Kasserine, viaggio nella Tunisia dimenticata

È la regione più arretrata della Tunisia. Il 32% è analfabeta. E il 26% disoccupato. L43 tra i giovani che occupano il governatorato. Al grido di «lavorare o morire».

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07 Febbraio 2016

da Kasserine

 

Man mano che ci si avvicina a Kasserine, sul ciglio della strada cominciano ad apparire diverse taniche di benzina.
È la benzina di contrabbando, portata illegalmente dall'Algeria.
La terra è brulla. E ogni tanto capita di vedere dei bambini che, cartella in spalla, macinano chilometri per raggiungere la scuola.
LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA. Al cancello per entrare nella sede del governatorato, occupato da due settimane, i militari controllano scrupolosamente chi vi mette piede: si consegna la carta d'identità, zaini e borse vengono ispezionati.
Nella città di Kasserine, dopo i primi giorni di proteste e di scontri con la polizia, sembra essere tornata la calma.
I CITTADINI CHIEDONO LAVORO. La morte di Ridha Yahyaoui, il giovane laureato disoccupato morto fulminato dopo essere salito su un traliccio in segno di protesta a causa dell'esclusione dalla lista dei disoccupati del pubblico impiego, ha riacceso la scintilla nella seconda città che nel 2010 si sollevò contro il dittatore Zine El Abidine Ben Alì.
Se sei anni fa i manifestanti chiedevano a gran voce «Chogel, horria w karama wataniyya», «Lavoro, libertà e dignità nazionale», i cittadini di Kasserine - giovani e meno giovani, uomini e donne oggi riuniti nella sede del governatorato - chiedono lavoro e sviluppo regionale.

 

  • Un manifestante in piazza a Kasserine, il 25 gennaio. © Getty

Disoccupazione di nove punti superiore alla media nazionale

I chilometri che separano Kasserine da Tunisi non sono solo una distanza fisica.
Non è un caso che il Ftdes, il Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali, con il sostegno dell'associazione Avvocati Senza Frontiere, lo scorso giugno abbia depositato un dossier per fare riconoscere Kasserine come «regione vittima».
LO STATUS DI «REGIONE VITTIMA». L'articolo 13 della nuova Costituzione tunisina prevede infatti il principio della discriminazione positiva, che permette al legislatore di accordare più diritti alle regioni rimaste marginalizzate a lungo, riconoscendo in questo modo un'ineguaglianza di fatto.
Una «regione vittima», per essere riconosciuta come tale, deve dimostrare di aver subito svantaggi o discriminazioni che abbiano ridotto l'accesso dei suoi abitanti a una serie di diritti o servizi.
ANALFABETISMO AL 32%. Gli indicatori di Kasserine parlano chiaro: il suo indice di sviluppo regionale è il più basso della Tunisia: 0,16% contro lo 0,76% di Tunisi. Il tasso di disoccupazione è del 26,2% contro il 17,6% nazionale. La densità delle piccole e medie imprese è dello 0,2 contro il 3,1 di Tunisi. L'accessibilità a Internet dello 3% contro il 15% della capitale. Il tasso di analfabetismo è del 32%, 20% in più rispetto a Tunisi. Ci sono 0,4 medici ogni 1.000 abitanti. E il tasso di abbandono scolastico arriva al 4%.
La stessa Banca mondiale, nel suo studio «La rivoluzione incompiuta», ha indicato come le disparità regionali si siano aggravate a causa delle politiche economiche adottate dallo Stato, più concentrato sulle regioni costiere.

 

  • I manifestanti nel cortile del governatorato. © G.Frana

Fino a 600 persone nella sede occupata del governatorato

Nel cortile della sede del governatorato alcuni occupanti hanno piantato delle tende.
Anche due stanze sono state adibite a dormitori. 150 le persone che vi trascorrono anche la notte, mentre il via vai giornaliero arriva a portare fino a 600 persone.
LE PROMESSE DEL GOVERNO. A fine gennaio il primo ministro Habib Essid ha annunciato alcune misure che il governo intende applicare per risolvere rapidamente il problema della mancanza di lavoro, tra cui la creazione di 23 mila posti attraverso concorso (16 mila nel settore pubblico, tra sanità e difesa) e la presentazione di un progetto di legge per imporre una formazione professionale a tutti coloro che lasciano la scuola senza ottenere un diploma.
Ma le sue frasi, per molti di queste persone, non sono altro che false promesse volte a fermare questi movimenti sociali. «Sono solo parole», dice Chaabane Bougdiri, 35 anni, professore. «Il nostro problema è che siamo anche malvisti dagli abitanti delle altre regioni, ci considerano quasi come se fossimo dei barbari. Da noi servono investimenti e infrastrutture».
«NON POSSIAMO VIVERE DIGNITOSAMENTE». Tanti cittadini arrivano per consegnare ai militari i propri dossier personali, contenenti tra le altre cose il diploma. La documentazione viene depositata in una stanza dedicata. Finora ne sono stati portati più di 4 mila: saranno recapitati al governatorato, che dovrebbe poi smistarli, ma a nessuno viene lasciata una ricevuta.
«Siamo qui perché non c'è lavoro», dice Shahla Bougalmi, che è accampata con la figlia di 35 anni. «La gente è stanca, ci sono laureati, persone senza diploma, ma tutti sono disoccupati o comunque con impieghi precari, che non permettono di vivere dignitosamente. Mia figlia ha provato diversi concorsi, in più campi, come è possibile che non abbia diritto di lavorare? È da due settimane che dormo qui, lei invece si è ammalata a causa del freddo ed è dovuta rientrare a casa». 

 

  • Alcuni dei ragazzi in sciopero della fame. © G.Frana

Le piaghe di corruzione e nepotismo

Ogni tanto, dice Shahla, «vado a casa, faccio la mia preghiera, mangio qualcosa, poi ritorno qui. Stiamo aspettando che il governo faccia qualcosa per questi diplomati, che trovi una soluzione per loro e per chi non ha di che vivere. Vogliamo che il governo ci prenda in considerazione».
Tutti denunciano il problema della corruzione e del nepotismo e chiedono maggiore trasparenza nelle assunzioni.
LA STORIA DI REBEH. Rebeh Fezai ha 28 anni e un master in Scienza dei trasporti e logistica.
Abita a El Ayoun, in campagna, a 60 chilometri da Kasserine: «Ho studiato a Sousse per sei anni, avrei voluto continuare il mio percorso di studi, ma lo Stato non dà importanza alla ricerca. Non mi sono sentita incoraggiata, allora ho preferito lasciare perdere». 
Ci sono giovani che finiscono gli studi universitari, prosegue Rebeh, «diversi di loro hanno il dottorato e magari restano per diversi anni senza lavoro. Come potete biasimarci se poi alcuni diventano delinquenti o anche terroristi? Lo Stato deve trovare una soluzione per impedire che si arrivi a questi livelli».
SCIOPERO DELLA FAME E TENTATI SUICIDI. C'è determinazione nelle parole di queste persone, nessuna intenzione di arrendersi: 16 di loro, dai 25 ai 43 anni, da sei giorni sono in sciopero della fame e hanno cucito le loro bocche in segno ulteriore di protesta.
In otto, nella notte tra il 30 e il 31 gennaio, sono stati trasportati in ospedale per le condizioni critiche di salute. Poi altri due, ma hanno rifiutato le cure.
E infine, il 4 febbraio, in quattro hanno tentato il suicidio.
«Lavorare o morire» è il loro slogan. E sembrano fare terribilmente sul serio.

 

Twitter @Giady87

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