Karim Franceschi: «Vi racconto la mia Resistenza all'Isis»

I mesi da cecchino. La fuga dal fuoco turco. La guerra coi curdi contro i jihadisti. L'italiano Franceschi rivive la battaglia di Kobane. «Assad? Lì non ha potere».

di Attilio De Alberi

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05 Febbraio 2016

Prima di partire per Kobane poco più di un anno fa e unirsi ai combattenti curdi che hanno liberato la città siriana ai confini con la Turchia dal feroce assedio delle milizie dell'Isis, Karim Franceschi, 26 anni, italo-marocchino di Senigallia, aveva conosciuto la guerra solo per sentito dire.
Figlio di un partigiano originario della Toscana e nato in Marocco da madre musulmana, Karim rientrò da bambino in Italia quando il padre, ammalatosi di tumore, ebbe bisogno di cure particolari. Rimasto orfano a 12 anni, nel 2014 è partito per la Turchia con l’organizzazione Rojava Calling in supporto alla causa curda e al suo cosiddetto confederalismo democratico, basato su una visione solidarista, anti-verticalista, ma anche laica e femminista della società e dell’Islam in particolare.
NOME DI BATTAGLIA: COMPAGNO MARCELLO. Ma l’esperienza da volontario non gli bastava, pensava di dover fare di più. Così Karim ha deciso di partire per Kobane e passare tre mesi a fare il soldato tra le fila curde. All’insaputa della madre, ma non della fidanzata Leila.
Tre mesi che hanno cambiato la sua vita. Prima è diventato un commando, apprezzato per doti militari e disciplina. Poi un cecchino.
Da tutto questo heval Marcello - il compagno Marcello, questo il suo nome di battaglia - ha tratto un volume intitolato Il Combattente, storia dell’italiano che ha difeso Kobane dall’Isis (Bur), scritto con la collaborazione di Fabio Antonacci, giornalista di Repubblica. «L’ho voluto scrivere per educare i giovani come me», dice Karim a Lettera43.it.

 

  • A sinistra, Karim Franceschi.

 

