Giorgio Napolitano, il bilancio della sua presidenza

L'inizio fu sottotono, tra critiche e diffidenza. Poi arrivò la svolta interventista: gli scontri con il Cav e le larghe intese. I nove anni di Napolitano al Quirinale.

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14 Gennaio 2015

I nove anni di Giorgio Napolitano al Quirinale, composti da un primo mandato pieno (da maggio 2006 ad aprile 2013) e da 21 mesi del secondo (da aprile 2013 a gennaio 2015), sono destinati a lasciare il segno nella storia repubblicana.
E non tanto perché si tratta del primo capo dello Stato mai rieletto prima d’ora, ma per le peculiarità tipiche della sua presidenza, sia di indirizzo politico sia di regia costituzionale.
NAPOLITANO, NÉ NOTAIO NÉ ESTERNATORE. Nulla a che vedere con i presidenti notai (Einaudi, Ciampi), ma neppure con gli esternatori (Pertini, Cossiga).
Certo, ci sono state in passato interpretazioni attive del ruolo di presidente della Repubblica: alcuni hanno accompagnato la nascita di nuove stagioni politiche (il centrosinistra con Gronchi, la stagione dell’Ulivo con Scalfaro), altri sono stati protagonisti di tentate svolte presidenziali (Segni e gli ultimi anni di Cossiga), ma mai è successo tutto insieme come con Napolitano.

 

L'arrivo al Quirinale: la sponda dei Ds e l'inizio in sordina

E pensare che la sua presidenza nacque come una scelta di parte: arrivò da un gruppo dirigente, quello dei Ds, che nel 2006 si sentiva assediato.
A Palazzo Chigi con Prodi e al Senato con Marini sedevano due cattolici, alla Camera il comunista Bertinotti.
D’Alema e Fassino rispolverarono Napolitano che, a 82 anni, si era ritagliato un posto da senatore a vita, filone iper-europeista.
ELETTO AL QUARTO SCRUTINIO. Il 10 maggio 2006, al quarto scrutinio, Napolitano ricevette 543 voti: il centrodestra si rifiutò di votarlo. Una lunga carriera da funzionario e parlamentare comunista, sempre nella corrente ‘perdente’, quella della destra migliorista, una trasformazione da stalinista e togliattiano di ferro a riformista ed europeista convinto. I ritratti al vetriolo dei suoi ex compagni di partito lo dipingevano come un lord anglosassone pignolo quanto scialbo, gelido e prudente.
«Il suo stemma sarà un coniglio bianco in campo bianco», lo irrise Giuliano Ferrara. E in effetti gli inizi furono sottotono.
FOCUS SU LAVORO ED EUROPA. Nel discorso di insediamento del 2006 Napolitano assicurò che «è venuto il tempo della maturità della democrazia dell’alternanza anche in Italia», ma le elezioni politiche del 2008, il suo primo scioglimento anticipato delle Camere, non aiutarono a stemperare la tensione tra Pd e Forza Italia.
Nei primi anni parlò soprattutto di lavoro e morti bianche, spingendo sul Testo unico varato nel 2008. E ancora: di memoria condivisa sulla storia d’Italia (medaglie alle vedove Pinelli e Calabresi insieme), di unità nazionale e di costruzione europea.

 

  • Giorgio Napolitano durante il giuramento dei ministri del governo Monti. © ImagoEconomica

La svolta interventista: gli scontri col Cav e le operazioni Monti e Letta

Gli scontri con il nuovo governo Berlusconi, che dominò la XIII legislatura, iniziarono presto.
Nel 2009 Napolitano si rifiutò di firmare il decreto legge dell'esecutivo sul caso Englaro, fece dimettere il neoministro Brancher che voleva approfittare dello scudo ministeriale per sfuggire alle indagini, firmò il lodo Alfano, ma tra mille proteste e mille dubbi, spulciò tutte le leggi del Cavaliere con rara pignoleria.
Prima ancora che iniziasse la stagione che avrebbe portato alla caduta del quarto governo Berlusconi, entrò in rotta di collisione con l'allora premier.
DIMISSIONI CONTROLLATE. A dicembre 2010 il voto di sfiducia al Cavaliere non passò per quattro voti, Napolitano volle mettere in sicurezza la legge di Stabilità, ma il complotto di Fini e altri, che portò alla caduta dell'esecutivo nel novembre 2011, venne preparato anche dal ‘patronato’ attivo del Colle che, durante la tempesta valutaria e finanziaria di agosto, prese contatto con tutti i principali leader europei per stendere un cordone sanitario intorno a Berlusconi.
Il ruolo e l’interventismo di Napolitano, a quel punto, si intensificarono fino a diventare quelli noti.
LA SECONDA ELEZIONE CON 743 VOTI. Invece di sciogliere le Camere, come gli chiedeva l’allora segretario del Pd Bersani, nominò Monti prima senatore a vita e poi premier di un governo di larghe intese passato alla storia come Abc (Alfano-Bersani-Casini).
Le larghe intese si consolidarono in seguito alle Politiche del febbraio 2013. Dopo la rielezione forzata e a ‘furor di parlamento’ dello stesso Napolitano, con 743 voti, fu sotto la sua regia che nacque il governo Letta. Sempre con lo stesso compito: fare le riforme. Dieci mesi dopo, la luce verde all'esecutivo Renzi, che ha istituzionalizzato il metodo delle larghe intese attraverso il patto del Nazareno. 

