortificabile. Se penso alla mia storia…
D. Quali altre sono le cose di cui è felice?
R. Ho degli amici, persone che stimo, che ragionano, che soffrono del fatto che siamo rimasti in pochi ad avere una dignità. Andiamo avanti perché nessuno di noi vuole tirare a campare: io no di sicuro. Ma ormai sono stanco anche di ripetere sempre le stesse storie: si vede che non sono state ancora imparate.


Twitter @geascanca

© RIPRODUZIONE RISERVATA

new zealand 09/feb/2016 | 09 :20

Come diventare stinco di santo a 90 anni
non è mai troppo tardi.

Canoi 08/feb/2016 | 14 :31

Il grande Fo, l'attore, il commediografo, il premio Nobel ma anche il brigata nera vede vede se stesso nel suo piccolo clone, Grillo, e si innamora. E l'amore senile va compatito.

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