DOMANDA. Cos'ha imparato a livello umano dalla sua esperienza di guerra a Kobane?
RISPOSTA. Sono fondamentalmente un pacifista e quindi dalla guerra di per sé non ho imparato nulla. Ho appreso molto dai compagni e dalle compagne: il coraggio e la determinazione, i valori della libertà e della democrazia che noi diamo per scontati, ma che lì vengono difesi giorno per giorno.
D. Una bella differenza rispetto ai “rivoluzionari da tastiera”...
R.
Non mi esprimo su questo. Posso solo dire che le ideologie e gli ideali debbano essere praticati a livello quotidiano. È inutile credere nella giustizia quando poi non si interviene se in strada si assiste a un abuso.
D. Da suo padre, oltre al ricordo della sua esperienza come partigiano, cos'ha ereditato?
R.
Mio padre ha piantato questo seme della resistenza che in qualche modo è germogliato a Kobane. Ciò che meglio ricordo è l’amore per la patria che lui mi ha passato.
D. Qui stiamo parlando di una patria più estesa, al di là dei meri confini italiani. Il semplice amore per la patria può sfociare nel nazionalismo?
R.
Il nazionalismo è tutt’altra cosa. La patria, per come la intendo io, non ha confini, è fatta di valori che puoi portare dovunque. Diventi un po’ patriota di te stesso.
D. Molti hanno equiparato l’ideologia dell'Isis a quella totalitaria del nazismo. Cosa ne pensa?
R.
Be', il nazismo aveva trovato sponsor nel fondamentalismo islamico. Molti non sanno che esisteva un’intera divisione di Ss, la 13esima Divisione di Montagna, costituita da musulmani bosniaci che compì tutta una serie di atrocità contro gli ebrei nei Balcani e che poi venne spostata sul fronte orientale, contro l’Unione Sovietica. E i nazisti tedeschi apprezzavano molto questa loro spietatezza.
D. Che influenza ha avuto la cultura musulmana nella sua crescita?
R.
Sono stato cresciuto con la libertà di scegliere e in un ambiente fondamentalmente laico. Adesso mi considero ateo, come tutti i comunisti (sorride).
D. Fino a che punto la ripresa di Kobane è merito dell’eroismo curdo e non dei bombardamenti americani?
R.
Il supporto aereo americano è arrivato all’ultimo, senza la resistenza curda Kobane sarebbe caduta molto prima. Il Califfato aveva già conquistato tre quarti della città e dintorni, ma non riuscì ad andare oltre perché incontrò una resistenza formidabile. Il supporto veniva anche da parte della popolazione fuggita nella vicinissima Turchia che attraversava illegalmente il confine. E poi l’intero Kurdistan turco cercava di essere d’aiuto.
D. Nel libro descrive un’intera colonna di miliziani dell'Isis che attraversa tranquilla il confine turco. 
R.
Per me è stato davvero scioccante. Eravamo in grande difficoltà in quel preciso momento, mentre cercavamo di consolidare la ripresa del territorio a est della città, ma al tempo stesso eravamo target di una controffensiva. Se questa avesse avuto successo i miei compagni e io saremmo stati completamente tagliati fuori. Ero stato promosso cecchino e con il cannocchiale del mio fucile potevo vedere molto bene l’entrata del nemico attraverso il confine turco.
D. Lo stesso confine che lei aveva attraversato mesi prima, con la gendarmeria che le sparava addosso…
R.
Infatti. Questa difficoltà di attraversare il confine turco è stata testimoniata da molti reporter tra cui lo stesso Formigli, autore del famoso servizio da Kobane. Uno rischiava l’arresto. In molti casi non veniva imprigionato, ma consegnato direttamente all’Isis.
D. Di recente lei è tornato a Kobane. Come sta procedendo la ricostruzione?
R.
Con difficoltà. C’è una forma di embargo per cui materiale essenziale come il cemento fa fatica ad arrivare non solo dalla Turchia, ma anche dall’Iraq curdo di Barzani.
D. A questo punto quanto è solida la confederazione democratica del Rojava (noto anche come Kurdistan siriano, ndr)?
R.
Nel complesso abbastanza solida, nonostante certi contrattacchi dell'Isis, autore, tra l’altro di un attentato a Kobane l’estate scorsa che ha fatto 200 vittime. Ora la minaccia maggiore in realtà viene ora dalla Turchia che sta entrando in Siria e che vuole dividere il cantone in due parti.
D. In funzione anti Pkk?
R.
No, perché il Pkk non è presente in Rojava: è in pura funzione anti-curda.
D. E Barzani, pur essendo curdo, è un alleato della Turchia. Forse perché non vede di buon occhio l’esperimento democratico e laico del Rojava?
R.
Barzani è un dittatore, il Rojava è una minaccia per tutti gli autocrati e, in generale, per chi si oppone all’auto-determinazione dei popoli.
D. Nel libro si dice deluso dall'esperienza con il Free Syrian Army. Per quale motivo?
R.
L’Ypg, le unità di difesa del popolo, hanno accolto una forma di concertazione con il Free Syrian Army, anche per sfatare questa idea di curdi contro arabi, ma in realtà i membri di questa formazione si sono confermati per quello che sono: dei banditi.
D. Qual è la differenza tra arabi e curdi?
R.
Per me nessuna. Nella mia esperienza a Kobane io vedevo solo compagni e compagne.
D. Sì, ma a livello culturale?
R.
La differenza è soprattutto a livello linguistico. In questo, il confederalismo democratico del Rojava è molto avanti, rispettando, nell’educazione per esempio, le singole lingue. Non dimentichiamo che l’Islam dopo aver conquistato il Medio Oriente ha portato un certo appiattimento.
D. Lei ha sperimentato attraverso le takmill (riunioni strategiche democratiche, ndr) il tipo di democrazia che c’è in Rojava. Ha notato anche dei limiti?
R.
La costituzione del Rojava è molto avanti, per certi versi più della nostra. Bisogna però capire che è un processo molto lento e che nella regione c’è ancora molta povertà e ignoranza. Molti hanno lasciato la scuola a sette anni per andare a lavorare. Inoltre non si è sviluppata ancora una vera consapevolezza ecologica.
D. Il futuro del Medio Oriente si basa su una rinascita del tessuto economico e sociale?
R.
Sì, ed è il motivo per cui sostengo il Rojava. Lì stanno lavorando proprio su questo.
D. Se mai l'Isis dovesse essere sradicato, vede possibile un’indipendenza del Rojava, che è comunque al momento parte integrante dello Stato siriano?
R.
Non saprei. So solo che questo è un popolo molto determinato a mantenere una sua autonomia in un contesto di democrazia orizzontale, laica e femminista. Una delle colonne portanti di questo esperimento è l’auto-difesa da chiunque cerchi di attaccarlo militarmente, che sia l'Isis, Erdogan o Assad. Quest’ultimo, non dimentichiamo, è stato cacciato dalla regione e in realtà ha pochissimo potere.
D. Perché è tornato nel Rojava?
R.
Perché continuo a sostenerlo e perché credo che questa sia una battaglia importante per tutta l’umanità.
D. Lo sostengono anche gli Stati Uniti?
R. No. La loro è una politica coi piedi di piombo, penso per non infastidire il loro alleato Erdogan che da 140 giorni sta portando avanti un vero e proprio assedio nei confronti dei curdi nel proprio Paese.

 

Twitter @AttilioWhite

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