 

  • Giorgio Napolitano con il premier Matteo Renzi. © ImagoEconomica

Le direttrici istituzionali: larghe intese e forte identità europea

Cinque le direttrici istituzionali della doppia presidenza Napolitano.

 

1. IL PRIMATO DEL SISTEMA PARTITICO. L’antipolitica, da chiunque portata avanti (Di Pietro, Ingroia, Grillo) è «eversiva». Nel 2012 Napolitano tuonò contro il «demagogo di turno», dicendo che «nulla può sostituire i partiti». Il 10 dicembre 2014 si scagliò contro «la patologia eversiva dell’antipolitica» in nome della necessità di una «autoriforma» della politica e di una difesa del «politico di professione».

 

2. IL PERSEGUIMENTO DELLE LARGHE INTESE. Una passione che risale alla stagione del compromesso storico, quando Napolitano guidava la delegazione del Pci che trattava la formazione del governo Andreotti (detto di «non sfiducia») in nome della solidarietà nazionale.

 

3. L'INDIPENDENZA DELLA POLITICA. Nel discorso al Csm del 22 dicembre Napolitano è tornato a rivendicare l’indipendenza del potere politico da quello giudiziario e ha ribadito le critiche all’eccessivo protagonismo dei giudici togati. Emblematico il caso del conflitto di attribuzione (2012) sollevato con la procura di Palermo sulla sua deposizione, che poi comunque vi sarà, nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

 

4. L'IDENTITÀ EUROPEA. Napolitano s'è contraddistinto per un ancoraggio fermo (e a volte acritico) alla costruzione dell’identità continentale e alle politiche Ue. Figli di un europeismo che, nel capo dello Stato, ha una lunga storia (dal 1999 è parlamentare europeo) e passione (l’amicizia con Altiero Spinelli), tali richiami e spunti fanno di lui il principale, se non l’unico, riferimento italiano dei maggiori attori della scena europea (Merkel) e mondiale (Obama).

 

5. L'IMPULSO ALLE RIFORME ISTITUZIONALI. Frustrato nell’operazione di superamento della legge elettorale vigente dal 2005, il Porcellum, nonostante il lodo Violante (2012) e la commissione dei 30 saggi (2013) da lui stimolati e varati, Napolitano non ha usato il tradizionale messaggio alle Camere, come facevano un tempo i suoi predecessori, ma una forte moral suasion fatta di esternazioni, dialoghi coi principali leader delle forze politiche, interventi pubblici solenni.

 

  • Pietro Grasso, presidente del Senato, con Napolitano. © Ansa

Il bilancio: riformismo istituzionale, ma ancorato alla Carta del 48

Al contrario dell’antico adagio («Quando il parlamento parla, il presidente tace»), Napolitano si è posto come primo motore mobilissimo delle riforme istituzionali a oggi in discussione.
Quattro, da questo punto di vista, le direttrici indicate ai partiti: la necessità di un approccio graduale per trovare un terreno di intesa comune e non frutto di decisioni di parte; la contrarietà a una totale riscrittura della Costituzione e a una nuova assemblea costituente, a vantaggio di un vero «riformismo istituzionale» ma con un «saldo ancoraggio» alla Carta del 1948; la propensione al mantenimento della forma di governo parlamentare (e, cioè, no al presidenzialismo) ma nella necessità di migliorare il rapporto governo-parlamento e la qualità della legislazione; il superamento del bicameralismo perfetto e trasformazione del Senato in Camera delle autonomie.
UN PRESIDENTE INNOVATORE. In conclusione, come possono essere giudicati, dal punto di vista politico-istituzionale, i nove anni di Napolitano al Quirinale? Un presidenzialismo di fatto a Costituzione invariata o una presidenza rafforzata?
Motore di riserva dell’indirizzo politico in una situazione di stallo, raccordo tra società civile e apparati dello Stato, Napolitano ha innovato profondamente i poteri della presidenza della Repubblica, passando da soggetto neutro a soggetto mediatore e, ora, a intermediario nelle e per le istituzioni: il sistema parlamentare è più debole di nove anni fa e a tutela presidenziale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

adl 14/gen/2015 | 11 :18

...RIPENSANDOCI, SONO STATO INGRATO ED INGENEROSO
.....ci ha risparmiato una RENZIMAGICIANstagista nonchè quota rosa videogenica......ALLA FARNESINA !!!!!!
LUNGA VITA AL RE !!!!!!!

adl 14/gen/2015 | 10 :51

GRANDE PRESIDENTE........................................
............CASTE, CASTINE, E CASTARELLE ........ringraziano!!!!!!!
Ha difeso strenuamente la Costituzione, più bella e più disapplicata del mondo ????? Ebbene si, soprattutto la parte non applicata.

Canoi 14/gen/2015 | 09 :51

E' di prammatica il coccodrillo in vita per l'ex presidente della repubblica. Dovendo sintetizzare direi che è stato il miglior difensore della decadenza economica sociale e istituzionale. Tranne il mitico Einaudi tutti gli altri, per ragioni di ruolo, sono stati i difensori della garitta di ghiaccio intesa come la Costituzione della Repubblica. Una costituzione tanto magnificata quanto limitata e limitante per causa del vincolo comunista iniziale. Ma Napolitano è stato migliore di altri, lui ex comunista. Di Pertini vanesio e di Scalfaro che per difendere se stesso (vi ricordate il perentorio:...non ci sto!....)ha venduto tutti gli altri. Meno efficace di Ciampi sulla strada del rinnovamento economico finanziario. Una graduatoria lo vedrebbe tra i secondi lontano dall'ultimo (ovviamente Scalfaro).

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